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Angelo Marinoni

Viviamo in un’epoca in cui troppo spesso i fatti sono derubricati a opinioni e le opinioni non sono sovrapponibili a punti di vista su una questione, ma divengono le questioni stesse per cui non esiste alcuna possibilità di dialogo, mai. Ognuno vive la sua realtà e chi non la condivide è un nemico o un pericolo.

Questo pernicioso stato di cose si manifesta con il linguaggio aggressivo e sempre paradossale, non esistono letture critiche, ma pitture a tinte sempre troppo vivaci o distese omogenee di colore anonimo utili a far sorvolare su temi che non si comprendono o la cui comprensione potrebbe accendere lo spirito critico e la consapevolezza che questo sistema di vita a bande rivali contrapposte eterodirette all’interno di un ben definito recinto sia una realtà allucinante, una sorta di interpretazione sociologica di Matrix.

In questo contesto esistono le parole d’ordine che divengono imperativi categorici di seconda mano perché maldestramente importati dai contesti scientifici in cui sono nati in applicazione massimalistiche tipiche delle bande rivali.

Il fenomeno può essere descritto come la diffusione di un verso di Petrarca in una curva da stadio: ne verrà fuori sicuramente un sagace slogan e uno striscione esaltante la propria squadra o più facilmente insultante quella avversa, sicuramente di un verso soave non rimarrebbero che usi e abusi delle singole parole.

Con la pandemia e le pandemime ad essa associate questo stato di cose è stato eletto irrimediabilmente a sistema e la fretta di costruire il “Mondo Nuovo” approssima il non approssimabile, minimizza quanto è enorme, gigantizza quanto è piccolo: ce ne accorgiamo in ogni ambito, dalla facilità con cui si viene insultati esprimendo anche solo su un sociale una opinione differente su una questione, dalle mostruosità normative che, per esempio, una interpretazione da stadio dell’ecologia produce a ritmo continuo dalla Commissione europea ai consigli comunali.

Vi sono continui nuovi esempi di come, troppo spesso, non vi sia linearità nei percorsi decisionali e questi siano, troppo spesso, applicazioni di percorsi emozionali sulla cui sincerità, in molti casi, sono leciti dubbi etici.

Sarebbe il giornalismo lo strumento ideale perché torni il dibattito sui fatti e non lo scontro su opinioni interpretate come fatti, come sarebbe il giornalismo d’inchiesta lo strumento ideale per rivelare le nudità dei tanti re rappresentati dai moderni imperativi categorici.

Drammaticamente questo fatica ad avvenire perché proprio il giornalismo dei grandi editori diviene facile strumento di consolidamento del sistema dei percorsi emozionali.

Per avere una visione complessiva e potersi fare una opinione sui fatti e non accettare o discutere di opinioni altrui sia nel giornalismo che nella politica “l’utente medio” non professionista dell’informazione deve superare i titoli a slogan ed a effetto, addentrarsi nelle notizie, superare il modello di notizia a flash che i nuovi social-media hanno imposto.

Dobbiamo ricominciare a pretendere che venga descritta la realtà, la storia che origina un fatto e non limitarci a accettare di sceglierne una interpretazione, non solo nel microcosmo pandemico, ma anche e soprattutto sui grandi temi di questo decennio, dal problema ambientale alla geopolitica che guardiamo con aria sempre più distratta con i popcorn in mano invece di un libro di storia che ci aiuti a comprenderla.

Anche in una tragedia epocale come l’ultima, in ordine di tempo afghana il dibattito si è arenato in un pro e contro gli americani dove chi insulta il colpevole di turno si pone come parte terza, come osservatore estraneo.

Nessuno è estraneo, tanto meno noi europei che ce ne siamo andati prima degli americani dall’Afghanistan e molti di quelli che ora ne lamentano l’uscita sono gli stessi che ne contestavano chi a torto e chi a ragione l’entrata. Difficile stabilire adesso cosa fosse giusto fare allora, di certo ora dovremmo svuotare quel disgraziato paese.

Semplicemente, troppo spesso, serve una testa che rotoli, non importa se sia quella giusta e se sia poi giusto che qualche testa debba rotolare. Si preferisce trovare un colpevole che ci inserisca d’ufficio fra i non colpevoli.

In questo mondo di nemici-immagine non si risolve nulla, ma si mette la polvere sotto il tappeto facendo finta di non accorgersi che il cumulo ormai è perfettamente visibile.