Posted on 

Carlo Baviera

Nei luoghi di vacanza hanno dominano nelle conversazioni, come logico, i riferimenti a vaccini e Green pass. La vittoria dell’Italia agli europei di calcio pareva quasi archiviata; entusiasmo per pochi giorni riguardo gli ori vinti dagli azzurri alle Olimpiadi.

L’ambiente, il lavoro, i migranti e il Mediterraneo, l’Unità Europea sembrano cose messe in disparte. Ci sarà tempo in autunno! E in autunno ci siamo. Purtroppo il risveglio “crudo” e “indigesto” ci è stato propinato dalle notizie afgane, dove la clamorosa, abissale sconfitta e figuraccia dell’Occidente rappresenta materia per i libri di testo futuri: insieme al nostro fariseismo. Perché, giustamente, Mattarella fa notare che preoccuparsi, solidarizzare per il futuro di quelle popolazioni e per le loro libertà e diritti (soprattutto delle donne) senza disponibilità all’accoglienza e al ricovero in Europa sono colpe inspiegabili e inqualificabili. Restano in alcuni ancora dubbi riguardo ai vaccini (e a quanto ne consegue. Il dibattito innescato da Cacciari e Agamben sugli obblighi è interessante e per certi versi utile, se non viene strumentalizzato. Molto preoccupanti invece i gesti violenti di alcuni ambienti no-vax/non green pass che hanno minacciato o colpito giornalisti e virologi).

Il Governo Draghi, che doveva rappresentare l’occasione per riassestare le forze politiche e ridisegnare alleanze, non viene utilizzato per riaggregare le forze riformatrici. A destra Meloni scavalca la Lega, che sembra subire qualche incrinatura (sia per le vicende personali del suo uomo della comunicazione e dei social sia per le divergenze di prospettiva tra Giorgetti e il Capitano),  ma i moderati di destra hanno difficoltà a riprendere spazio rischiando l’inconsistenza rispetto a muscolarismo e sovranismo. Il centro sinistra più che ritornare a rappresentare il sentire e i bisogni/diritti della nazione tende a diventare solo “parte” per battaglie sopattutto borghesi e individualiste. Giustamente (cito l’esempio di franco Monaco) c’è chi manifesta “un personale disagio a fronte dell’acuirsi di una deriva culturale della sinistra nostrana in chiave individualistico-radicale in particolare per l’enfasi posta sui diritti civili a discapito di quelli sociali e del lavoro e la concezione dei diritti civili riduttivamente intesi come meri diritti individuali”.

Non valorizzano più, parlo sempre dei riformisti, il sano localismo, le autonomie (facendone l’elemento centrale dello sviluppo e del sistema delle libertà). La stessa gestione delle “tutele sanitarie” rischia di essere presentata e percepita come una serie di “obblighi”, “direttive”, controlli; manca forse la capacità di trasmettere la visione, il progetto che conquisti e convinca. Anche in questo caso si può citare Giovanni Orsina (La stampa 10.8.2021) “Ha preso forma da un trentennio un clima culturale egemonico che possiamo in linea di massima definire liberal, incentrato sull’individuo astratto da un lato e sul mondo globalizzato dall’altro e molto maldisposto perciò nei confronti dei livelli intermedi fra questi due estremi, a cominciare dalle tradizioni e identità territoriali”.

Anche il cattolicesimo democratico (tutta l’area culturale che ha ancora come riferimento la Dottrina Sociale) fatica a trovare una via più interessante – per quanti appartengono a quest’area – e più utile alla nazione tutta. Non poche sono le suggestioni e i tentativi per rilanciare una presenza. Molte le difficoltà e i limiti.

Mi permetto solo di riportare l’orologio indietro di qualche tempo. Quando, preso atto che (non solo a causa del sistema elettorale divenuto più maggioritario) i consensi non consentivano di rappresentare in modo accettabile il proprio elettorato, coloro che non avevano già abbandonato la nave per rive rassicuranti del centro-destra o non pensavano essere una eresia l’aver già dato vita alla Margherita ritenevano venuto il momento di partire con una esperienza nuova e coraggiosa: raggruppare i vari riformismi (in particolare il cattolicesimo democratico popolare e la sinistra democratica) per dar vita ad una nuova cultura politica adatta al XXI secolo.

Tutti ricordiamo che, fatta la scelta, la decisione fu quella di iniziare la navigazione senza voltarsi indietro e “bruciando le scialuppe”, andando oltre le storie del ’900 e portando solo il carico di alcuni valori e un’adesione ai diritti universali dell’uomo, allo spirito costituzionale repubblicano e antifascista, e all’unione dell’Europa.

Sappiamo come è finita; come l’amalgama non sia riuscito in modo soddisfacente, e come molti si siano sfilati e sfiduciati. Ingrossando la speranza (o l’illusione) di un ritorno a culture che avevano entusiasmato e offerto risposte alle questioni della vita economica e sociale. Nel modo cattolico (quello moderato, ma anche non pochi tra le fila dei progressisti) da tempo chiedono e cercano alternative e il riconoscimento delle posizioni di pluralismo che dalla scuola ai servizi, dai diritti individuali all’economia, esistono nella società e rischiano di essere annullati col prevalere di altre visioni.

Ora, messa in cascina l’approvazione del PNRR e trovando qualche quadra per le riforme richiesteci come contropartita, tutti sono concentrati sui risultati delle Amministrative e sulla scelta del nuovo Capo dello Stato. Tutto ciò, pur importante, distoglierà l’attenzione da uno sguardo lungo.

Sono fra coloro che hanno prima applaudito chi ha avuto l’intelligenza, il coraggio, la prontezza di varare un Governo senza Salvini (purtroppo anche causa la seconda fase della gestione pandemica non si è stati in grado di sfruttare l’occasione storica!) e poi ho sperato che il Governo Draghi servisse a disarmare i sovranisti e gli anti-qualunquecosa (anche in questo caso l’occasione serve a galleggiare verso le elezioni senza fare danni, pur con i meriti che a Draghi vanno riconosciuti). Bisogna però ripetere ancora una volta che non può essere l’uomo solo al comando o il tecnico esperto e sostenuto dall’estero a risolvere i problemi della politica.

Per altro faticano anche a crearsi condizioni e ad affermarsi orientamenti per esperienze nuove. Il massimo suggerito dal mondo cattolico (e questo è il suo compito) è invitare quanti si impegnano nell’azione politica a “essere scomodi” e di lottare all’interno degli schieramenti sia per i diritti della vita e della famiglia sia per l’accoglienza, la solidarietà, e la pace (Vescovo di Forlì-Bertinoro). Anche questi sono aspetti da tener conto nel cammino sinodale. Essere scomodi  può anche voler dire per i credenti, qualunque sia il personale orientamento politico, trovare nel dialogo argomenti su cui interpellare la società, per mettere in crisi la mentalità corrente, per cercare di incrinare anche alleanze partitiche interessate solo al potere; anziché rincorrere (e avversare semplicemente) le agende imposte da altri. E tornare a privilegiare la formazione all’impegno pubblico, alla responsabilità per il bene comune. Poi ognuno farà le scelte ritenute più opportune, ma individualmente e senza rappresentare o coinvolgere le comunità; e soprattutto nell’interesse della nazione, non della Chiesa o del proprio movimento.

Lo si è detto più volte: non esistono al momento le condizioni per riproporre un contenitore autonomo con riferimento alla Dottrina Sociale. Ad esempio Guido Bodrato leader storico del cattolicesimo popolare democratico afferma, in un’intervista, A chi ha nostalgia di un centro che guarda a sinistra, consiglierei di dedicare le energie, tutte quelle disponibili, a rafforzare i processi di aggregazione delle forze riformatrici, insieme appunto al PD”.

Inoltre (lo ripetiamo) il “centro” auspicato rischia di essere di fatto un favore alle destre; allora tanto vale allearcisi. Il centro degasperiano e moroteo avevano due caratteristiche fondamentali: tenere isolata la destra estrema e post-fascista (De Gasperi disse no all’operazione Sturzo resistendo alle pressioni vaticane!), e cercare l’allargamento dell’area democratica verso il mondo rappresentato dalle sinistre. Perciò, ammesso che si voglia e possa ricostruire le scialuppe (per tornare ad avere voce autonoma), quelle due caratteristiche non vanno annacquate o dimenticate. Pensando a un contenitore “nazionale”, “interclassista”, intergenerazionale”, non di parte: questa l’ambizione.

Per intanto è necessario riprendere la formazione e sviluppare l’associazionismo non in difesa dei “valori non negoziabili”, ma per l’acquisizione del dialogo e della mediazione alta. Solo così si aiuta davvero a tornare alla politica alta, alla visione lunga, alla capacità progettuale. Bisogna che il popolarismo torni davvero ad essere “scomodo”, presenti ricette che guardino oltre le continue competizioni elettorali. Il clima, le migrazioni, gli sconvolgimenti geo-politici, le difficoltà nella costruzione di un’Europa unita nelle diversità, le innovazioni tecnologiche e nel mondo del lavoro, i sistemi scolastici e sanitari da ripensare, ecc. hanno bisogno non solo di tecnica e di efficienza, ma anche di umanità e di comunità attente alle fragilità.

Ci sarà molto da lavorare perché di politica, che guardi oltre gli interessi elettorali o alla preservazione di identità pur importanti (lo è certamente il cattolicesimo democratico), ne vedo poca. C’è molta tattica, ci sono tentativi di alleanza senza credere nella cultura della coalizione, continua la denigrazione degli avversari anziché tentare sintesi sui problemi. Questo è un compito richiesto al cattolicesimo democratico!