Erano le 7 di sera. Il sole stava tramontando. La giornata stava finendo. Mise un Cd dei Simply Red. Era in camera sua. Iniziò a canticchiare anche lui Holding back the years. Era una canzone che gli suscitava grande emozione, che lo immalinconiva profondamente, che gli evocava ricordi. Era passato molto tempo. Alcuni protagonisti di quegli anni erano scomparsi, altri non li vedeva più da tempo. Adesso nessuno ce l’aveva con lui. Adesso nessuno lo avrebbe picchiato. Holding back the years, ovvero trattenere gli anni. Il testo della canzone era banale, ovvio. Niente a che vedere con certe espressioni poetiche dei cantautori. Eppure quella canzone aveva fatto epoca negli anni ottanta. Era stata un successo internazionale. No. Lui non voleva trattenere gli anni alla fin fine. Erano i ricordi che ritornavano loro malgrado.

Certi fatti erano spiacevoli. La sua memoria non lo tradiva, era sempre efficiente. Ricordava sagome, volti, situazioni, atmosfere. La canzone però lo riportava indietro agli anni ottanta, quei maledetti anni ottanta. Ritornò alla mente a più di trenta anni addietro. Era scappato di casa. Aveva 16 anni. Aveva preso un treno e scelto Genova. L’indomani sarebbe stato interrogato dalla professoressa di italiano su un canto dell’inferno. Non sopportava Dante. Lo affascinava più la sua vita di esule che la Divina Commedia, che non sopportava con le sue terzine incatenate. I suoi endecasillabi erano perfetti, come le sue rime. Era tutto perfetto.

Il primo verso della terzina rimava con il terzo verso. Il secondo verso rimava con il primo verso della terzina successiva e così via ad libitum. Ma Dante era un ossessivo. Lui trovava Dante non solo un genio immenso ma anche un ossessivo sia per via della metrica così esatta che per via della sua donna. Pensava che si era fissato troppo con Beatrice e pensava anche che Gemma Donati, sua moglie, a sua volta poteva essere stata la Beatrice di qualche altro. E inoltre Dante chi era per mettere all’inferno questo o quel personaggio? E poi cosa gliene importava a lui delle interpretazioni dei versi della Divina Commedia? E infine quel Tommaseo!

Ogni volta che quel Tommaseo interpretava I promessi sposi o la Divina Commedia veniva considerata una interpretazione errata dai docenti. Non gli piaceva quel tipo di scuola. Non era colpa degli insegnanti ma dei programmi ministeriali che avrebbero dovuto essere aggiornati. Non ce la faceva più. Non gli interessava per niente studiare quando quattro bulli di periferia lo avevano picchiato e la ragazza che gli piaceva lo aveva rifiutato prendendosi gioco di lui. Non sapeva esattamente se facessero più male le botte prese o quel no secco e irriverente. Lui dopo quel rifiuto non aveva più messo piede in centro.

Quelli che credeva suoi amici lo avevano preso in giro sia per il rifiuto che per il fatto che se l’era presa. Alle ragazze non piaceva. Alcune di loro alle medie lo chiamavano Calimero per il fatto che era basso. A 16 anni era sviluppato ma gli erano comparsi i brufoli ed era ingobbito. Con lo sviluppo gli era venuta una scoliosi. Niente a che vedere con quei ragazzi piacenti e baldanzosi che camminavano come si suol dire a petto in fuori. Aveva a tratti  un volto orientalieggiante e per alcuni lineamenti un volto greco. Il naso era troppo pronunciato anche se non aquilino. Gli orecchi erano un poco a sventola. La fronte era alta. Le labbra troppo sporgenti. Ma forse non era quello. Era l’insieme fisicamente parlando oltre al fatto che era timido e goffo.

Aveva presso il treno con 70000 lire in tasca, quello che aveva trovato in casa. Aveva lasciato un foglio in una bottiglia di plastica lasciata in bella evidenza in mansarda dove studiava. C’era scritto: “non mi cercate. Vado via”. C’era troppa gente che ce l’aveva con lui in quei tempi. A volte pensava che tutto ciò sarebbe stato superato, che erano cose da nulla, che un giorno da grande avrebbe riso di quel periodo. Ma ne era così sicuro? Quella forse era una convinzione errata, fatta apposta per tirare avanti. Forse non sarebbe cambiato niente, anzi le contrarietà sarebbero aumentate. Aveva preso il treno. Non aveva trovato nessun conoscente. Nello scompartimento aveva trovato una bibliotecaria con cui si era messo amabilmente a parlare.

Non era né giovane né bella. Era già matura. Chissà che fine aveva fatto ora?!? Sicuramente era in pensione. Oppure era morta. In quei frangenti pensava che se la sarebbe cavata. Non sapeva cosa sarebbe successo una volta arrivato a Genova. Certo non era facile tornare a Genova. Probabilmente sarebbe ritornato a casa una volta finiti i soldi. C’era una cosa che non gli andava della sua famiglia. Tutti gli volevano bene, però non gli concedevano spazi. Erano troppo paurosi. Non gli concedevano libertà. Non gli avevano regalato il motorino, né il motore per paura. Non lo facevano rientrare tardi a casa. Niente di importante. Ma a quell’età come tutti aveva tanta voglia di diventare grande, di comportarsi da grande.

Se avesse vissuto a Genova non avrebbe più rivisto i bulli, certi suoi coetanei antipatici, certi suoi parenti insopportabili e quel medico di condotta che si dava così tante arie che lui si chiedeva sempre ironicamente se lo avessero candidato per Stoccolma. Poi era combattuto nel giudicarlo: da una parte il medico era un lavoro necessario e dall’altra parte ce n’erano così tanti, che c’era l’imbarazzo della scelta. Ma suo padre si trovava bene con quel medico e così doveva andare bene a tutta la famiglia, quando sarebbe stato così facile cambiarlo oltre che doveroso. Quella sua fuga era dovuta a tutta questa insofferenza nei confronti di certi individui, di certi soggetti che condizionavano in un certi qual modo la sua vita.

Allora la influenzavano in modo determinante. Lui lo sapeva anche allora che la fuga era un atto irrazionale ed irresponsabile, che avrebbe fatto davvero del male ai suoi genitori. Chissà quanto erano preoccupati?!? Ma lui non ce la faceva più. Sapeva che non avrebbe portato a niente. Era come un messaggio disperato. Era un gesto dimostrativo, ma non estremo perché lui amava la vita. Il suo non era un pessimismo universale. Sapeva che tutto gli andava male in quel determinato contesto, in quell’ambiente, con quelle persone. Non poteva certo generalizzare e pensare che quel piccolo mondo angusto di provincia rappresentasse tutto il mondo intero. Significava che la sua vita non gli andava.

Certamente avrebbe potuto rimanere a Genova uno o due giorni. Non di più. Una volta arrivato a Genova capì la differenza che c’era tra la provincia e la grande città. Sotto stazione era pieno di avvoltoi, di delinquenti. In provincia c’è una massa pseudo-criminaloide di persone, che fanno del male con voci diffamatorie o con trame ordite. Nelle grandi città esistono invece i veri criminali, quelli che rubano e che rapinano. Appena uscito dalla stazione notò che c’era un tipo losco che lo inseguiva. Forse lo voleva rapinare. Forse lo voleva aggredire sessualmente. Trovò subito una pensione ad una stella. Entrò subito. Si mise d’accordo con il titolare. Gli disse che avrebbe dovuto proseguire per andare a Milano da dei parenti.

Ma l’anziano non mangiò la foglia e disse che molti giovani scappavano di casa. Non aveva convinto quel signore che forse il giorno dopo avrebbe chiamato i carabinieri. Così non dormì tutta la notte. Stette in camera a riposarsi solo per tre ore e mezza. Per non addormentarsi tirò su l’avvolgibile. Le luci della notte entravano prepotentemente in quella stanzetta disadorna e male ammobiliata, male assortita. Non si addormentò e nel cuore della notte scese le scale e se ne andò. L’anziano titolare dormiva profondamente, stava schiacciando un pisolino nell’atrio e non si accorse di lui. Uscì e ritornò sotto stazione.

Fece una colazione abbondante, visto e considerato che non aveva cenato. Era mattina presto quando prese i pochi spiccioli in tasca e si recò alla cabina telefonica più vicina. Digitò il numero della ragazza che lo aveva rifiutato. Erano le 6 del mattino. Rispose proprio lei: “pronto. Chi è?”. Lui rimase in religioso silenzio. Lei allora esclamò: “che scherzi stupidi a questa ora!” e naturalmente riagganciò. Sembrava una telefonata anonima, ma non lo era. Era un modo per sentirsi vivo.

Da un lato stette meglio dopo aver sentito la sua voce, dall’altro capì che certe cose vanno attraversate e superate, come aveva scritto Cesare Pavese. Fu allora che decise di ritornare a casa. La canzone era finita. Fece mente locale. Quella musica lo aveva trasportato in una epoca troppo lontana. Sua madre lo chiamava. Forse aveva bisogno di qualcosa. Smise di canticchiare Holding back the years. Quella musica era finita.