La donna era china sulla tomba e aggiustava i fiori nei vasi tra piccoli sospiri. Era vestita di nero, come si confà a una vedova addolorata. Appariva minuta e fragile, il volto ombreggiato dalla falda del cappello.

Presso la tomba vicina, stava un uomo, di mezz’età, dall’aspetto comune, che eseguiva le stesse operazioni della donna e intanto la guardava curioso: non l’aveva mai vista prima.

La curiosità ebbe la meglio e schiarendosi la voce le chiese: – Mi scusi, signora… La sua perdita è recente?

– Qualche giorno fa…

Un singhiozzo, a stento represso, le sfuggì. Si coprì, con vezzo, la bocca con un fazzoletto bordato di pizzo nero.

– Mi perdoni… Non volevo turbarla… Sa, io vengo qui da un anno, da quando la mia Dalia è volata in cielo.

– Che strana coincidenza! Anche mio marito aveva un nome particolare: si chiamava Fiore.

Cominciarono, così a parlare, il Commendator Bianchi e la vedova Neri, tutti i giorni al cimitero, finché non smisero di recarvisi per continuare a vedersi altrove.

In capo a meno di un anno la vedova e il commendatore convolarono a nozze, ma, vuoi per l’età, vuoi per l’emozione della prima notte, il poverino tirò le cuoia.

Qualche giorno dopo, la vedova, di nuovo vedova, andò alla tomba del suo primo marito, Fiore, per togliere la foto che aveva sovrapposto a una vecchia immagine di una vecchina, che da tempo non veniva più visitata da nessuno. Non aveva avuto bisogno di cambiare il nome, visto che la donna si chiamava Fiore e le date erano scolorite dal tempo. Girò per il cimitero in cerca di qualche vedovo inconsolabile. In capo a qualche giorno ne trovò uno.

Di mattina presto si recò a modificare la tomba vicina e si fece trovare a sistemare i fiori, nel suo bel tubino nero e gli occhi celati dalla falda del cappello, mentre, di tanto in tanto, emetteva piccoli sospiri.