Mi piace ospitare nella mia rubrica storie e racconti di altre e altri autori. Questa breve narrazione è del mio amico Maurizio Michel. So che prima o poi arriverà a pubblicare un libro perché è davvero molto bravo.

Scrive:

Giusto ieri ho letto su #cristinasferrabooksgroup un articolo interessante sull’utilizzo delle virgolette e altre regole di punteggiatura nei dialoghi. E così mi son messo all’opera ed è venuto fuori questo racconto in forma di dialogo, con la moka e il caffè a far da sfondo. Buon weekend. Anche a Cristina Sferra, scrittrice amica comune.

E buona domenica anche da parte mia. Sono Valeria Bianchi Mian, psicoterapeuta che collabora con questo sito. Scrivetemi alla mail

dott.ssavaleriabianchimian@gmail.com | Lettere alla Psicologa su Alessandria today.

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LA MOKINA TENERA


Come ormai accadeva spesso di sabato mattina, Elvira e Mauro si svegliarono presto per far colazione insieme, bere un buon caffè e far due chiacchiere durante le prime ore dell’alba, in un momento che li vedeva liberi da impegni di lavoro e dunque da uscite frettolose nel mondo “là fuori”. Nel mentre che Mauro spalmava le fette biscottate con il burro e la marmellata, Elvira (che stava preparando la moka) ruppe il silenzio e disse: «sai che stanotte ho fatto un sogno strano? C’ero io e c’eri tu, eravamo bambini e ci scambiavamo carezze!»

Mauro rispose: «Strano davvero, da bambini non ci conoscevamo neppure… se non sbaglio ci incontrammo che avevo vent’anni».

«Già», riprese lei, «tu avevi vent’anni, io diciassette, e adesso siamo entrambi sopra i cinquanta… e quanto tempo è che non ci diamo carezze?»

Mauro replicò, un po’ sorpreso: «ma che c’entra? In certi momenti lo sai che ci accarezziamo… no?»

«Si», disse Elvira mentre accendeva il fuoco per la moka, «però al di fuori di quei momenti, quante carezze ci diamo? Dai, dimmelo!»

«Beh, si», ammise Mauro, «in effetti come darti torto? … Ma … sai che mi fai venire in mente alcuni ricordi della mia infanzia?»

«Oh, sentiamo… cosa?», lo incalzò Elvira.

Mauro, che aveva appena finito di imburrare, prese fiato e iniziò a raccontare: «Quando ero piccolo avevo una prozia, una sorella di nonno… non so se te ne ho mai parlato di Filomena: faceva la governante in casa di benestanti a Firenze e veniva a trovarci per Pasqua e per Natale. E mi ricordo bene di me e di lei, sdraiati per terra sotto l’albero di Natale, ad ammirare le lucine accendersi e spegnersi: io ci rimanevo incantato! E poi, mi ricordo come in quei momenti mi accarezzava le guance, i capelli, con fare lieve, morbido, così leggero».

«Mentre ne parlavi ti è spuntato un sorriso. Benedetta sia Zia Filomena, allora!», disse Elvira ridendo.

«Si, lo so bene: sono proprio quei gesti che salvano un bambino, a volte. Ma, tornando a quel che dicevi, mi chiedo: perché le carezze ce le concediamo solo da piccoli e poi le releghiamo a poche altre occasioni, magari giusto a far da breve preludio a energie di ben altra portata?»

«È proprio quel che mi stavo domandando anch’io stamani appena sveglia», replicò lei, «forse l’educazione, quella narrazione di cui – al tempo della nostra infanzia – i genitori si sono serviti per descriverci come funziona il mondo, non prevedeva la carezza perché era vista come una breccia da cui si può scorgere la nostra vulnerabilità. E allora meglio crescere ben corazzati e riparati, e così i gesti della tenerezza quasi ce li dimentichiamo. Ti ricordi quella poetessa che amo tanto, la Gualtieri? Ha scritto dei versi al riguardo: “E’ breve il tempo che resta. Poi / saremo scie luminosissime. / E quanta nostalgia avremo / dell’umano. Come ora ne / abbiamo dell’infinità. / Ma non avremo le mani. Non potremo / fare carezze con le mani. /E nemmeno guance da sfiorare / leggere.”

«Bellissima», disse Mauro, sempre più coinvolto dalla conversazione, «E…»

«E te lo dico io, Mauro», lo interruppe Elvira, «C’è un Regno, che Gesù chiamava “dei Cieli”, che non riguarda un ipotetico aldilà, ma il qui e ora, in cui si può entrare solo se sappiamo ritornar bambini. E per ritornar bambini bisogna ritrovare il gioco spensierato. E per ritrovare il gioco spensierato, occorre un cuore semplice».

«Sai, mentre parlavi cosa mi è balenato alla mente, Elvi? Che in questo nostro tempo ci è stato imposto, in un martellamento continuo da parte delle riviste patinate e dei media, una sorta di ribaltamento del concetto di Bellezza legato al corpo. Ci hanno fatto credere che la Bellezza dei corpi sia soltanto quella che stimola gli occhi… Ma senti qua…»

E pronunciando queste ultime parole Mauro si avvicinò a Elvira, proprio quando la Moka stava avvertendo con il suo tipico borbottío che il caffè era pronto… e con i polpastrelli dell’indice e del medio della mano destra, con un gesto leggero e soave, con il tocco lieve di una piuma che si posa su un batuffolo di ovatta, iniziò a carezzare la tempia e poi la guancia della sua compagna. Elvira spense il fuoco del fornello, si voltò verso di lui e a occhi chiusi protese il collo e concesse a Mauro tutto il volto e i capelli. Era vero, l’autentica bellezza che regalano i corpi viene dalla sensazione che soltanto una carezza può dare, da quello sfiorarsi appena, con mente quieta, con fare incerto e leggero, nella contentezza di esserci, senza nessun altro obiettivo se non quello di “stare” in quel contatto tra mani e pelle.
A un certo punto la loro figlia entrò in cucina, ma subito richiuse la porta per non turbare quel che stava accadendo, tant’è che per fare colazione decise di scendere nella pasticceria sotto casa.
Intanto, in quella cucina, un uomo e una donna di cinquant’anni erano tornati bambini, e vivevano di nuovo (come tanti anni prima, ma con un po’ di consapevolezza in più) gli innocenti “attimi di Grazia felice”, incuranti di tutto, se non di essere: pienamente, semplicemente essere e basta.

E così quella mattina il caffè rimase soltanto un aroma, anch’esso delicato come una carezza che arriva al naso, ma non fu bevuto.

Maurizio Michel