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Gli attentati dell’11 settembre 2001

Il racconto del giorno che ha sconvolto gli Stati Uniti

Pentagono – Alle 9:37, il volo American Airlines 77, partito dal Dulles International Airport di Washington D.C con destinazione Los Angeles, si schianta contro il Pentagono. Nell’impatto muoiono i 64 passeggeri a bordo e 125 persone che si trovavano dentro la struttura. L’aereo è stato dirottato da cinque terroristi ed è il terzo attentato della giornata.

Pennsylvania – Alle 10.03, il volo United Airlines 93, partito dall’aeroporto di Newark con direzione San Francisco, si schianta a Shanksville, in Pennsylvania, in aperta campagna. Non è ancora certo quale fosse l’obiettivo dei dirottatori, si pensa volessero dirigersi verso Washington DC, per colpire il Campidoglio o la Casa Bianca. Durante il dirottamento c’è un’eroica rivolta dei passeggeri, molti di loro riescono anche a chiamare coi loro cellulari a casa. Grazie a quelle telefonate (strazianti) si è potuto ricostruire quello che è successo a bordo.

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L’11 settembre 2001, alle ore 8.46, un volo dell’American Airlines partito da Boston con destinazione Los Angeles viene dirottato e colpisce la Torre Nord del World Trade Center di New York, tra il 93° e il 97° piano.

Quelle 8.46 segnano l’inizio del giorno più cupo della storia degli Stati Uniti.

Ma se in un primo momento si pensa a un incidente, alle 9.03 lo scenario è chiaro. Un altro aereo finisce nella Torre Sud, tra il 77° e l’85° piano. Viene avvertito il presidente George W. Bush che quella mattina si trova in una scuola elementare in Florida e l’America capisce di «essere sotto attacco».

Il numero delle vittime dei primi due attentati è enorme: 2.753 persone.

Tra coloro che muoiono durante gli attacchi e i successivi crolli delle Torri, 343 sono vigili del fuoco di New York, 23 gli agenti di polizia e 37 gli ufficiali dell’Autorità Portuale. Circa l’80% sono uomini.

Ma l’incubo non è finito. Alle 9.37 un altro aereo si schianta sul Pentagono e nell’impatto muoiono i 64 passeggeri a bordo e 125 persone che si trovavano dentro la struttura.

Alle 10.03 l’ultimo aereo cade in un campo in Pennsylvania, probabilmente l’obiettivo era la Casa Bianca o il Campidoglio, ma per motivi ancora non chiari, non c’è mai arrivato, si pensa grazie anche a una rivolta dei passeggeri scoppiata a bordo. Muoiono le 40 persone sul volo. 

Quattro dirottamenti, 19 terroristi di al-Qaida, quasi tremila i morti. Manhattan è avvolta da una nube bianca che incanutisce i suoi abitanti, c’è un rumore costante di sirene di ambulanze che si spostano da un parte all’altra della città, una colonna sonora che suonerà per giorni.

Così come per giorni si sentiranno gli allarmi delle macchine impazzire, si vedranno i camion rossi dei pompieri-eroi che sfrecciano in tutte le direzioni in gara contro il tempo, gli ospedali invasi, le file di gente che dona il sangue (36 mila le unità di sangue donate al New York Blood Center).

New York è una città in ginocchio. Le porte delle sue case serrate per la paura che stia per succedere ancora qualcosa. Si scava senza sosta sperando di trovare vita sotto quelle montagne di macerie (1,8 milioni solo le tonnellate di detriti) ma più passano le ore e più la speranza lascia il posto alla disperazione. Quella disperazione della gente che è finita in mondovisione.

L’11 settembre 2001 guardiamo tutti alla Tv lo svolgersi di uno dei momenti più atroci della storia: gli attacchi in diretta, il fumo, gli uomini gettarsi dai grattacieli.

«Sembra un film», ci diciamo, increduli, dai nostri divani. Quelle immagini così forti e strazianti costruiscono e si radicano in una memoria collettiva che ci fa sentire parte della tragedia americana.

Tanto che, gli anni successivi, ci chiediamo: «E tu dov’eri?». Come se fosse importante dove ognuno di noi si trovasse in quelle ore.

Forse lo è. Perché in modo diverso, avendo chiaro che quel giorno sono i cittadini di New York a pagare il prezzo più alto, l’11 settembre ha cambiato la storia di tutti.

Dopo decine di anni di pace e serenità, in Occidente è tornata la paura. Un paura sconosciuta, di quello che poi è stato soprannominato «il nemico invisibile» che ci ha costretti a ripensare al nostro modo di vivere. Ha cambiato come viaggiamo, come ci sentiamo in metropolitana a Madrid, o in una piazza a Nizza.

Dopo quel giorno, l’America è tornata a fare la guerra. In Iraq e in Afghanistan. Il 20 settembre 2001, gli Stati Uniti dichiarano la «guerra al terrore» in risposta agli attacchi: «Iniziamo con al-Qaeda, ma non è finita lì», dice al Congresso l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush. «Non finiremo fino a quando ogni gruppo terroristico di portata globale è stato trovato, fermato e sconfitto».

Due guerre dopo — che hanno ucciso decine di migliaia di civili e sono costate trilioni di dollari agli Usa — sappiamo che non è andata così. Che «la guerra al terrore» post 11 settembre non ha liberato il mondo dal terrorismo e che ancora oggi, soprattutto dopo gli ultimi avvenimenti di Kabul, quel terrorismo rimane una minaccia. Infatti, con il ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan, una delle preccupazioni è che alcuni gruppi estremisti trovino più spazio per proliferare e organizzarsi.

Vent’anni dopo l’11 settembre, abbiamo voluto ricostruire i passaggi che lo hanno segnato. I dati, le vittime, l’analisi sui crolli delle Torri. Per ricordare e cercare di capire il giorno che ha cambiato la storia dell’Occidente e per raccontarlo a chi non c’era. Vent’anni dopo, abbiamo voluto ricostruire i passaggi che hanno segnato l’11 settembre. I tempi, i dati, le vittime, l’analisi sui crolli delle Torri. Per ricordare il giorno che ha cambiato la storia dell’occidente e per raccontarlo a chi non c’era.

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