Erano due soci. Il socio di maggioranza era un ingegnere. L’altro era un diplomato. Uno aveva il 60% e l’altro il 40%. Avevano una piccola azienda di mobili nel Sud. Erano benestanti. I tempi erano duri. C’era la crisi tremenda che investiva  l’intero settore. L’Ikea stava dominando su tutti. I piccoli mobilifici chiudevano. I distretti industriali scomparivano. Nella loro zona erano l’unico mobilificio dignitoso rimasto. Gli altri erano morti che camminavano: piccole ditte in procinto di fallire, aziendine che con l’acqua alla gola chiedevano il concordato. Anche loro avevano chiesto un prestito alla banca, che glielo aveva concesso. Da alcuni anni il bilancio finiva in pareggio. Si prendevano poco più di uno stipendio di impiegati dall’azienda: eppure erano i titolari. Valeva la pena rischiare per così poco? Il gioco forse valeva la candela? L’ingegnere da alcuni mesi era diventato intrattabile. I rapporti umani non erano mai stati il suo forte, non suscitava molta simpatia, ma era difficile ormai averci a che fare, starci vicino. Sembrava che non volesse essere disturbato, sembrava distante, sembrava che quell’azienda non lo riguardasse. Forse aveva qualcosa che lo preoccupava, forse aveva un problema di salute lui o forse un suo familiare. Era comprensibile il suo stress. Era da tanti anni che tirava avanti l’azienda. Era lui che aveva la visione globale di tutto. Era lui che prendeva le decisioni e non sbagliava quasi mai. Spiegava, delucidava e poi dopo aver illustrato ogni cosa facevano come diceva lui. Era la vera anima della società. Era lui il mattatore, la mente di tutto. Era di una intelligenza brillante. Ma perché era diventato così difficile averci a che fare? Forse intravedeva delle nubi nere all’orizzonte? Aveva avuto dei segni premonitori o forse il suo pessimismo era dettato dalla solita profonda conoscenza delle problematiche annesse e connesse all’azienda? Di punto in bianco apparentemente decise di chiudere l’azienda. Ne parlò con il suo socio. Lo convinse che quell’azienda non aveva futuro, che era meglio evitare il peggio, che chiudere in quel momento sarebbe stato indolore. Dovevano pagare dei fornitori, avevano qualche debito, ma potevano vendere il capannone: a conti fatti avrebbero fatto pari. Molto probabilmente non ci sarebbe rimasto niente, ma bisognava evitare guai peggiori. L’ingegnere gli fece molti esempi di imprenditori ridotti in miseria. Gli disse che non voleva sobbarcarsi l’onere economico, sociale e legale di un fallimento. Il socio di minoranza gli spiegò le sue perplessità, gli disse che forse era una scelta troppo drastica ed improvvisa, che c’era ancora speranza, che le cose potevano migliorare, che nessuno sapeva cosa avrebbe potuto riservare il futuro. Parlarono per giorni. Nessuno si spostava di una virgola dai suoi convincimenti, ma la stima e l’amicizia non erano mai venute meno. Il socio di minoranza pensò che l’ingegnere fosse nel bel mezzo di una crisi mistica di mezza età o che forse fosse l’andropausa. Non lo riconosceva più. Un tempo beveva e fumava, andava alle cene e gli piaceva bere vini pregiati. Aveva trigliceridi altissimi. Poi era diventato tutto ad un tratto salutista. Questo era senza ombra di dubbio un bene, ma ultimamente c’erano stati dei cambiamenti, delle metamorfosi troppo repentine nella sua vita. Forse era il caso di chiamare qualche consulente aziendale. Ma l’ingegnere non ci sentiva da quella campana. Pensava che i consulenti fossero tutti degli imprenditori mancati e che non accettava i consigli di gente che non conosceva assolutamente la storia di quell’azienda. Il socio disse all’ingegnere di mettersi una mano sulla coscienza, di pensare anche ai dipendenti e alle loro famiglie. L’ingegnere rispose che tra dipendenti e titolari ci doveva essere la maturità e la diligenza  dei padri di famiglia, ma che spesso gli imprenditori abusavano del loro potere e i dipendenti erano irriconoscenti. Continuò concludendo che lui non era mai stato un lestofante e aveva sempre rispettato tutti, ma che c’erano molti dipendenti che si  approfittavano della fiducia accordata e che non meritavano niente. Il socio gli disse che indipendentemente dalle loro tare e pecche queste non potevano ricadere sui loro figli e che le imprese secondo la Costituzione dovevano avere una utilità sociale. L’ingegnere disse che lui non poteva assumersi troppi rischi e togliere di bocca il mangiare ai suoi figli per fare beneficenza a chi in fin dei conti non la meritava assolutamente. Lui doveva fare i suoi interessi. Gli affari erano affari. Non era colpa sua se quei lavoratori avrebbero faticato a trovare lavoro perché secondo lui non erano validi né competenti oppure perché c’era poco lavoro oppure perché gli uffici di collocamento non funzionavano a dovere. Gli ricordò che quando le imprese falliscono nessuno pensa agli imprenditori e alle loro famiglie. Gli ricordò che non a tutti gli imprenditori dopo un crac restano dei soldi con cui vivere. Ad un certo punto il socio si fece convincere dall’ingegnere. Valutò tutti i pro ed i contro. Quindi come al solito alla fine gli diede ragione. Gli dispiaceva un poco separarsi da una persona con cui era in società da venti anni. Entrambi prima lavoravano come impiegati in una grande azienda. Si erano conosciuti lì. In quella grande realtà aziendale bisognava essere massoni per fare carriera. A loro era stato proposto di entrare nella P2, ma avevano rifiutato. Una volta nel bagno della grande fabbrica il socio diplomato dopo che si erano lavati il viso e fumati una sigaretta aveva preso da parte l’ingegnere e gli aveva proposto di licenziarsi, di mettersi in proprio. Gli aveva detto che era una scelta che andava fatta in tempo, che non ci si poteva far sfuggire una occasione, che  bisognava agire in tempo. Gli aveva spiegato il progetto e l’ingegnere aveva accettato. A quei tempi ci volevano molti meno soldi per iniziare una piccola attività imprenditoriale. C’erano molte persone improvvisate che partivano imbullettando due legni e facendo mobiletti. Era il boom economico. Il lavoro c’era. Piccoli artigiani e piccoli imprenditori procedevano a tentoni, a carponi, per tentativi ed errori. Si respirava un clima di fiducia e di speranza. Le cose andavano bene. Allora fallivano gli incapaci, gli sprovveduti, i troppo avventati, i megalomani. Ma il boom era passato e ora  fallivano anche coloro che non commettevano errori non forzati. Erano tempi difficili. Era sempre più difficile stare sul mercato. I due soci chiusero l’attività senza rimetterci un soldo. Il socio di minoranza andò in pensione e i suoi due figli rimasero disoccupati. Avevano di che campare, ma dovevano stare molto attenti alle spese, dovevano ogni mese guardare a non accollarsi troppe spese. L’ingegnere aveva a sua volta due figli ingegneri e una figlia avvocatessa. Avevano tutti insieme creato una nuova impresa. Vendevano computer. Assemblavano dei pezzi e poi li vendevano. Erano diventati ricchi. Avevano sessanta punti vendita in Italia. Alcuni negozi li avevano anche all’estero. Avevano poi venduto l’azienda. Ci avevano ricavato cinquanta milioni di euro, che si erano divisi equamente in famiglia. L’ex socio di minoranza ripensava spesso a cosa era successo, alla chiusura dell’azienda. Forse l’ingegnere non gli aveva detto la verità. Forse aveva in mente grandi progetti e lui era di troppo. Forse l’ingegnere non considerava due figli dell’ex socio all’altezza della situazione. Forse non li considerava minimamente capaci. L’ex socio di minoranza pensava però ai figli di molti grandi imprenditori, alla loro effettiva validità. L’ingegnere avrebbe avuto gli stessi parametri di giudizio per i figli di questi grandi industriali, che ne combinavano di ogni colore e spesso erano cocainomani e molto viziati? I due figli dell’ex socio di minoranza non si ponevano il problema. La cosa non interessava più loro. Era passato troppo tempo. Non portavano alcun rancore all’ingegnere, che forse si era solo fatto gli affari suoi nel senso più letterale. Entrambi i due figli dell’ex socio di minoranza erano stati alleggeriti da un peso. Non sopportavano l’ingegnere né i suoi figli. E poi per mandare avanti l’azienda avrebbero dovuto lavorare sedici ore al giorno e viaggiare per il mondo! Per cosa poi? Per arricchirsi, arricchirsi, arricchirsi? Entrambi non avevano figli e a loro bastava poco per vivere. Non avevano vizi, non avevano esigenze particolari. Forse l’ingegnere ancora una volta aveva pensato a garantire futuro e ricchezza solo ai suoi figli. D’altronde gli affari erano affari. Dopo tutto l’ingegnere era un caterpillar e a lui questo aspetto piaceva anche, ma forse questa volta gli si era rivolto contro. Forse era tutto solo un pretesto, era tutta una messinscena, pura finzione. Era tutta una pantomima forse. Ma l’ingegnere anche se forse non era stato corretto né leale fino in fondo con il socio sicuramente era stato furbo, aveva forse nascosto bene i suoi veri intenti e progetti. L’ex socio di minoranza ripensava alle parole che si erano detti, alle opinioni espresse da entrambi. L’ingegnere non si era più fatto vivo. Non aveva più telefonato. Così aveva fatto anche lui. Questione di dignità! Non aveva mai chiesto lavoro all’ingegnere per i suoi due figli disoccupati. L’ingegnere forse non pensava a tutti i dipendenti finiti a casa dopo la chiusura della prima azienda e a tutti i dipendenti licenziati dalla nuova proprietà dopo la vendita della seconda. A volte il socio diplomato pensava alla coerenza delle persone. L’ ingegnere e i suoi figli erano cattolici. Andavano tutte le domeniche alla messa, ma non guardavano in faccia nessuno quando si trattava di affari. A volte l’ex socio diplomato pensava a tutte queste cose e concludeva che il mondo degli affari era sempre più dettato dall’etica protestante, ma che nel mondo le grandi masse di poveri non erano bianche né protestanti. Pensava ad Auden quando scriveva che il mondo non era più WASP.  Però allo stesso tempo pensava anche che l’ingegnere aveva dato lavoro a molte persone e forse era più un benefattore che altro. Forse era il sistema ingiusto che commetteva ingiustizie. Ad ogni modo tutti gli uomini arrivano al momento fatidico. L’ingegnere ottantenne, ormai pienamente soddisfatto della sua vita, pieno di nipotini, si trovò sul punto di morte. I figli erano al suo capezzale. Chiese come ultimo desiderio il prete di fiducia per l’estrema unzione. Il sacerdote si precipitò subito. L’ingegnere voleva confessarsi e mandò via i figli. C’erano solo lui ed il prete. Con un filo di voce elencò alla rinfusa i suoi peccati. I figli riaccompagnarono il sacerdote alla porta e gli chiesero che cosa gli avesse detto di così importante e segreto il padre. Il prete gli disse che non poteva trasgredire le regole e in via del tutto confidenziale riferì loro che si trattava solo di qualche piccolo rimorso, niente di importante.