Era un custode di un parco di una amena cittadina di provincia. Lo chiamavano il custode creativo. Qualche volta aveva chiuso prima il parco e la gente rimasta dentro aveva dovuto scavalcare il cancello. Qualche altra volta aveva aperto due ore dopo il parco. Quella fatidica volta non aveva chiuso il parco. In fondo lui svolgeva egregiamente le sue mansioni lavorative, era un custode volenteroso ed ineccepibile, però ogni tanto, raramente, aveva qualche svista, qualche distrazione. Andava sempre al lavoro a bordo della sua bella bicicletta. Non era un attacabrighe. Non aveva mai creato problemi di nessun tipo alla comunità. Si era sempre fatto  ben volere da tutti. Con i colleghi aveva degli ottimi rapporti. Era un individuo senza grilli per la testa. Onesto però molto solitario. Nessuno sapeva in fondo cosa pensasse realmente e cosa desiderasse. Gli bastava quella vita. Sapeva vivere da comparsa. Lasciava che altri facessero I protagonisti, che avessero la ribalta. Era ligio al dovere. Era un lavoratore instancabile. Non si limitava a custodire ma faceva anche il giardiniere. Era un tuttofare instancabile. D’altronde era di corporatura molto robusta. Ci voleva un uomo di grande vigore, di grande forza fisica che incutesse timore ai ragazzacci che maltrattavano le aiuole e scrivevano sui muri, ai maleducati che sporcavano per terra lasciando cartacce, ai padroni dei cani che non raccoglievano gli escrementi, ai maniaci latenti che andavano ad osservare le mamme con i passeggini. Mica potevano metterci un tipo secco, mingherlino, gracile! I suoi superiori gli chiedevano come mai non rispettasse gli orari di apertura e chiusura talvolta. Neanche lui ad onor del vero sapeva darsi una risposta. Eppure era un tipo intelligente che sapeva ragionare sulle cose. I superiori fimo ad allora si erano dimostrati comprensivi. Ognuno in verità ha le sue pecche. In fondo non era mai morto nessuno. Non era certo questione di vita o di morte. Il nostro custode creativo inconsciamente non amava gli orari. Ecco tutto! Non amava le imposizioni. Era insofferente alle regole. Era più forte di lui. Avrebbero dovuto farsene una ragione ai piani alti. Non gli piacevano soprattutto gli orari prestabiliti. Non gli piacevano le abitudini. Amava variare. Tutto qui. Niente altro. Che c’era di male? Era forse morto qualcuno? Ci voleva più flessibilità a questo mondo. Altrimenti avrebbe avuto la meglio la noia. La noia era un male insidioso dell’uomo contemporaneo. Lo aveva anche scritto Baudelaire. La noia era peggio dell’ozio, che come risaputo era il padre dei vizi. Concludeva quindi che lui variando orari di apertura e chiusura spezzava la monotonia, mutava molto leggermente l’ordine delle cose. Ogni cambiamento di orario era una piccola variazione infinitesimale. Non sarebbe stata determinante, sarebbe stata ininfluente. Non avrebbe cambiato certo il corso dei grandi eventi, le grandi dinamiche dell’universo. Pensò che dopo tutte queste considerazioni, anche se non aveva mai letto molti libri, si era saputo dimostrare un intellettuale a grandi linee, un buon filosofo di strada. Come aveva scritto su Facebook aveva imparato tutto dall’università della vita. Quando non era impegnato passava buona parte del suo tempo sui social. Li aveva adocchiato una certa Beatrice, dogsitter di un paese limitrofo, che però stava vivendo una relazione complicata con un fisioterapista, molto esaltato ed ultras della squadra della cittadina. Insomma un tipo a cui non soffiare la ragazza, anche se era un dato di fatto incontestabile che le ragazze in relazione complicata su Facebook sono quelle più propense a lasciare e a tradire. Per un attimo si mise a pensare ad una farfalla e alla teoria del caos. “Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”. Questa frase è del  film The Butterfly Effect del 2004. Lui ci pensò e ci ripensò. Ma poi dopo averci riflettuto per due minuti, concluse che era una grande sciocchezza, un piacevole paradosso teorico, che non aveva alcun riscontro pratico. E poi lui non credeva al caos. Cedeva in Dio. Tutto aveva un motivo. L’universo era governato da armonie prestabilite. Ma perché non aveva continuato a studiare? Perché non aveva intrapreso gli studi filosofici? Poi pensò che c’erano già tanti disoccupati pseudointellettuali, mentre lui aveva un lavoro vero e retribuito. Quella mattina aprì il cancello come suo solito. Il solito cigolio. Fece cento metri. Notò all’improvviso disteso su una panchina un ragazzo. Si avvicinò. Lo scrutò ben bene. Gli tastò il polso. Gli controllò il respiro. Il suo cuore si era fermato. Notò una siringa per terra. Era estate. Una sporca e maledetta estate. Il ragazzo, che indossava una maglietta a maniche corte, aveva dei segni sul braccio. Adesso era morto qualcuno. Cosa poteva fare? Cosa doveva fare? Era troppo tardi per chiamare i soccorsi. C’era scappato il morto. Tutto questo perché aveva lasciato aperto. Il ragazzo aveva approfittato di quella possibilità e dell’oscurità per andare a bucarsi. L’endovena era stata fatale. Erano attimi concitati quelli per lui. Avrebbe potuto farsi assalire dal rimorso. Avrebbe potuto chiamare i suoi superiori. Avrebbe dovuto chiamare un suo amico per aiutarlo a spostare il corpo a qualche chilometro di distanza. I giornalisti avrebbero versato fiumi di inchiostro. Il fatto sarebbe assurto alla cronaca nazionale. Che guaio! Che fattaccio! Forse la situazione non era del tutto compromessa. Forse c’era ancora qualche barlume di speranza. Lui invece non fece niente di tutto questo. Aveva mille pensieri per la testa, ma non agì minimamente. Decise che se era stato il caos a fare tutto ciò, lui avrebbe lasciato da lì in avanti fare tutto al caos. Come se nulla fosse si mise a fare per un’ora giardinaggio. Nessuno era entrato. Nessuno si era ancora accorto di niente. Nessun frequentatore, nessun visitatore, nessun disturbo. Lui si prese una pausa per fumarsi una sigaretta, vicino al cadavere come se nulla fosse. Era una sporca e maledetta estate.