https://appuntialessandrini.wordpress.com/2021/07/27/il-ritorno-della-scuola-danubiana/

Dico subito che non intendo parlare di  istruzione  e di istituzioni scolastiche. E faccio due premesse. La prima: riguarda il DDL Zan. A fine giugno i quotidiani davano la notizia che i  Capigruppo della maggioranza che sostiene il Governo Draghi non solo non hanno trovato alcuna intesa, ma che (stando a quanto ascoltato da chi stava fuori dall’aula di Palazzo Madama in cui si erano riuniti) c’erano toni accesi, pugni sul tavolo, risse verbali. Potremmo dire che mancava un mediatore esperto.

La seconda premessa: al Campionato Europeo di Calcio sono uscite di scena prima del previsto nazionali come Francia, Germania, Portogallo, Olanda che figuravano tra le più accreditate per arrivare in fondo al torneo. Mentre hanno dato buona prova, insieme alle finaliste Inghilterra e Italia, anche Svizzera, Ungheria, Rep. Ceca, Austria; queste ultime tre famose negli anni trenta, quaranta e cinquanta.

Allora che significa il titolo? Che, visto il risultato finale, potrebbe anche essere <Il ritorno del calcio classico> (quello dei “maestri” d’Albione o quello “all’italiana” concreto, solido, a volte di rimessa). Quel titolo serve per dire che, forse, anche nella realtà politica può esserci un ritorno a realtà che si pensava ormai sorpassate e archiviate per sempre.

Anche in Germania le elezioni regionali hanno registrato la sconfitta dell’estrema destra, la buona tenuta della CDU, e il calo dei verdi. Quelle francesi hanno evidenziato il ritorno dei gollisti, il rallentamento dell’estrema destra antieuropea, il calo del partito del Presidente Macron. In sostanza un certo ritorno al XX secolo.

La domanda potrebbe essere se anche in Italia il ritorno “all’usato sicuro” (cioè a partiti che si richiamano a posizioni e ideali della cosiddetta prima Repubblica) può avere qualche spazio per imporsi. Se la domanda fosse fatta in modo secco e senza dare molto tempo alla riflessione immagino che la stragrande maggioranza risponderebbe (risponderemmo) di no.

Troppe cose cambiate in questi anni, fine delle classi dirigenti che bene o male avevano accompagnato un percorso, problematiche planetarie inimmaginabili alla fine del secolo scorso, disaffezione alla partecipazione e alla cittadinanza attiva, mancanza di confronto vero fra persone in presenza (perché, al di là della pandemia, le sezioni di partito non esisto quasi più e i social hanno sostituito il dibattito), nuove generazioni con problematiche completamente diverse da quelle dei nonni che se ne sono andati, una perdita di peso e incisività di sindacati e di associazionismo cattolico. Tutto depone per una risposta negativa alla domanda ipotizzata. Addirittura, nonostante il tentativo di Berlusconi per riaggregare le formazioni di destra, non pare più riproponibile nemmeno un ritorno al Polo della Libertà e di contro all’Ulivo.

Però a pensarci bene ci troviamo in una situazione in cui è necessario superare la situazione non solo di (non)cultura populista, giustizialista, dei vaffa, dei muscoli, del “celodurismo”. Con queste cose ci si gonfia il petto, ci si inorgoglisce di fronte ad altre etnie o nazioni; ma non si risolvono le complessità del mondo di oggi.

Serve competenza, preparazione, equilibrio, capacità di mediazione e di dialogo. Serve una cultura di governo, una cultura della coalizione, una cultura che tenga conto del senso della storia e delle Istituzioni, una cultura del rispetto dell’avversario e delle minoranze. Non disegni di rivoluzioni superficiali contingenti legate a qualche moda di passaggio (ritenendola l’invenzione del momento), ma senso di “trasformazioni” profonde utili al bene comune e al progresso integrale della persona e della sociatà. Se volessimo usare il riferimento iniziale, serve tornare alla “scuola danubiana”. Che non significa fare riferimento alle esperienze di “democrazia illiberale” di alcuni Paesi ex sovietici e alla loro ingombrante presenza nell’Europa Unita. Tutt’altro.

Così come non intendo dire che dobbiamo tornare indietro, ma riprendere i comportamenti, le scelte, la preparazione, i sacrifici che hanno prodotto la ricostruzione, il boom economico, alcune riforme storiche in campo civile e sociale, la capacità di resistere al terrorismo allo stragismo e al piduismo, la fantasia della partecipazione popolare e la lotta alle pratiche mafiose.

Non significa nemmeno, e credo non possa succedere, il ritorno di sigle di partito o ad alleanze che hanno anche mostrato limiti e commesso errori. Semplicemente tener conto del fatto che esistono idee di fondo, culture politiche, riferimenti valoriali sia etici che civili e sociali che possono, come i fiumi carsici, scomparire per un periodo; ma poi in qualche modo riemergono per indicare obiettivi e aspetti fondamentali per tenere insieme la nazione e che non possono essere ignorati se si  vogliono affrontare e risolvere le questioni  con equilibrio tenendo conto possibilmente di tutti i contributi. Sono le tracce di democrazia liberale, di socialdemocrazia umanitaria e solidale, di popolarirismo comunitario e di cristianesimo sociale attente alle esigenze ambientali e della costruzione della pace e collaborazione fra i popoli.

Altrimenti procederemo sempre a colpi di maggioranza discriminando qualcuno e scontentando altri. E’ stato così col Titolo V, con le leggi elettorali, coi porti chiusi e altro ancora e cambiando maggioranza si torna sempre da capo.

Soprattutto deve tornare la capacità di avere “continuità” nell’azione di Governo; Governo che è di tutti e non di una parte soltanto. Perciò non si dovrebbe smontare ogni volta ciò che è stato costruito da chi governava prima. Né assumere decisioni o votare leggi divisive che vengono rimesse in discussione ad ogni cambio di maggioranza.

Perciò, forse, si sta avvicinando il momento in cui questa specie di terzo tempo della Repubblica si può archiviare e poter respirare ciò che di sano la “prima Repubblica” ha offerto e insegnato. Quella era la nostra “scuola danubiana”, per usare l’espressione che da titolo all’articolo: quando le regole erano rispettate, l’avversario non era un nemico da distruggere, e soprattutto tutti avevano ben chiaro quale era stato il prezzo della libertà e della democrazia, e quale fosse il valore dell’antifascismo, che molti soggetti politici hanno lasciato sbiadire negli ultimi decenni.

E a proposito di capacità di mediazione, anche nella Chiesa è necessario che riprenda voce e presenza il cattolicesimo democratico, per aiutare a riflettere di più, a smussare posizioni troppo intransigenti o erroneamente identitarie, per saper leggere il Vangelo con atteggiamento di misericordia e non con la convinzione che la “nostra” verità sia da imporre.