Carlo Baviera

Pensieri, dichiarazioni e aforismi del periodo attuale che mi sembrano utili e positivi, ac-compagnandoli con un breve commento.

Sulla meritocrazia – […] Il <deficit merito-cratico> , cioè l’accettazione dell’equità e legittimità delle logiche della meritocrazia anche davanti alle prove inconfutabili che successo e merito non sono la stessa cosa. Come se avessimo un bisogno innato di meritocrazia, oltre la sfera della ragionevo-lezza. Questo meccanismo di autoinganno è tanto diffuso che a volte le persone crea- no ‘meriti immaginari’ per chi ha successo e, forse ancor più preoccupante, ‘demeriti immaginari’ per chi è in fondo alla scala so-ciale, gli ultimi, gli scartati, i poveri. Ritorna prepotente l’ideologia degli amici di Giobbe: il demeritevole è colpevole. Nessuno lo dice mai esplicitamente, ma dietro tanti discorsi, oggi come ieri, c’è l’idea che la povertà sia una colpa.

In fondo il vero, grande problema della meri-tocrazia è che giustifica e legittima le disu-guaglianze. Come se le disuguaglianze, che da sempre esistono, e forse sempre esiste-ranno, avessero bisogno di avvocati difenso-ri. È evidente che se poniamo a confronto meritocrazia e clientelismo il discorso è già falsato. Il punto vero è che la meritocrazia è diventata la legittimazione etica della dise-guaglianza, in nome di un grosso equivoco: che il talento sia merito (e non dono). L’altro effetto collaterale riguarda la povertà: se il talento è merito e quindi benedetto, il non talento diventa demerito e maledetto. La povertà come maledizione cresce insieme alla meritocrazia, basta guardare cosa acca-de nei paesi più meritocratici del mondo. E allora che fare? Meritocrazia sì o meritocra-zia no? Noi proponiamo di uscire dallo steri-le aut-aut per proporre un dibattito pubblico sulla desiderabilità della meritocrazia e sul contenuto delle azioni meritorie che le socie-tà vogliono ricompensare. Un esercizio di ri-flessione collettiva, magari tramite lo stru-mento della democrazia deliberativa” (Luigi-no Bruni e Paolo Santori,  5 maggio 2021 su Avvenire).

“Società meritocratica come una società a mi-sura d’uomo? oppure un’ideologia che legitti-ma le disuguaglianze, una falsa promessa di mobilità sociale ed uguaglianza delle opportu-nità?” questa la domanda che pongono in so-stanza Bruni e Santori. E propongono un dibat-tito pubblico ricordandoci anche che “La giu-stizia sociale, legata alle nostre esigenze pro-fonde di giustizia personale, è uno dei beni co-muni più preziosi che abbiamo” il quale va cu-stodirlo insieme, per non  distruggerlo. Perciò la meritocrazia va premiata fino a che non di-venta strumento di ingiustizia sociale, emargi-nando e impoverendo altri.

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Ceti impoveriti, “pandemia sociale” – Niente è più fuorviante che ritenere che le nuove vit-time delle crisi si attendano gli aiuti ai poveri. Si tratta di gente che è stata sradicata dal la-voro che si era creato (ambulanti, ristoratori, gestori di servizi). La risposta non potrà mai essere un tozzo di pane. È tessuto socio-eco-nomico che non si rigenera più a causa di un decennio di austerità pre-Covid e delle misu-re sproporzionate e oltremodo dannose per combatterlo. Gli ultimi dati forniti dalla Cari-tas sembrano consigliare una certa cautela prima di dire “aiutiamo i nuovi poveri”, che poveri poi non sono come mentalità, senza nel contempo dimostrare la coerenza di smetterla nei fatti di sostenere un’agenda che dissesta a livelli insostenibili la società e l’economia. Il NGEU risulta vincolato in gran parte non alle reali e vitali necessità del Pae-se ma ai “grilli” dell’agenda degli ultraricchi mondiali: la decrescita, la transizione verde e digitale, in sé validissime, ma con vincoli di attuazione che comportano modalità di-scutibili, non sempre rispettose dei diritti umani e costituzionali, in grado di danneg-giare i ceti lavoratori e meno agiati, i territori periferici, e che in compenso realizzano un gigantesco, ulteriore trasferimento di ric-chezza dal ceto medio produttivo ai pochi giganti del digitale. Il vincoli a cui sono su-bordinate le erogazioni dei fondi europei ri-sultano, inoltre, costituiti da arbitrarie rifor-me istituzionali di varia natura che appaiono più utili a velocizzare la svendita dei patrimo-ni pubblici e privati, che al rilancio del Paese. [..] Andiamo avanti imperterriti sul libero mer-cato dell’energia (improvvida direttiva euro-pea) e delle altre tariffazioni domestiche pro-prio mente siamo sul baratro della stagfla-zione e avremmo bisogno come l’aria di tarif-fe bloccate e a prezzi politici, di nazionalizza-re per garantire un minimo di stabilità al maggior numero di famiglie e imprese, ma-gari affidando la gestione della tariffazione senza scopo di lucro al Terzo Settore. (Giuseppe Davicino – Agenda Domani, 19 maggio 2021).

Anche il segretario del PD, Enrico Letta, sostie-ne: “La transizione verde deve essere una tran-sizione giusta, che non lascia indietro nessu-no” e che si deve arrivare ad una vera giustizia climatica. Alcune “provocazioni” di Davicino servono a richiamarci alla necessità che ab-biamo, pur rispettando le direttive e le scelte europee, anzi partecipando attivamente a de-terminarle, non dobbiamo limitarci a subirle (come cittadini) acriticamente. La pandemia ha offerto una occasione unica, che doveva-mo già costruire prima, per cambiare: non so-lo realizzando le riforme e superando i nostri ritardi culturali e politico-istituzionali, ma so-prattutto i paradigmi del sistema economico, della finanza mondiale, e realizzare la società della “sobrietà” come la chiamava Mujica in cui si superano le barriere statali e si ragiona come umanità nell’interesse generale. In tal modo si potrà rigenerare il tessuto socio-eco-nomico non tanto con l’austerità quanto col rispetto dell’articolazione sociale, economica e territoriale.

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Autocritica – Negli ultimi anni ho pensato e scritto che una delle cause più profonde del-la crisi … dei partiti progressisti sia stata la tendenza diffusa a disprezzare il disagio, de-rubricare il conflitto sociale a orpello nove-centesco, vivere le disuguaglianze come il prezzo da pagare, apparentemente minimo, di fronte alle opportunità, apparentemente infinite della globalizzazione […] Dobbiamo fare autocritica […] Meno lavoro, meno op-portunità di crescita, meno speranza, meno figli, … meno solidarietà verso gli ultimi e i disperati (Enrico Letta – La Repubblica, 26.5.21).

Nuovo welfare – La tutela della Persona e della società si concretizza anche nell’ado-zione di una politica volta alla piena occupa-zione, con misure volte alla riduzione del co-sto del lavoro, a favorire il nesso tra remune-razioni e produttività, a rilanciare un piano di investimenti per lo sviluppo dei settori strate-gici – in grado di assicurare e sostenere le condizioni per la ricchezza di senso della vita di ciascuno, e con il superamento delle attua-li scandalose diseguaglianze sia sociali, sia territoriali tra Nord e Sud.

La riforma del welfare, da lasciare in ogni ca-so universalista, deve passare dal modello di welfare state al modello del “welfare di co-munità”, grazie al quale è l’intera società, non solo lo Stato, a farsi carico del benesse-re di coloro che in essa vivono, con l’apporto degli enti pubblici, delle imprese e della so-cietà civile organizzata attorno alla famiglia. Si tratta dunque di dare ali al principio di sus-sidiarietà circolare (dal Manifesto del sog-getto politico <Insieme> 5.11.2019).

Sono solo due delle tante riflessioni circa i ri-tardi, gli errori, le distrazioni dei riformatori e la necessità di correggere il tiro. Anzi, la ne-cessità di rivoltare i paradigmi economici de-gli almeno ultimi due decenni. E dalle riflessio-ni si capisce che, quando non ci si sofferma sugli interessi elettorali o sulla necessità di sottolineare le differenze dagli altri partiti del proprio campo, c’è convergenza sul come ri-prendere la rotta par la giustizia sociale, cam-minando appaiati e per costruire alleanze soli-de. Basta volerlo!