Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

NAZIM HIKMET, 1942, tr. Joyce Lussu.

La poesia dedicata a Munever Audac, traduttrice in francese e polacco, fedele compagna degli anni più duri. Quando Nazim uscirà dal carcere di Bursa (condannato per aver diffuso clandestinamente le proprie poesie, avverse al regime) dopo 13 anni, grazie alle pressioni della Commissione Internazionale (Tzara Picasso Neruda Sartre) nel 1950, lei gli darà il figlio, destinatario di una delle liriche più belle “Forse la mia ultima lettera a Mehmet”. Hikmet proveniva da una famiglia di alti funzionari dell’Impero Ottomano: entrambi i nonni pascià, quello paterno poeta, quello materno filologo e storico, la madre, pittrice, aveva studiato a Parigi; il padre era capo dell’ufficio stampa del governo dei Giovani Turchi.

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