«Che ti prende, bro’? Hai perso la lingua?»
Alzo gli occhi e incrocio lo sguardo di Alvin, il capobanda. Non rispondo, mi mette a disagio, con quell’espressione gelida che ha sempre addosso sotto la frangia biondo cenere.
«Allora?» incalza Danny, uno degli altri sfigati della nostra ganga di teppisti.
Mi mordo le labbra per non dire quello che mi sta passando per la testa. Una volta tanto, la mia pelle nera mi torna utile per non far vedere quanto sono sconvolto.
«Lascialo perdere, boss», dice un altro, tra una tirata di sigaretta e l’altra
Alvin mi squadra sospettoso ancora per un po’, poi sembra decidere di lasciarmi stare e si concentra sul cellulare.
Ha ancora a video la fotografia che ci ha appena mostrato. Una vecchia che cammina sul marciapiede, la nostra prossima vittima. Danny guiderà lo scooter e io seduto dietro di lui dovrò scipparla. Alvin ci fa vedere la strada dove faremo il colpo, spiegando dove dovremo affiancarla e dove potremo girare l’angolo per sparire.
«Aspettate che esca dalle poste, ci va ogni due settimane a ritirare i soldi, la seguite da lontano per centro metri, ecco qui è il posto perfetto. Ci vediamo domani, stessa ora. Adesso andate.»
Esco dal garage puzzolente del vicolo e mi alzo il cappuccio della felpa sulla testa. Vestito di nero, sono praticamente invisibile in questa zona buia di periferia. Non è il primo scippo che devo fare, ma stavolta è diverso. La vecchia non è una vecchia qualsiasi. Non è un fantasma anonimo di questa città di cui non mi importa un bel niente. Quella è nonna Adele, abita al primo piano del condominio dove sto io, è amica di mia madre, che le fa le pulizie; ogni tanto ci regala i biscotti fatti da lei.
A volte la incontro per le scale e lei prova sempre a salutarmi, ma io la ignoro. Non sarebbe da duri, e io sono un duro. Ho diciassette anni, a scuola sono più i giorni che non vado che quelli in cui mi presento. Sto sempre per strada e non m’importa se i miei mi odiano per questo. Anch’io li odio.
Ma nonna Adele, no. Per quanto io mi sforzi non riesco a odiarla come odio tutti gli adulti. C’è qualcosa di diverso in lei. Forse perchè mi ricorda mia nonna, anche se Adele è bianca e minuta mentre mia nonna era nera, alta e massiccia come sanno essere molte donne africane. Sono gli occhi, credo. Lo stesso sguardo che ti capisce senza giudicare.
Per questo scappo quando la vedo. Non sopporto la gente che intuisce quello che pensi.
La mia banda adesso vuole scipparla di quei quattro soldi che si porta a casa, che spesso servono per i pennarelli nuovi di mia sorella o la visita medica per mia mamma che ha mal di schiena.
Non mi piace. Non è come il solito. Ma non posso deludere la banda. Alvin non me lo perdonerebbe mai, mi caccerebbe via e forse si vendicherebbe in chissà che modo. Perderei gli unici amici che ho al mondo. È stato così difficile farsi accettare in una banda di bianchi…

Mentre sto ancora pensando a cosa fare, arrivo davanti al mio condominio. Senza guardare verso le finestre aperte di nonna Adele, apro il portone e salgo le scale a tre gradini per volta.
«Sono a casa! » grido dopo aver chiuso la porta di ingresso. Mi infilo nella mia stanza per sfuggire a mia madre che già mi sta raggiungendo.
«Malik, non sei andato a scuola neanche oggi, vero?»
Mia madre è riuscita a entrare in camera mia e cerca di farsi guardare in faccia. Ma non è proprio il momento adesso, ho troppi pensieri. La scanso per buttare lo zaino dietro la sedia stracolma di vestiti sporchi.
«Lasciami stare, ma’.»
«Dove sei stato? È ora di cena, non ti sei fatto sentire tutto il giorno! Ancora un’ora e chiamavo la polizia.»
«Che polizia? Stavo in giro, ma’.»
«Beh, è l’ultima volta che la passi liscia. Intanto stasera non mangi. Vedremo se cambierai atteggiamento quando ti morderà lo stomaco!»
Per tutta risposta mi butto sul letto col cellulare in mano e sbuffo. Lei mi guarda a braccia conserte, poi sospira e finalmente se ne va. Appena chiude la porta della camera, appoggio il telefono a fianco e mi sdraio. Non ci voleva questa nuova idea di lasciarmi a digiuno, ho già una fame mostruosa. Penso a nonna Adele e ai suoi biscotti e la mia pancia risponde con un brontolio avido.

La mattina dopo esco presto per evitare la mia famiglia e all’ora stabilita vado all’appuntamento con Danny all’angolo del vicolo. Ho deciso di far finta di nulla e di scippare nonna Adele. In fondo le porterò via qualche spicciolo, non si tratta di tanti soldi. Cercherò di non farla cadere e nessuno si farà male. Soprattutto, avrò dimostrato di essere all’altezza di Alvin e della banda. Indosso il passamontagna e il casco integrale e partiamo in scooter. In due minuti raggiungiamo le poste del quartiere. Aspettiamo che Adele esca, con la sua piccola borsa appesa al braccio sinistro, proprio verso la strada. È fin troppo facile fregarla, dovrebbe stare in guardia, ma quella vecchia non ha la minima percezione della cattiveria. Danny accende lo scooter e accelera. Si avvicina ad andatura normale, poi all’improvviso sterza a destra e affianca nonna Adele. Afferro la borsa e filiamo via come il vento. Mi volto solo per un momento e la vecchia sta urlando disperata, fa qualche passo verso di noi agitando le braccia. Non è caduta, penso sollevato, non si è fatta niente.
Dopo qualche minuto di corsa Danny gira nel vicolo e si infila in un garage. Subito dopo chiudono il basculante e siamo in salvo. Alvin afferra la borsa e tira fuori le banconote dal portafoglio. Saranno 200 euro. Impreca, si aspettava di più. Infila i soldi in tasca.
«Dopo ci rifacciamo. Ho visto un appartamento pieno di roba, lo ripuliremo nel pomeriggio. Ci vediamo qui alle 5. Malik, questa falla sparire», mi ordina mentre mi getta addosso la borsetta.
Annuisco con la testa e la infilo dentro il mio zaino, poi lascio il casco e il giubbotto su un tavolaccio e me ne vado.
Vado a comprarmi qualcosa da mangiare e mi rintano in un angolo del parco del quartiere, l’unico posto decente di tutta questa zona. Non riesco a pensare, ho la testa confusa. Mi sento in mezzo alla nebbia, come se dovessi scegliere da che parte andare. Non ho nessun riferimento su cui contare. Ho l’impressione che qualsiasi cosa decidessi di fare sbaglierei comunque, visto che sono anni che mi ripetono tutti che sono una causa persa.
Alzo gli occhi per guardarmi attorno. Non c’è nessuno, sono da solo nel parco. Vorrei guardare cosa c’è dentro la borsa di nonna Adele, tanto nessuno lo saprà mai. Tutta quella roba sparirà al più presto in qualche cassonetto della spazzatura, quindi perchè preoccuparsi?
Apro lo zaino e, lasciando la borsetta dentro, guardo cosa c’è. Le solite cose delle vecchie: ventaglio, portafoglio, scatola di medicine, fazzoletti, occhiali da vista, caramelle. Poi vedo che c’è anche una fotografia. Nonna Adele che abbraccia mia sorella più piccola Fara, sorridente e felice nei suoi cinque anni con le mani e il naso infarinati.
Ho un ricordo vago di Fara che raccontava di aver fatto i biscotti con nonna Adele il mese scorso. Mi sento sempre più a disagio. Se non sapessi chi sono, direi che mi sento in colpa.
Apro il portafoglio e vedo le foto sulla carta d’identità, sulla patente. Una carta del medico per comprare delle medicine. Per nonna Adele sarà una seccatura incredibile doversi rifare i documenti e il tutto il resto. Probabilmente mia madre l’aiuterà.
Chiudo lo zaino e resto a guardare il laghetto delle tartarughe poco distante. Ho un pensiero che rimbalza dentro la testa. Potrei lasciare la borsa in qualche posto dove Adele la troverebbe. Perchè costringerla a tante fatiche? Ha già perso i suoi soldi. Alvin e gli altri non lo saprebbero mai. Mi alzo in piedi e sovrappensiero torno verso casa con la borsa nello zaino. Non so ancora dove piazzare la borsa, devo essere sicuro che sia lei a trovarla e non qualche altro disperato come me.
Senza accorgermene, arrivo davanti a casa e il portone è aperto. Salgo i gradini e entro nell’androne. C’è mia madre e mio padre che parlano con nonna Adele. Comincio a sudare, che sappiano? Forse lei mi ha riconosciuto? Forse….
«Malik, eccoti», mi fa cenno mia madre «Vieni a sentire, la signora Adele è stata scippata, che mascalzoni!»
Mi avvicino con cautela, il pensiero della borsa nel mio zaino è un tormento. Mi sembra di avere un neon sopra la testa con scritto “colpevole”.
«L’hanno sorpresa fuori dalla posta, tu che sei sempre in giro non hai mica visto gente strana che girava da queste parti?»
Mi sento spalle al muro, ma nessuno mi sta accusando. Nonna Adele pende dalle mie labbra, è così piena di speranza, si fida persino di me. L’unica, per quanto ne sappia. Forse non sono una causa così persa, se qualcuno riesce ancora a credere in me. Capisco che cosa devo fare, è chiaro. E il momento è ora o mai più.
«In realtà, ho trovato la borsa di nonna Adele al parco. Gliela stavo riportando.» dico.
I miei genitori sgranano gli occhi, il loro stupore è tangibile. Nonna Adele invece ha già le lacrime che scorrono.
Mi tolgo lo zaino dalle spalle e lo apro. Tendo la borsa che Adele afferra subito con amore e se la stringe al petto.
«Non ci sono soldi» dico, un po’ più disinvolto, «ho guardato i documenti per sapere di chi era.»
«Non importa, grazie ragazzo mio!» mormora nonna Adele.
Senza che possa far niente, mi abbraccia e mi stringe forte. Mio padre è commosso. Mia madre sorride e mi guarda con un’espressione che sembra dire: puoi raccontare quello che vuoi ma io ho capito tutto.
Arrossisco ma per fortuna nessuno se ne accorge. Ebbene sì, per una volta ho fatto il bravo ragazzo invece che il delinquente. Anche i duri hanno un cuore, si dice, no?
Adele mi lascia andare e ci invita tutti a prendere il tè. La seguiamo quindi dentro l’appartamento, quando un grido ci richiama nell’androne. È mia sorella Peculiar, quella più grande, che sta farneticando qualcosa di incomprensibile urlando a squarciagola.
Mio padre si precipita a capire che succede, finché lei prende un respiro e butta fuori lo scoop tutto d’un fiato.
«Hanno arrestato la banda di Alvin il serbo! Li hanno beccati mentre rubavano!»
D’istinto guardo l’orologio. Le sei. Dovevo andare al garage alle cinque, per il colpo di cui parlava Alvin!
«Hanno fatto scattare l’allarme e non sono riusciti a scappare!» finisce di dire mia sorella.
Mia madre applaude, non le è mai piaciuto Alvin. La banda è famosa perché dà del filo da torcere a tutti nel quartiere. Io mi appoggio allo stipite della porta d’ingresso di nonna Adele.
La banda. La mia banda. Arrestata. E io non c’ero. Se non fossi tornato a casa per nonna Adele, sarei stato lì anch’io a rubare. Avrebbero preso anche me. Mi chiedo spaventato se Alvin dirà alla polizia che uno dei suoi è ancora fuori. Forse no. Non sa che ho cambiato idea sulla mia vita e che non sarei più andato al garage del vicolo.
Nonna Adele si avvicina e mi mette una mano sul braccio.
«Vieni dentro, giovanotto. Hai l’aria stanca. Ti faccio un caffè.»
Mi guardo attorno e guardo la mia famiglia. Parlano fitto e l’affetto che passa tra loro mi avvolge da qui. D’un tratto non ho più voglia di scappare da tutto questo.
«Sì nonna. Eccomi.»

(foto dal web)

Racconto di Rosanna Boaga, dal blog: https://rosannaboaga.wordpress.com/2021/09/04/malik-e-nonna-adele/