LA LIBERTÀ, FRA FIORI DI MIOSOTIS, È ANCELLA DELLA GIOIA D’AMARE, di Leonardo Migliore

Ti ho portato con me tutta la notte,

gravante sui pilastri della gabbia toracica

un blocco di tufo il mio respiro spossava.

Estenuato dall’affanno,

borbottando a precipizio a intervalli quasi regolari,

ti ho rivolto frasi smembrate,

un sibilo estremo con pause a rincorrere altre pause.

Ho accumulato falsi trofei in armadi senza fondo,

un’inutile nave congiunge la mia infanzia alla disperazione per “taedium vitae”,

vele stracche

su ondate sonnolenti

portano via le mie chimere.

L’amore segue in bacio diverse arterie,

uno zampillo che si volge verso l’alto per poi ricadere da ogni lato.

Ho guardato oltre le tenebre,

nell’anello della luce dove ogni cosa è

ho posato gli occhi.

Il mio cuore si è fermato,

nelle sue cavità stagna sangue denso impossibile da pompare.

Avrei voluto almeno piangere la mia pena infinita

e, piano piano, sciogliere i miei lacci

per farti circolare nel mio corpo.

Qualche maldestro spirito ancestrale avrà succhiato la mia anima

e una pietra ha risputato.

Non ho voluto,

ancora stamattina non ho preso una tua foto fra le mie mani.

Ho deciso che un piatto scheggiato,

una mela tagliata a metà,

fette di pane raffermo,

una caffettiera di ceramica crepata lungo il manico,

come in Chardin,

restassero se stessi

e non divenissero, nell’oscurità delle lacrime,

oggetti di commiserazione.

Che siano appagati i sensi ma non lo sia lo spirito non mi soddisfa del tutto,

siamo di più di ciò che sembriamo, siamo quello che amiamo!

Viviamo nei paesaggi di una goccia d’acqua,

siamo le ostriche del cielo,

gli architravi dei sogni,

siamo l’eterno e anche il suo contrario,

siamo lattine dal bordo dorato di ananas sciroppato

circonfuse dalla straripante luminosità percorsa da vibrazioni e fremiti

di Francesco Guardi.

Siamo ammaliati da «Rugantino», commedia musicale universalmente conosciuta,

Nino Manfredi e Lea Massari incidono il brano «Roma non fa’ la stupida stasera»,

una indissolubile connessione di musica e sensibilità,

una poesia immortale che ha donato un sogno a una città e al mondo intero.

Vorrei prendere per mano Nino Manfredi,

condurlo scalzo per i vicoli fra le case gonfie d’un tempo che puzzavano di vecchio,

montare assieme su un carretto e arrestarci sulle arcate di ponte Sisto.

Tutto tace,

ho la sensazione di essere finito nella tela di un pittore.

Compone schizzi in bianco e nero,

sui tetti getta rugiada di rose e la vita di colpo accende.

Con straordinaria abilità aggiunge macchiette di uomini e d’animali,

gli spettatori s’accalcano con calma, spiccando uno alla volta sul fondo tratteggiato.  

Trasforma il mio aspetto:

ne ricava uccelli canterini stilizzati che, su una balaustra,

cadono in assordante quiete.

Sequenze di un fumetto ora riproducono la mimica di Nino

e in successive nuvolette un letterista riporta:

“Roma nun fa’ la stupida stasera

Damme ‘na mano a faje di’ de sì

Sceji tutte le stelle più brillarelle

Che puoi e un friccico de luna

Tutta pe’ noi

Faje senti’ ch’è quasi primavera

Manna li mejo grilli pe’ fa’ cri cri

Prestame er ponentino

Più malandrino che c’hai

Roma reggeme er moccolo stasera.”

Sei ancora nel pozzo della mia tristezza,

i tuoi vapori acidi mi corrodono lentamente.

Non so se aprendone il coperchio di cemento

come un sole che vuole nascere ne usciresti

e tutto in strisce di luce svanirebbe.

I tuoi occhi buoni, il tuo sorriso, un fugace arcobaleno

nella mia piccola stanza.

Mentre scrivo,

come Pablo Neruda nella scuola di Barbiana,

danzeresti su di me,

incroceremmo i nostri sguardi

e cieco mi renderesti.

Tornerebbe così a parlare solo il cuore parole di verità dettate da Dio,

voleremmo oltre il tempo nel vento,

toccheremmo un momento che pochi percepiscono, la quintessenza dell’esistenza.

Il leone di san Girolamo distrugge i muri,

la mente è una carrozza in orbita trainata da cavalli scalpitanti,

sei dentro la candela del mio corpo in un prato sfolgorante di colori

che mi rievoca le avventure dei primi amori.

Fermiamo l’attimo,

restami ancora dentro

per ogni lacrima che cade giù dalla nuvola alla quale ho prestato il mio sguardo,

ascoltiamo in silenzio il canto degli uccelli,

la musica della nuova alba che ci lega in un miracolo

è poesia.

È una smania che mi rapisce,

consapevolezza, desiderio e malattia,

è, sotto le palpebre schiuse nella folla di foglie,

primavera di margherite e di nontiscordardimé,

diadema di una selvatica armonia.

È quasi tempo che tu sorga.

Il mio cuore ha ripreso a pulsare,

ogni suo battito profuma di germogli fioriti.

La libertà emotiva non può sottendere la paura della dimenticanza.

A ogni mio passo tu ci sarai,

l’amore è acqua che non disseta se smettiamo di bramarla,

è pranzo che non sazia mai a sufficienza,

è desiderio che nasce dall’assenza di stelle (“de-sidera”).

La beatitudine fiorisce durante le carestie e le siccità interiori.

Non si può più regredire a scambiare un povero per un paio di sandali

(«Libro di Amos», capitolo 8, v. 6),

non si può più vendere un fratello come schiavo ai mercanti in viaggio per l’Egitto

(«Genesi», capitoli 37-46).

Promettimi solo una cosa prima di alzarti nel firmamento:

abbracciami per un istante lungo un secolo con tutta la tua anima

fin quando nei miei occhi nuova luce rinascerà.

Papà mio, questa è la preghiera che con la forza dell’anima e le sue facoltà

per noi dirigo verso lo Spirito Santo,

affinché possiamo collegarci nella gioia a Dio Padre e a Dio Figlio.

La dedizione a un fine si fa pane della storia.

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_ Foto dal web di una pianta di nontiscordardimé che racchiude una piacevole sorpresa.

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