Aveva iniziato a bere ogni tanto a venti anni, ma solo in alcune situazioni, in alcuni eventi. Comunque tutti o quasi cedono a quell’età, soprattutto durante alcune uscite. Una birra al pub, due drink superalcolici in discoteca. Beveva in compagnia, con gli amici. Era puro conformismo. Niente più. Come fumare una sigaretta ogni tanto durante la ricreazione al liceo in compagnia per scacciare l’ansia per una interrogazione o solo per farsi grande con le ragazze. Il problema è che poi resta il vizio e questo vale sia per il fumo che per il bere. Lui fumava perché era uno sfogo, un modo per calmarsi e un modo per concentrarsi. Le sigarette facevano male ai polmoni, alla gola, alla prestanza sessuale, ma favorivano la concentrazione. Una volta finiti gli studi aveva trovato un lavoro come impiegato e qui si era imbattuto anche in un datore di lavoro che lo mobbizzava. Il titolare dell’azienda lo sottoponeva ad angherie e vessazioni. Suo malgrado lui era costretto a tollerare l’intollerabile. Era andato da un avvocato, ma gli aveva sconsigliato di fargli causa per mobbing. Purtroppo il padrone aveva il coltello dalla parte del manico. Sapeva lui che verso dargli. Il nostro sospettava di tutto e di tutti. Il suo nemico era un ricco imprenditore che dava lavoro a molti nel paese. Molti cercavano di arrufianarsi in tutti i modi. Molti erano disposti a servirlo in ogni modo. Lui non poteva fidarsi di nessuno perché era troppo vasta la rete clientelare. Non si poteva confidare coi colleghi che avrebbero riportato tutto per filo e per segno al padrone. Lui si scriveva tutto. Scriveva ogni azione mobbizzante. Ma sapeva che era tutto inutile. Avrebbe voluto fargliela pagare, a volte nel tempo libero rimuginava e aveva degli scatti di rabbia. Ma realisticamente parlando era impossibile anche minimamente avere giustizia. Il suo titolare con gli altri era severo, ma era solo con lui che era intrattabile. Nessuno lo poteva capire. Non trovava alcun sostegno emotivo né psicologico. I suoi genitori erano stanchi di sentire le sue lamentele. Così aveva iniziato a bere veramente. Aspettava la fine di ogni mese per ubriacarsi. Faceva il giro dei bar. Non gliene importava niente di ciò che dicevano nel paese. Un barista lo aveva rimproverato che la sua ubriacatezza era molesta, che disturbava i clienti. Lui in realtà voleva solo parlare con qualcuno, ma nessuno lo considerava. Entrava in un bar si faceva due drink. Poi passava ad un altro. Quindi ad un altro ancora. Gli importava poco del tempo che faceva, se c’era il sole che spaccava le pietre o se invece era iniziato a piovere a dirotto. Era noncurante di tutto. Gli piaceva quell’ebbrezza. Gli piaceva l’alcol nelle vene. Gli piaceva poco il vino. Faticava a mandarlo giù. Gli piaceva poco in genere ogni bevanda alcolica. La beveva solo per andare su di giri, per avere uno stato alterato di coscienza. Reggeva molto bene l’alcol. Fino ad allora non gli aveva dato alcuna allucinazione né alcun disturbo alla memoria. E poi molti grandi scrittori bevevano. Non a tutti prendeva allo stesso modo. C’erano anche persone che passavano indenni dal tunnel dell’alcolismo. Aveva sentito dire una volta alla televisione che uno inizia ad essere alcolizzato quando inizia a bere da solo. Ma la definizione era inesatta secondo lui, che forse era una eccezione a quella regola. Lui era un forte bevitore. Non era dipendente fisicamente dall’alcol, forse solo un poco psicologicamente. Cercava ogni tanto di approcciare una ragazza, ma questa ecco subito che gli serviva un due di picche. Così non gli restava che gustarsi il suo superalcolico al banco del bar oppure più in disparte seduto ad un tavolino. La cosa che lo intristiva più profondamente era vedere tutti fidanzati, tutti in comitiva o in un gruppuscolo di amici. Si sentiva sempre più maledettamente solo. La vita di paese non gli offriva granché, era povera di stimoli. Lui ormai per molti era un ubriacone, un alcolizzato. In realtà lui alzava il gomito una volta ogni mese oppure ogni mese e mezzo, ma per i più maligni lui era perso ormai nell’alcol perché per questi lui andava ad ubriacarsi nei bar un giorno su due. Ma tutto ciò non poteva essere vero: dove e come avrebbe potuto trovare tutti quei soldi per bere così tanto? Non aveva ancora, come si suol dire, il fegato spappolato. Poi non era vero che la voce del popolo era voce di Dio. Una volta si era confidato ad un barista dei suoi problemi lavorativi, ma si era accorto che il padrone della sua azienda aveva le sue spie e gli aveva fatto terra bruciata. Il padrone diceva peste e corna di lui. Di certo non lo avrebbe referenziato, non gli avrebbe scritto alcuna lettera di raccomandazione. Il suo titolare ce l’aveva a morte con lui e si divertiva a vederlo soffrire. Ogni volta che il nostro beveva diceva a sé stesso che sarebbe stata l’ultima volta ma poi ci ricascava. Era una coazione a ripetere. Non trovava verso di smettere. Aveva anche provato ad andare da uno psicologo ma anche questo non era servito a niente. Ogni tanto mentre era completamente alticcio gli sembrava di aver capito tutto, ma era solo un istante. Nulla più. Un cocktail valeva l’altro. Non aveva preferenze. Ogni tanto trovava una persona empatica con cui scambiare quattro chiacchiere o addirittura con cui intavolare una discussione: momenti come quelli valevano la bevuta, anche se talvolta la serata finiva con una vomitata e con il cerchio alla testa. Riusciva a conversare amabilmente anche quando era sbronzo e mai l’avevano visto barcollare, cadere. Alle volte al settimo o ottavo superalcolico l’eloquio era più incerto. Aveva conosciuto, seppur in maniera superficiale, tutti i baristi del centro e gli avventori abituali. Aveva conosciuto Giorgio, un barista che anni addietro era stato dentro per droga e che si ostinava a mettere alto il volume della musica, nonostante le proteste dei residenti e le ordinanze del sindaco. Aveva conosciuto Laura, una milanese trapiantata in Toscana per amore e che aveva dato un nome esotico al suo bar. Aveva conosciuto Ugo, che aveva un bar alla scesa del ponte, alla cosiddetta passerella. Il comune gli aveva espropriato i terreni e ci aveva costruito delle scuole. Lui aveva messo su un bar lì vicino per la figlia, che però soffriva di attacchi di panico. La preside della scuola più vicina gli aveva promesso che avrebbe lasciato il cancello aperto ai ragazzi durante la ricreazione in modo che loro potessero recarsi al suo bar a fare merenda. Ma poi le promesse non erano state mantenute, il cancello era stato chiuso e i ragazzi facevano colazione con bibite e merendine di una cooperativa che veniva all’interno della scuola. Aveva conosciuto Gerry che fu il primo a fare gli apericena, i cosiddetti after hours. Il nostro mobbizzato  aveva capito perfettamente che era questione di apparenza e di salvare le forme. Molti ragazzi non andavano a ubriacarsi nei bar del centro, ma nei pub o nelle discoteche in ore notturne. Lui andava in bicicletta però e dopo aver bevuto non rischiava la vita. Una volta era cascato di bicicletta, aveva picchiato nel muretto della sua abitazione, ma aveva avuto solo qualche escoriazione, qualche sbucciatura ai gomiti e ai ginocchi. Alcuni invece prendevano la macchina, bevevano e poi si leggevano i loro nomi sui giornali. La cosa più grave che gli era successa era la seguente: era andato a finire su una macchina in corsa, ammaccandola. Però la sua famiglia era assicurata e l’assicurazione aveva pagato interamente le spese di carrozzeria. Ogni volta che tornava a casa salutava i suoi e poi si catapultava in bagno a lavarsi i denti in modo che il dentifricio attenuasse l’odore di alcol nell’alito. Di solito comprava nei bar delle gomme da masticare per lo stesso identico motivo. Ma un ubriaco si vede anche dagli occhi lucidi, da come cammina e si sente da come parla. I suoi genitori tolleravano ma non erano fessi e se ne accorgevano. A loro dispiaceva che loro figlio si buttasse via così, si autodistruggesse e si facesse vedere così vulnerabile e fragile in definitiva da chi gli voleva male. Il datore di lavoro era il solito aguzzino, ma la sorte stava girando. Ci fu un grave incidente in quella ditta: un morto sul lavoro. Come non aveva curato i rapporti umani, il cosiddetto clima organizzativo, il padrone non aveva tenuto in considerazione la sicurezza sul lavoro. Il nostro non poteva rallegrarsi dei guai che erano arrivati al suo titolare perché era perfettamente cosciente che era stata persa una vita, che era morto un padre di famiglia, un operaio che era anche suo amico. Non nutriva perciò nessun spirito di rivalsa o vendetta, ma in cuor suo sapeva che per quell’uomo così ricco e così ingiusto era venuto il momento di fare i conti con la giustizia e poi se fosse stato un minimo onesto anche con sé stesso e la sua coscienza. Il nostro dette le dimissioni. Fu disoccupato per molto tempo e smise completamente di bere. Da allora fu sempre sobrio. Per il paese il datore di lavoro continuò ad essere un beniamino e l’incidente sul lavoro venne ritenuto una fatalità, una disgrazia, anche se la colpa era sua.  Per il paese il nostro invece continuò ad essere un ubriacone, anche se nessuno lo vide più in centro.