C’è la crisi e i clienti scarseggiano. In negozio spesso non c’è niente da fare. Io divago follemente come sempre. Continuo a guardare l’orologio. Penso a tutto. Penso a vita e morte. Mi metto a riflettere sulla vita. Poi mi metto a pensare al mondo. Divago follemente come sempre. Accade che la mia mente approdi all’infinito, dia la forma al nulla, inizi un corpo a corpo con l’esistenza. Penso a tutto: penso all’inizio e alla fine, che poi forse è la stessa cosa per chi, come me, gioca a nascondino con i giorni.  Che mi resta da fare? Forse tenterò fughe, improvviserò partenze, accamperò nuove scuse.  Ma per ora non c’è un istante iridescente, che colora le mie giornate. Un battito di mente è ormai come l’oscillazione di un metronomo: scandisce la monotonia usuale.  Ci vorrebbe una novità. Ci vorrebbe una ragazza che ci stia. Non si può procedere continuamente tra neologismi, assenze, invettive.  Ci vuole qualcuna che scantoni gli spigoli della mia identità affastellata sul divano. Ci vuole qualcuna che mi invii cartoline senza aver sbagliato destinatario:  qualcuna con cui andare al cinema e con cui immortalarsi in un’istantanea.  Insomma ci vorrebbe una storia sciocca e banale per un individuo mai stato singolare.  Ma non è facile: non mi illudo. Intanto passa il tempo e in questo negozio non è ancora entrato nessuno. Passano le mamme con i passeggini. Un bambino poi appoggia le mani sui vetri e la mamma lo lascia fare. Ora le strida di adolescenti sono sovrane nell’aria per qualche attimo. Ma questa non è stagione di saldi e nessuno è ancora entrato. Continua il conto alla rovescia. Mancano due ore alla chiusura. Io mi siedo sempre su questa sedia e poi conto le macchine che passano. Guardo la gente che passa di fretta. Qualcuno sosta davanti all’ingresso. Qualcuno appoggia la bicicletta sul muro di questo vecchio palazzo. Si fermano a guardare le vetrine ed io guardo i loro sguardi per intuire la loro luce. E’ un modo anche questo per passare il tempo. Quella ragazza passa come sempre davanti al negozio. Mi guarda sempre. Ma lo so che mi prende in giro. Passa sempre di qui per andare in ufficio. Fronte spaziosa, capelli a caschetto, corpo sinuoso, glutei perfetti. L’ha data a tutti tranne che a me come nella celebre canzone di Venditti. Io non ho niente per innamorarla, ma poi chi può dirlo? C’è anche chi si invaghisce del niente. Ma è estremamente raro. Le ragazze vogliono uomini belli. Le ragazze amano anche gli uomini forti. Ma tra i pochi o i molti pretendenti a disposizione si accontentano anche soltanto di uomini ricchi. Io però non sono ricco. Delle questioni di sesso sorvolo. Fisiologia dell’innamoramento? Di certo un inziale rinnovamento. Ma lasciate fare ancora al tempo: dura poco quello sdilinquimento. In definitiva è poco il turbamento e molto il tormento. Manca trenta minuti alla chiusura. Un uomo si affaccia da un davanzale. Guarda il lastricato della piazza. Un passante, rapito forse dai riflessi del sole, si ferma a guardare il suo orologio. Poi continua a guardarsi attorno: forse è la prima volta che viene in questa cittadina. Chi vede per la prima volta un posto non ha gli occhi della memoria, le spesse lenti dell’abitudine. Una ridda di voci si tuffa nel cielo. La brezza dissolve una matassa di sillabe congestionate. Una donna si attarda sulla soglia di casa. Sotto il portone cerca le chiavi o forse riordina i pensieri? Questo paese è come tutti gli altri paesi. Non succedono mai cose strane. Il sabato sera i giovani danzano sui tavoli in qualche locale. Gli anziani invece portano a giro il cane oppure curano i loro orti. Tutti attendiamo qualcosa. La vita di tutti è come un romanzo incompiuto tenuto nel cassetto. Dopo aver vagato con la mente sono finalmente contento: è finito anche questo giorno di lavoro.

Sono a casa. Abbiamo fatto dei lavori ultimamente. Mio padre con la pistola ad acqua ha tolto il muschio dai muri. Ora ci siamo messi a verniciare il soggiorno. Un imbianchino costa caro al giorno d’oggi. Un lavoro come questo costerebbe una bella cifra. Ogni volta che presentano il conto sono dolori per le nostre tasche. “Sono contento quando io controllo la buca delle lettere e scopro che non c’è posta e quindi non c’è niente da pagare”….  così dice mio padre. Ha anche comprato un rotolo con manico allungabile per evitare le impalcature per questo soffitto. Ha raschiato le pareti. Dopo qualche istante sono corso in bagno, perché uno schizzo di vernice mi ha dipinto un occhio. Per il resto non c’è nulla di nuovo. Chi sono io? Io ora sono solo un mentecatto, che osserva le foglie del tiglio del giardino. Sono solo l’idiota, che osserva quelle foglie a forma di cuore verdolino e seghettato. Lontano i ragazzi giocano a pallone, le mamme fanno scorrazzare i figli. Hanno ginocchi tinti d’erba e di sangue.

Ora basta: spengo il televisore. Mi chiedo come mai le persone non si annoino di  televendite, di tutti i calciatori milionari e dei vip pagati a peso d’oro per fare soltanto delle ospitate. Esco fuori. Mi fa bene dell’aria. C’è il riflesso del sole sul fiume. C’è un gioco di luci e di vento ed io osservo e cammino lento. Gocce di pioggia tamburellano sul dorso di questa stagione. C’è l’odore di asfalto bagnato, che sale nelle mie narici.  Oltre le case ci sono spighe, capolini, fili d’erba, petali e chiome d’albero. La natura sembra ricoperta da un sudario. Le labbra sfiorate dal vento. La cadenza della campagna quieta assolverà rossori sopra i muriccioli e respiri smorzati dall’indolenza. Sorvola la siepe di alloro e giunge ai miei orecchi l’eco delle risate degli amanti. Io sono la ragione, che mi attanaglia. Sono il nonsenso, che mi aggroviglia. Continuo a camminare. Sono sospeso sul confine tra città e campagna. Ascolto il fruscio dell’erba, il sibilo del vento, lo stormire delle fronde. Ora mi metto a camminare nel parco. L’ombra degli alberi si adagia di sghembo sull’erba e sull’argine. Il crepuscolo è un  equilibrista sul filo di questo giorno. Mi metto a pensare alla mia giovinezza. Un ricordo tra i tanti. Alle pendici dei colli Euganei salutai per l’ultima volta il viale dei platani e quel collegio di salesiani. Inchiodato alla mia incoscienza andavo in giro con la tonaca a bere e ad approcciare ragazze. Mi ricordo ora la moltitudine delle foglie morte e calpestate dopo aver varcato il cancello. Non ho più rivisto i preti, la cuoca e la cara penombra del refettorio. Mi ricordo l’ultimo giorno. Un’ultima tazzina di caffè a quel bar vicino. Fuori c’era una pioggerella fitta, ma era una giornata afosa. Guardai le mie scarpe. Presi un fazzoletto dalla tasca per asciugarmi la fronte madida. Inspirai e presi la mia valigia. In un amen salii sulla corriera. Era finito un capitolo della mia vita. Mi metto a pensare che siamo solo una manciata di ricordi o poco più. L’anno, che è passato, nella memoria non è fatto di giorni e di mesi, ma è solo un montaggio di immagini. L’anno che verrà finirà dove l’anno passato, finirà tra gli anni passati. Tutti gli anni non sono altro che un montaggio di immagini. Ma è meglio non pensarci troppo. Ho fatto quattro passi per digerire la cena. Penso ancora alla mia gioventù. Ci furono tempi in cui uno sguardo causava un rossore, sfiorare l’orlo di una gonna causava un’erezione. Amori non corrisposti e passanti di quei tempi dove siete andati? Vi guardavo e mi sentivo lascivo, mi scrutavo in giro come un bandito. A proposito di passanti ed amori non corrisposti mi viene in mente una poesia di Montale. Mi piacciono molto i versi di una poesia di Montale, facente parte della raccolta “Satura II”, intitolata “Le revenant”: “Mi chiedo perché i fili di due rocchetti /si sono tanto imbrogliati….”. Il grande poeta in questa lirica si ricorda, guardando una rivista clandestina d’arte, di un pittore, che ha fatto la corte a sua moglie. Un pittore di cui si era scordato il nome. Ma che ritorna improvvisamente alla memoria, dopo che ha visto un suo quadro. Non viene preso in esame solo il tema dell’amore non ricambiato visto indirettamente, ma anche il fatto che i destini umani sono una matassa ingarbugliata (che non si riesce a sbrogliare). Talvolta i fili si incontrano in un punto solo, brevemente, ma in modo decisivo per almeno una delle due persone.  Poi si allontanano irreversibilmente e corrono separati come due universi paralleli. Sto giocando con i miei ricordi. Penso per un istante all’infanzia. Da bambino sentivo i fischi dei treni e quando mi affacciavo al balcone vedevo la stazione, la fabbrica, le tute blu che entravano meste. La sirena scandiva le giornate: un suono metallico, che sferzava l’aria e salutava le case e i rioni della città.   Ma ora è meglio rincasare. Ora ritorno a casa e vado a dormire.

Ieri era l’ultimo giorno di lavoro. Sono in ferie e questa mattina parto per Padova. Vado col treno. Sono in stazione. Mi metto a guardare gli orari. Poi faccio la file per il biglietto. E’ il mio turno. Pago. Prendo il resto. Percorro il solito sottopassaggio. Poso sull’asfalto della banchina questa mia vecchia valigia verde. La pensilina mi ripara dal sole. “Questi treni non sono mai puntuali” esclama un’anziana signora. L’altoparlante aveva già annunciato l’arrivo un quarto d’ora fa. In lontananza viene avvistato il convoglio. L’altoparlante invita alla prudenza. Arriva il treno e io ci salgo in fretta. Studenti, pendolari, turisti: ogni treno è un multiverso  folle (raro il passaggio dimensionale). Appoggio la testa sullo schienale. Guardo sempre fuori dal finestrino.  Poi arrivo a Firenze. La solita noia in sala d’attesa. Le donne con il carrello da evitare. Salgo di nuovo su un altro treno. I controllori che timbrano i biglietti, le gallerie per giungere a Bologna. Nell’aria ascolto brandelli di conversazioni altrui. Ad esempio due ragazze dicono di non voler chattare più, perché è sempre meglio non fidarsi. E’ sempre meglio non incontrare uno sconosciuto, che potrebbe essere un malintenzionato. Poi una delle due ragazze si mette a raccontare di una sua esperienza traumatica con un tipo folle. Dice che un maniaco la perseguitava. Per mesi ha sostato nel sottoscala, l’ha importunata, ha ammiccato, le ha fatto la posta ed ha più volte provato ad avvinghiarsi. Dice che se lo sognava anche di notte. Invece un tale, forse un professore, dice ad una ragazza che niente si salverà ormai. Dice che questo sistema non si autoregola e che c’è un grande spreco di capitale umano. Dice che governano le multinazionali ed ogni diritto del lavoro ormai è obsoleto come del resto gli stessi lavoratori. La ragazza annuisce e dice anche lei che il declino è inarrestabile e che restano ormai solo le macerie delle sovrastrutture ideologiche di un tempo. Dice che non poteva essere altrimenti e si chiede che cosa si possa fare adesso. Io mi chiedo chi è veramente felice oggi e penso che beato è chi vive pienamente ed inconsapevolmente questa epoca. Poi mi metto a pensare a due miei ex compagni di appartamento, entrambi morti. Riccardo è morto in un incidente stradale. Ritornava da una festa tra studenti. La macchina sbandò. Tutti gli altri non si fecero niente. Ma Riccardo, che era seduto di dietro invece, morì poco più che ventenne. I genitori giunsero a Padova che era già morto all’ospedale. Riccardo era uno studente molto diligente. Era innamorato di Tiziana, che stava nel collegio delle suore. Ma la Tiziana stava con un altro. Quando accadde la disgrazia io facevo il servizio civile dai salesiani. Avrei potuto esserci io quella sera. A Riccardo il destino negò amori, la laurea, il lavoro. Avrebbe potuto essere un ricercatore universitario. Ma in un solo istante il destino azzerò tutte queste possibilità. Ed ora non so neanche che cosa faccia e dove viva la Tiziana. Simone invece è morto a trentasei anni a Londra. Si pensa che sia morto per un malore. Hanno fatto anche l’autopsia. Con Simone parlavo sempre delle mie letture ed era uno dei pochi, che aveva letto le cose che scrivevo. Era venuto anche a casa mia ed io una volta ero andato a casa sua. Ci frequentavamo spesso anche quando non abitavamo più  a Padova. E’ morto solo a Londra. Ci eravamo persi di vista. Molto probabilmente aveva scelto di vivere a Londra, perché c’era più divertimento e più vita. Molto probabilmente in Inghilterra si sentiva più libero. Ma non lo so con certezza. Un tempo parlavamo molto di libri e di idee. Discutevamo di tutto. L’ho sognato una notte. Ma mi ricordo ben poco. Il sogno al risveglio è subito svanito. Mi sembra molto strano che non esista più, che non respiri e che non parli più. Ma forse è solo la sorpresa per la scomparsa prematura,  visto e considerato che l’aldilà è molto più popolato di questo nostro mondo. Ricordo che una volta Simone mi disse: “non cercare mai una meta, perché l’unica meta è il viaggio”. Ed ora non esiste più. E’ già molto difficile cercare di capire la vita, ma per la morte non c’è niente da fare: la morte è incomprensibile. Siamo solo una infinitesima parte del tutto e possiamo capire il tutto solo in modo infinitesimo. Il disegno è imperscrutabile. Nel frattempo sono giunto a destinazione. Sono arrivato a Padova e cerco un albergo. Mi si avvicina un tipo stralunato, avvinazzato e molto trasandato. Mi strattona subito per un braccio, mi guarda come un pazzo e mi dice: “sono ovunque. Si. Sono in ogni luogo. Si infiltrano. Si insediano dappertutto”. Dopo aver delirato se ne va. Continuo a cercare un albergo. Ne trovo uno davvero economico e c’è anche l’aria condizionata. Salgo al primo piano. Giro la chiave. Entro nella stanza. Sistemo tutte quante le  mie cose. Mi sdraio sul letto per mezz’ora. Quindi vado a fare un giro fuori. Cammino sotto i portici. All’improvviso la sua sagoma. Mi riconosce e ci salutiamo. Ci scrutiamo, restiamo in piedi. Siamo vicini al tavolo di un bar affollato. Era da anni che non ci vedevamo. L’odio è reciproco. Sciorina convenevoli logori. Ripercorre a ritroso il passato, alternando banalità e certezze. Si tratta di ponderare le parole e il tono. Devo dimenticare per qualche istante ruggini, divergenze, dissapori passati. Per qualche istante devo cercare di conciliare l’inconciliabile. In fondo si tratta di calcolare parole, pause, sovrapposizioni. Riflettere su ogni implicazione, sull’effetto di ogni frase detta. Si tratta di soppesare e rallentare l’eloquio. Non devo farmi trascinare dalla rabbia in sconfinate terre di nessuno. Si tratta di cercare di distogliere lo sguardo da quel suo sguardo inquisitore per farmi cullare da queste volte, per perdermi in questi ghirigori di luci di insegne e di case. Dopo dieci minuti di conversazione  io inizio a chiedermi che senso ha avuto conoscerci e che senso ha questo nostro incontro così casuale. Poi ci congediamo. E’ già sera. Cammino e mi imbatto continuamente in comitive di studenti. Vado a cena in una  pizzeria. Mangio un primo e la pizza. Ordino anche una bottiglia di acqua gassata. Pago il conto e ritorno in albergo a dormire. Non c’è più niente che mi leghi a questa città. Ho già deciso che domani tornerò a casa.

Sono tornato a casa. Sono ancora in ferie. Sono passati ormai quattro giorni in cui sono stato per la maggior parte del tempo a letto a riposarmi. Qui io non ho niente da fare. Scende la sera. Sono in canottiera. Voglio uscire e fare un giro in centro. In cinque minuti mi vesto e mi pettino. Mi lavo il viso e mi guardo allo specchio. Inforco gli occhiali da sole e prendo la bicicletta. Mi sento protetto dagli sguardi altrui quando inforco gli occhiali da sole. Giunto in centro incontro subito Lele. Ci conosciamo dai tempi della scuola. La marinavamo per andare insieme a guardare le belle commesse di Pisa. Noi parliamo sempre di come va il mondo. Ci diciamo che c’è una grande crisi economica, che l’America ha i piedi d’argilla, che la Cina ci fotterà tutti quanti. Parliamo delle nostre vite, della vita di questa cittadina. Parliamo della gente che conosciamo e di come adesso sbarcano il lunario. La via principale del centro è un brulichio continuo, un viavai perenne di giovani corpi adolescenti che si sfiorano. Ora guardo gli archi delle logge della Pretura e la torre dell’Orologio. Guardo gli ultimi raggi di sole. Mi metto per qualche istante a riflettere, a meditare. Quindi andiamo a bere un buon bicchiere di vino rosso al banco di un bar. I soliti convenevoli. Una pacca sulla spalla. Sorride amaro. Guardo i suoi occhi. Le sue mani nervose gesticolano sempre. La barba è incolta. Poi il barista prende un liquore da una mensola e mi versa da bere. Guardo le piastrelle del pavimento. Musica leggera in sottofondo. Bevo e penso a tutti i gemiti e a tutti gli ultimi respiri esalati di questo istante comunissimo. Salutiamo il barista. Usciamo fuori e camminiamo. Fuori ha inizio un temporale. Tuoni e lampi e il solito randagio, che piange e abbaia al cielo. Grandina sul gazebo, che protegge i tavolini. Grandina sui tetti. Il vento fa sbattere le persiane di due finestre lasciate aperte. Parliamo e ci diciamo che un uomo da solo in una stanza non può fare niente: è solo una mistura di narcisismo e riservatezza. Ascoltiamo le voci della città. Ci diciamo che dovremmo muoverci. Dovremmo viaggiare. Dovremmo vedere nuovi paesaggi e nuovi paesi. Dovremmo incontrare nuova gente. Chissà dove vanno a nascondersi gli insetti quando piove? Piove e il cielo bagna terra e polvere. Piove su di noi: sulle nostre mani e sui nostri capelli. Piove sulla cadenza dei nostri passi e sulle ombre degli alberi. Piove sui nostri pensieri e sulle nostre frasi. Così ci affrettiamo per metterci a riparo.   Aspettiamo che smetta. Ci rifugiamo in un altro bar. Continuiamo a parlare di tutto e di niente. Accanto a noi stanno a spettegolare due vecchie zitelle inacidite. Ci mettiamo a parlare della situazione in generale. Lele mi dice che tutto ciò era prevedibile. Siamo nati mentre la lotta di classe infuriava e le eminenze grigie di stato (uno stato che a tratti latitava) destabilizzavano per stabilizzare. I giovani di destra ammazzavano i giovani di sinistra e viceversa. Assemblee e spranghe. Bastava capirlo subito. Siamo cresciuti nel disimpegno più totale degli anni ottanta mentre le ideologie morivano e la scienza e la tecnologia diventavano padrone e gli scrittori e i filosofi soffrivano di complessi di inferiorità nei confronti degli scienziati. Bastava capirlo subito. I giovani avevano in testa falsi miti americani e macchine di grande cilindrata e viaggi esotici e soldi facili e ballerine seminude (ma niente moralismi). Discoteche, ectasy e cocaina. Bastava capirlo subito. I privilegi e le prebende dei politici aumentavano. Aumentavano la ricattabilità e il clientelismo. Più si era ricattabili e più c’era probabilità di avere successo in politica. Nel frattempo il debito pubblico aumentava vertiginosamente a causa dello statalismo, dell’assistenzialismo, del dirigismo. Nel frattempo i ricchi diventavano sempre più ricchi ed i poveri più poveri e scompariva il ceto medio. Bastava capirlo subito che questo nuovo secolo non sarebbe stato niente di buono. All’improvviso Lele cambia completamente argomento. Mi dice che nessuno ha più notizie di Andrea da tre giorni. Andrea ha litigato con la moglie. Lo tradiva quasi con tutti ormai. Hanno già avvisato carabinieri e polizia. Nessuno sa con certezza cosa gli sia successo. Nessuno sa se sia fuggito o se sia scomparso per sempre. Gelosia? Orgoglio ferito? Desiderio di possesso? Ci diciamo che a quello che viene comunemente chiamato amore manca ormai la mistica e la passione. Resta solo un avvinghiarsi di corpi. Adesso una campana rintocca. Mi dice che Andrea gli ha lasciato una lettera prima di far perdere ogni traccia. Lui l’ha data agli inquirenti, ma prima l’ha fotocopiata. La lettera non lascia sperare niente di buono. Inizio a leggerla. C’è scritto: “ Se è vero come scrisse Seneca che moriamo a poco a poco ogni giorno, la vita e la morte sono intrecciate in modo indissolubile. Ma tu morte, a differenza della vita, te ne stai in disparte, ti presenti solo per rapirci definitivamente dalla vita. Morte, tu sei muta!!! Non puoi dirmi quante volte mi sei girata attorno, quante volte mi hai sfiorato. Non puoi dirmi a quanti passi sei da me. Ma quel giorno sarò niente e forse sarò nel niente. Sarò senza passato, senza presente e senza futuro: liberato finalmente dalle categorie di spazio e tempo. Mi incasseranno in una bara. Il mio odore sarà l’odore della morte. Coloro che verranno solo per presenza al mio funerale se ne staranno distratti alla messa nelle ultime file a parlare sottovoce. Lascerò il mondo con le sue osterie, i suoi uffici, le sue fabbriche, le sue piazze, le sue strade, le sue case, le sue beghine e le sue puttane. Lascerò i baci, le carezze ai cani, i sentimenti pii e i desideri inconfessabili. Tutti i nostri anni, i nostri istanti di gioia, di noia, di dolore saranno niente. Tutte le cose che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto finiranno nel niente; tutte le cose che avremmo voluto fare e non ci hanno lasciato fare finiranno nel niente.  Chissà se ci sarà un attimo per fare pubblica ammenda del tempo sprecato? Resteremo solo nella memoria delle persone a noi care.  Noi avremo la forma del vento, il peso di un raggio di sole. Forse vedremo tutta la nostra vita in un istante”. Così c’è scritto nella lettera e tutto farebbe pensare ad un suicidio. Restiamo in silenzio. Guardiamo questa nostra cittadina: nostra culla, nostra casa e anche nostra tomba. Ci ha visto nascere e crescere. Ci vedrà invecchiare e morire. Ogni tentativo di fuga è vano. Guardiamo il chiosco del giornalaio e poi la facciata della stazione. Guardo il vento, che gioca con la polvere. Lo sguardo ora teso verso l’orizzonte. Le nuvole torturano il cielo: questo cielo che sembra riflettere il vuoto.

E’ passato un giorno. Sono a casa, che mi sto facendo un caffè. Sono una menzogna necessaria queste luci lontane negli occhi, che eclissano ogni senso compiuto. Il mio desiderio forse non esiste più. Il mio desiderio non è altro che un pettirosso ormai costretto a nutrirsi di molliche di pane raffermo. Questo mio desiderio forse è solo un questuante, che riceve solo monete false o fuoricorso. Sento il trillo del campanello. E’ Giorgio. Gli apro la porta. Ha una scarpa slacciata e i capelli scompigliati. I pantaloni bianchi sdruciti. La camicia con il collo inamidato. Mi dice che Andrea è ritornato e che si è ubriacato per tre giorni. Ha rischiato il coma etilico. Il medico gli ha prescritto degli antidepressivi e dei tranquillanti. Passerà anche questa come tante altre. La ferità si rimarginerà. Io gli dico che è meglio essere una bestiola che pascola, procrea e ignora la precarietà della vita. Gli dico che una bestia non ha la persistenza del passato né alcuna aspettativa del futuro. Una bestia monta e non fa l’amore. Anche Giorgio mi dice che a volte è meglio essere animali che uomini. Invece per gli uomini è diverso. La pelle di ognuno ad una certa ora cerca altra pelle: ognuno vuole uscire da sé stesso in qualche modo ed in qualche luogo. E poi a volte mi sembra che accada tutto in un istante: l’istante in cui l’arma si fa omicida oppure quello in cui la depressione si suicida oppure quello in cui la cellula folle si ammala oppure quello in cui l’infarto arresta la vita oppure quello in cui un colpo di sonno perde la guida. Ma forse è solo un’impressione. Poi lui guarda fuori dalla finestra. Le ombre lunghe del crepuscolo si impossessano della campagna. La luce livida è solo un inganno. Forse. Una mosca impigliata nella tela del soffitto. Il ragno osserva la sua preda. Il silenzio si interpone tra di noi. Gli storni ora sostano sul gelso per cibarsi di more.  Poi partono per destinazioni a noi ignote. Infilzano l’aria con ali e becco, mentre riassetto pensieri ed anni.  Il polline e la polvere, traghettati dal vento, sorvolano prati e campi.  Cerco l’eterno in una fenditura, in uno spiraglio tra le nuvole. Ma la  luce non apre nessun varco, non crea uno slargo nel cielo plumbeo che non trascolora.  C’è solo l’eco delle nostre voci nella stanze vuota, non ammobiliata. Restano solo sillabe distorte e bestemmiate al cielo inquieto. Questa è l’ora in cui c’è chi si chiude nella sua stanza per risvegliare pensieri scaduti, per fare bilanci esistenziali o solo per immaginare l’usura del tempo. A quest’ora gli uomini si chiudono davvero nella propria cella. Tra poco si accenderanno i lampioni. La luce della luna e la rugiada si adageranno sui prati e sulle case. La notte addormenterà le nostre cose.