Aveva circa settant’anni ed era giunto troppo presto sulla soglia del divenire. Alto e magrissimo con un cappello di paglia in testa che doveva aver pressappoco la sua stessa età e la pelle bruciata dal sole, raggrinzita e così aderente alle ossa da farlo somigliare più ad uno spaventapasseri che ad un uomo. Parlava usando parole difformi con le quali sembrava voler plasmare una realtà fittizia, non immediatamente riconoscibile come tale, anzi spesso fraintesa per quella oscura deformità che si attaccava alle percezioni modificandole a seconda dell’umore del momento. Aveva a volte la sensazione di camminare persino capovolto esprimendo un sottosopra di parole disorientate ma precise e perfettamente consone alla sua innata sensibilità. Questo era il suo abituale modo di vivere la realtà indefinibile dei propri pensieri. Abitava da lungo tempo ai margini d’una innocua abitudinarietà, ignorata per lo più dalle altre persone che in un primo tempo lo avevano accolto con generosità e rispetto, riguardo al suo eccentrico isolamento ed alla sua placida bonarietà.

Questo era successo tre anni prima, quando il piccolo villaggio ai margini del bosco cominciava a ripopolarsi di famiglie tranquille e laboriose. Il vecchio era giunto di notte dopo aver camminato a lungo raggiungendo una minuscola baracca che presto aveva trasformato in un comodo rifugio. Nulla con sé se non l’essenziale d’un mistico viandante. Un pezzo di pane, un orcio di vino ed un libro consunto dall’uso che ne era stato fatto nel tempo.

La mattina dopo era stato avvistato nei pressi del lago da alcuni pescatori che avevano riferito della sua presenza al villaggio. Il vecchio non era certo che la sua fosse un’esistenza normale, cioè capace di adattarsi alla routine d’un piccolo centro abitato. Così preferì rimanere distante coltivando nell’intimo un suo particolare anticonformismo.   Conforme “era appunto il nocciolo della questione, il quid intorno al quale si giocava l’intero suo tormento. Da quale parte del vocabolario avevano estratto quella strana espressione? Il vecchio si faceva vedere nel villaggio solo quando decideva di entrare nell’unico negozietto attrezzato del paese per la vendita di libri. Solitamente dava uno sguardo ai vari volumi, li sfogliava, li prendeva in mano, ma non acquistava mai nulla malgrado fosso roso da un fortissimo desiderio di leggere.  Negli anni aveva costruito all’interno del suo rifugio diversi scaffali adatti ad accogliere una non piccola biblioteca… tutti rigorosamente vuoti. Nella biblioteca spiccava un solo grande volume denominato “Dizionario della lingua incoerente “. Di scriverlo se ne occupava lui stesso, accrescendone le pagine con dedizione quotidiana. Le pagine erano vergate d’una scrittura minuta ma bella, di quelle antiche ed immediatamente riconoscibile per la sua mirabile calligrafia ma con un’unica stranezza: le parole erano tutte capovolte come se il vecchio le avesse scritte a testa in giù. Ogni giorno aggiungeva nuove parole alle pagine, preferibilmente quelle più istintive o altre messe insieme alla fine d’una lunga estenuante notte di meditazione. Non era necessario che le parole avessero senso anche se a volte in certo qual modo un significato lo si poteva intravedere.

Più passava il tempo e più egli sentiva l’urgenza di procedere spedito al completamento dell’opera. Forse l’aver abbandonato il suo vecchio nomadismo in favore d’una piacevole confortevole stabilità, l’aveva spinto a più miti consigli. Possiamo dunque dire che avesse un progetto? Forse a volte   lo pensava. A volte invece si ricredeva supponendo non senza motivo d’essere lui stesso il progetto.  Ma poiché un programma avrebbe certamente presupposto un demiurgo, abbandonava presto anche questo pensiero.

Una parola al giorno, solo una parola al giorno, che veniva trascritta con estrema minuziosità sulle pagine bianche del grande vocabolario. A fianco di ognuna non una definizione ma dei molteplici suggerimenti, essendo per sua convinzione le parole suscettibili di svariati significati.

(continua)