La Dodicesima notte al Globe Theatre di Roma

Skakspeare tra Kronos e Kayros

Di Raoul Bianchini

Quando sabato sera sono tornato a teatro dopo più di un decennio dal tempo in cui prendeva forma quel sogno chiamato “giornalismo che mi prese per sempre l’anima e il cuore, non avrei creduto di rivivere le stesse emozioni con una potenza disarmante stavolta più di allora. 

Non poteva essere altrimenti considerando che il motore dominante della commedia La Dodicesima Notte di Skakspeare magistralmente messa in scena al Globe Theatre di Roma per la regia di Loredana Scaramellfa fa del Kronos e del Kayros la pietra angolare di quel tempo finalmente ritrovato (Kronos) e quello pulsante della magnifica ritmica che toglie il fiato dove gli attori danno l’impressione di vivere più che recitare. (Kayros). 

Il tempo sospeso terza variabile che abbiamo imparato a conoscere sul piano del reale ‘soffia ancora  leggera sulla vita di ognuno di noi.  Le dodici notti intrisicamente ne battono i colpi, ma allo stesso tempo li frantumano. 

La sincronicita attoriale è talmente perfetta da portare dentro lo spettatore fino a spingerlo ad usarli tutti gli attimi di questa vita  al massimo per raggiungere quei desideri che l’eccezionalità della festa promette di realizzare. I personaggi di questa commedia quindi hanno fretta. 

Urge in loro come in noi ora più che mai l’urgenza di essere di realizzare. Ce ’ha il Duca Orsino, che aspetta da troppo tempo che Olivia accolga le sue profferte d’amore. Ha fretta la naufraga Viola che, separata dalla tempesta dal gemello Sebastiano, aspetta con ansia il momento in cui potrà liberarsi del travestimento e ritornare donna sotto l’ala protettiva di un uomo potente e capace di amarla. 

Ha fretta Olivia, che dopo due lutti che l’hanno costretta alla solitudine vorrebbe conoscere un momento di vita e di gioia per i suoi ultimi anni di gioventù.  

Per questo, piuttosto che l’ostinato Orsino, preferisce il giovane paggio aggraziato che le spalanca un orizzonte di novità e porta un vento diverso nella sua vita. Fretta ha Malvolio, capo formale della casa di Olivia,(Carlotta Proietti) che per progredire nella scala sociale non può fare altro che correre verso la trappola che gli lascia intravedere la possibilità di sposare la sua padrona.  

Fretta hanno tutti gli altri abitanti della casa, animati da desideri in scadenza che si accavallano: mettere le mani sul patrimonio della ragazza e punire per l’eccessiva rigidità e supponenza Malvolio, organizzando uno scherzo amaro che trova la sua collocazione nel tempo della festa e che col suo finire terminerà. 

E fretta hanno i due gemelli Viola e Sebastiano, tesi a trovare una nuova identità nel mondo che li separa per spingerli alla ricerca di una nuova organizzazione di sé,come d’altronde l’abbiamo noi alla ricerca costante seppur sottaciuta di una identità sempre nuova. 

Questo scorrere del tempo si incarna in una struttura simile a quella di un orologio rinascimentale. Il personaggio di Feste, il Matto che prelude con la sua filosofia venata di spleen alle riflessioni ben più articolate di Amleto, imprime un movimento di carica e pausa con quella capacità di intervallare l’una e l’altra senza mai far cadere un solo tono temporale alla messa in scena. 

È lui a mettere in moto la tempesta iniziale dalla quale si sviluppa il giro del quadrante. I naufraghi si ritrovano spinti dalle onde sulle rive di un’Illiria che ha i colori di un sogno o di una festa ubriaca dal sapore orientale. In omaggio a “quel che volete” del titolo, materiali diversi e contaminati si mescolano accentuando la chiave onirica della commedia che favorisce confusioni e ambiguità di genere in un gioco libero di sentimenti e di azioni. 

L’onda del mare trova eco nelle musiche e nelle danze che accompagnano il tempo del racconto, scandito in dodici postazioni che ruotano nel corso della storia. Dodici sedie occupano il palco, assieme a poche attrezzerie che definiscono ogni personaggio. 

Sono gli unici elementi a sostenere gli attori nella messa in scena oltre ai costumi, ai quali è affidato il compito di definire e amplificare il clima e il fascino del luogo: uno spazio della mente, in cui gli elementi musicali e visivi eterogenei si incontrano ed è saper riempire quello spazio che differisce un capolavoro da una consuetudine, ciò in qualsiasi espressione artistica.  

Dall’alba quieta squarciata dalla tempesta e dal naufragio, il tempo ci conduce in un cammino sempre più accelerato verso una mezzanotte frenetica. 

Laddove il Kronos e il kayros finalmente coincidono, termina quella attesa che come un filo rosso ci ha sospesi nella cornice dell’unico teatro di architettura Elisabettiana a Roma all’interno di quella Villa Borghese che qualche secolo prima aveva abbracciato Bernini ed altri prima di lui specchiandosi in noi con quella soluzione di continuità che non divide mai il nostro sguardo quando i nostri occhi abbracciano la bellezza come un unicum in continuo divenire.