“ […] In questa tela ho cercato di esprimere un’ora particolare che era e rimane la più bella dei giorni di Mosca. Il sole è già basso, al colmo della potenza, quella cui aspira per tutto il giorno. Ma il momento di grazia non dura: ancora qualche istante e la luce diviene rossa; la sua intensità la fa passare da un tono ancora freddo a uno sempre più caldo. Mosca si liquefa in questo sole, diventa una macchia enorme che fa vibrare tutto il nostro essere interiore come lo squillo di una tromba frenetica. No, questa armonia in rosso non è l’ora più bella. Non è che l’accordo finale della sinfonia che ravviva intensamente ogni colore. Come il “forte” finale di un’immensa orchestra. Mosca risuona vittoriosamente. Il rosa , il lilla, il giallo, il bianco, il turchino, il verde pistacchio, il rosso fiamma delle case e delle chiese si uniscono in coro con il prato di un verde folle e il mormorio profondo degli alberi; e insieme è la neve dalle mille voci canore e l’allegretto dei rami spogli e infine la cintura della rossa muraglia del Cremlino severo, dritto, silenzioso. E sopra tutto, come un grido di trionfo, come un alleluja immortale scoppia la linea bianca, intagliata, rigida del campanile di Ivan Velikij. La testa d’oro della sua cupola tende verso il cielo una nostalgia acuta ed eterna. La sua sagoma slanciata è, tra le stelle multicolori o dorate delle altre cupole, il vero sole di Mosca.
Rendere quest’ora mi sembrava la felicità più grande, più irraggiungibile che potesse toccare a un artista. A ogni giorno di sole, queste impressioni mi tornavano. Mi davano una gioia che scendeva sin nel profondo dell’anima, mi portavano sino all’estasi. E insieme mi causavano un grande tormento, perché sentivo che l’arte in generale e le mie forze in particolare erano infinitamente deboli contro la natura. Molti anni sono dovuti passare perché il sentimento e la riflessione mi portassero alla semplice conclusione che gli scopi e i mezzi dell’arte e quelli della natura sono organicamente e logicamente diversi, ma ugualmente grandi e forti. Questa conclusione così chiara e naturale, che guida ora la mia opera, mi liberò dall’inutile preoccupazione di una meta che vanamente mi imponevo senza raggiungere. Eliminò questo tormento e aumentò la mia gioia dell’Arte e della Natura, sino alla sfera della completa serenità. Da allora posso godere in tutta pienezza di questi due elementi vitali; a tale godimento si aggiunge un senso commosso di riconoscenza. Questa conclusione, liberandomi, mi schiudeva nuovi orizzonti. Tutto ciò che era inerte fremeva, tutto quello che era morto riviveva. […]”

Vasilij Kandinskij

Vassilij Kandisnkij descrive così il momento in cui il sole tramonta sulla città di Mosca, in questo testo tratto dal libro “Sguardi sul passato”, in cui l’artista ci racconta, in modo autobiografico, il suo giungere alla pittura astratta. Attraverso una serie di esperienze, piuttosto tormentate, ci parla della pittura come una componente fondamentale della sua esistenza, ci narra addirittura della sua costrizione a vedere sempre, a osservare tutto, quasi come fosse una condanna. Questa capacità di scrutare si allenta a mano a mano che la pittura lo introduce a un nuovo modo di “vedere” e quello che prima era un tormento inizia lentamente a dissolversi nella pasta del colore, perdendo tutta l’importanza che egli stesso gli aveva precedentemente concesso.In Kandinsky la rottura tra realismo e astrazione arriva per caso, semplicemente osservando un suo quadro rovesciato e appeso alla parete. In quel momento, in cui l’artista smette di riconoscere qualcosa di familiare nel quadro, egli apre lo sguardo verso qualcosa che non aveva mai osservato prima perché, semplicemente, prima non esisteva.

Il progetto prende spunto da questo, una sperimentazione inedita per creare sguardi nuovi, portata avanti da un gruppo di undici artisti in dialogo tra loro.

La collaborazione nasce durante il lockdown e ne scaturisce Esperienza 1, la mostra che ancora non è stata inaugurata a Perugia.

L’ ora di Mosca – Esperienza 2 , esposta al Castello dei Paleologi di Casale Monferrato, si pone di fatto come la prima possibilità di visita di una mostra collettiva di questo gruppo .

La visita guidata con l’ artista Nadia Galbiati del 24 luglio,ci ha permesso di sperimentare un percorso tra queste opere in continuo dialogo tra loro e con il visitatore, di scoprirne le peculiarità e i messaggi , tutte accomunate da un comune denominatore che caratterizza il mondo attuale: il tema della diversità e della comunicazione tra differenti.