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Carlo Baviera

A metà del mese di luglio, nella sezione Lettere de Il Piccolo, è stata pubblicata la missiva firmata di una lettrice che lamenta il fatto di essersi trovata all’ingresso del Municipio di Casale Monferrato, dove si era recata per alcune pratiche, una persona addetta a fornire indicazioni che sfoggiava sull’avambraccio un vistoso tatuaggio del duce; e si chiedeva giustamente come sia possibile che come “biglietto da visita del Comune sia una persona che ostenta senza pudore un simbolo del genere”.

In seguito alla lettera risponde l’Anpi di Casale Monferrato che chiede all’Amministrazione di intervenire.

«Chiediamo che l’Amministrazione comunale di Casale Monferrato, città che ha vissuto l’eccidio dei tredici partigiani della Banda Tom per mano dei fascisti locali e la tragedia di molte famiglie ebree inviate nei campi di sterminio nazisti, verifichi e faccia piena luce su questo episodio e prenda immediati e decisi provvedimenti. Non si tratta di un fatto di poco conto! Casale Monferrato è una città antifascista e in Comune, che è la casa di tutti i cittadini, non possono e non devono comparire simboli inneggianti al passato regime fascista» spiegano dall’associazione presieduta da Gabriele Farello.

Casi, come quello descritto e a volte atteggiamenti violenti verso giornalisti, che si ripetono ormai spesso negli ultimi anni. Perché il famoso “sdoganamento” di circa 30 anni fa ha prodotto questi frutti; prevedibili! Non c’è più pudore nel nascondere adesione a ciò che la Repubblica non consente.

Già all’inizio delle vita democratica, anche a seguito dell’amnistia “Trogliatti”, con la quale il Governo cercava di porre fine alle divisioni recenti e a far ripartire la normalità dei rapporti civili, ci si trovò con non pochi coinvolti nel passato regime reinseriti nella pubblica amministrazione e nella scuola.

L’amnistia era stata per noi qualcosa paragonabile a quella che sarà la Commissione per la verità e la riconciliazione per il Sudafrica degli anni novanta del secolo scorso. Solo che, nel nostro caso, non fu preteso nessun pentimento, né alcuna richiesta di perdono. 

Ci si trovò addirittura nella necessità di emanare una Legge (la Scelba) contro la riorganizzazione e l’apologia del disciolto partito fascista “che miri a denigrare la  democrazia,  le  sue  istituzioni  e  i valori della Resistenza, svolgendo  propaganda  razzista, ovvero rivolgendo una attivita’ rivolta alla esaltazione  di  esponenti,  principii,  fatti  e  metodi  propri del fascismo  o  con  manifestazioni  esteriori  di carattere fascista”.

Ciò nonostante è da allora che la questione continua a riproporsi e peggiora di anno in anno:  non solo partiti che si rifanno a quella ideologia e a quei personaggi si possono presentare alle elezioni, ma con l’arrivo di alcuni gruppi (comunque denominati, scioltisi e ricostruitisi in altre forze politiche) addirittura al Governo del Paese oltre che in numerosi Comuni e Regioni ci si trova di fronte ai fatti denunciati sul giornale Il Piccolo e a situazioni in cui esponenti di queste posizioni dettano legge e vengono considerate (proprio perché sostenute dal voto popolare) normali e compatibili con la realtà democratica. Conseguenza, come ricordato,  dello “sdoganamento” che il berlusconismo ha consentito e attuato largamente: con le conseguenze che tutti constatiamo.

Addirittura chi pone rilievi e osservazioni è giudicato non democratico. Perciò alla fine viene zittito colui che difende le leggi che prevedono che la Repubblica sia antifascista. Mentre chi guarda al passato e si esalta dei miti del ventennio gira indisturbato per le istituzioni, le rappresenta, diventa uno pari agli altri.

Morale  la Legge Scelba e la successiva Legge Mancino (che ha ribadito ulteriormente l’incompatibilità fascista) esistono da anni; ma di fatto servono a poco. Chiunque può presentarsi alle elezioni senza essere contestato da coloro che devono decidere se ammettere o meno alla competizione sia politica che amministrativa. Continuano a succedere fatti come a Ostia dove si prende a manganellate una troupe televisiva; si lascia che le Curve degli stadi siano troppe volte in balia di gruppi connotati politicamente (bene ha fatto un calciatore laziale a presentarsi ai nuovi tifosi cantando “Bella ciao”, facendo imbestialire la curva: Totò direbbe “ho detto tutto”). Chi deve sapere sa, le persone i gruppi le associazioni non a posto le si conosce: ma si agisce per bloccarli? per disinnescare il pericolo per la democrazia?

Continuiamo a stupirci o a indignarci ma servono interventi preventivi. E anche ai Sindaci che si vogliono presentare come brave persone si deve spiegare chi possono e chi non possono reclutare come collaboratori;  e anche spiegare (sempre ai Sindaci) che le infamie degli oppressori e quelle degli oppressi che pervicacemente continuano a mettere sullo stesso piano nei discorsi ufficiali delle celebrazioni storiche, restano infamie, ma hanno un peso diverso e non pareggiano il giudizio storico su un ventennio distruttivo per l’Italia. Così come le nefandezze di Stalin o dei partigiani titini non possono servire per cancellare le brutture di quel ventennio.

Su queste cose vorremmo vedere un impegno deciso delle forze parlamentari e la richiesta insistente di formazione da svolgere nelle aule scolastiche. Invece ci si perde su altre questioni, dimenticando che il rispetto delle diversità e la difesa di tutti i diritti derivano dalla piena attuazione della Costituzione, che è e resta antifascista; e derivano dalla cultura e da una coscienza formate ed educate all’antifascismo.

In alternativa continueremo a leggere lettere di disgusto e di stupore sui settimanali locali. E senza nessun vaccino (in questo caso) che ci protegga dalla deriva.