Posted on 

Marco Ciani

Da gennaio il costo del gas naturale è salito in Europa di oltre il 170%, mentre i prezzi all’ingrosso dell’elettricità sono raddoppiati. Pertanto da ottobre le bollette aumenteranno notevolmente, dopo essersi già impennate nei mesi scorsi. In media, si attendono rincari del 30% per l’elettricità e di quasi il 15% per il gas. Secondo calcoli attendibili per la famiglia tipo ciò equivale ad un maggiore esborso di circa 300 euro annui.

Il Governo è intervenuto a calmierare le tariffe con un decreto d’urgenza. Secondo l’ARERA (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), senza tale provvedimento, i rialzi sarebbero ben maggiori: il 45% per la bolletta elettrica ed il 30% per quella del gas.

Gli incrementi di costo derivano principalmente dall’andamento a livello internazionale dei prezzi della materia prima, ovvero il gas naturale. Il gas lo usiamo per riscaldamento e come carburante per veicoli a motore, ma soprattutto serve a produrre energia compresa quella elettrica.

Come funziona l’approvvigionamento energetico in Italia? I tre quarti del nostro fabbisogno giungono dalle importazioni. Inoltre, l’energia che consumiamo dipende per il 40% dal gas naturale, per il 33% dal petrolio, per il 20% dalle fonti rinnovabili (soprattutto solare, e in misura molto minore eolica, geotermica, idroelettrica, da biomassa), per il 3% dal carbone.

Più dei nove decimi del gas naturale arriva dall’estero. Il nostro primo fornitore è la Russia, che procura quasi la metà del totale importato.

Per capire da dove arriva il picco delle bollette, occorrerà afferrare in primo luogo le cause dell’aumento del gas naturale. Quali sono?

Primo: la ripresa economica. L’anno scorso l’esplosione della pandemia da covid-19 ha prodotto un forte rallentamento della produzione. In Italia, per esempio, il PIL si è ridotto di ben il 9% a seguito delle chiusure. Conseguentemente la richiesta di energia è drasticamente calata e gli stoccaggi di gas si sono ridotti praticamente ovunque. Non ci si attendeva una ripartenza così rapida e vigorosa anche a seguito della scoperta e distribuzione in tempi record dei vaccini. Per rimanere in Italia, le ultime stime prevedono un rimbalzo del PIL del 6% nel 2021.

Il salto della produzione ha determinato una fortissima espansione della domanda cogliendo di sorpresa i venditori. In parole semplici a fronte di un boom delle richieste, dal lato dell’offerta si stenta ad adeguare la produzione in tempi rapidi. Si è cioè creato un collo di bottiglia, una strozzatura, che ha fatto sobbalzare i prezzi di energia, materie prime e trasporti, soprattutto quelli via nave per cui noli e container sono andati alle stelle.

Notiamo che se aumenta il costo dell’energia, questo si scarica automaticamente anche su tutto il resto, accrescendo ulteriormente il prezzo finale. Per produrre acciaio, plastica, mattoni, pane o qualunque altra cosa occorre energia. Per muoversi e spostare le merci serve energia. Per scaldare, raffreddare, illuminare ci vuole energia.

Secondo: problemi geopolitici. Come dicevamo poc’anzi importiamo buona parte del gas dalla Russia. Che sta rispettando i contratti già sottoscritti. Ma non concede nuove forniture aggiuntive. Potrebbe farlo ma non vuole. Gazprom, la più grande compagnia russa nel settore del gas naturale, ha annunciato il 15 settembre scorso che la sua produzione di gas è aumentata del 19% quest’anno, eppure l’Europa non ha registrato aumenti nelle forniture, con l’eccezione dell’Ungheria di Viktor Orbán, ormai sempre più proiettato verso altri regimi illiberali quali Russia e Cina.

Perché la Russia ci tiene a secco di ulteriori rifornimenti? Per varie ragioni. Un po’ perché non siamo gli unici acquirenti. Un po’ perché anche le loro riserve sono diminuite e vanno ricostituite. Un po’ perché hanno registrato una serie di incidenti sui gasdotti. Ma la motivazione più importante è che la maggior parte del gas che importiamo dalla Russia passa attraverso l’Ucraina. E quindi? E quindi tra Russia e Ucraina dal 2014 è in corso un conflitto iniziato con l’annessione della Crimea alla Federazione Russa, immediatamente colpita da una condanna della NATO e dalle sanzioni economiche di USA ed Unione Europea. La Russia vuole liberarsi dalla necessità di passare col suo gas sopra il suolo ucraino e per ottenere tale risultato sta di fatto ricattando l’Europa (meno gli ungheresi) affinché acceleri la costruzione di un altro gasdotto.

Si tratta del Nord Stream 2, da affiancare al Nord Stream 1 già esistente, il quale trasporta direttamente il gas proveniente dalla Russia in Europa occidentale, attraverso il Mar Baltico e la Germania. Gli USA hanno imposto sanzioni per indurre i partecipanti europei a ritirarsi e lasciare il completamento alle compagnie russe, ma il Cremlino ha dichiarato che la messa in servizio del Nord Stream 2 bilancerà i parametri dei prezzi del gas naturale in Europa. I tedeschi, in questo caso, concordano con Vladimir Putin. Anche perché sono il primo paese manifatturiero ed il maggior consumatore di energia in ambito UE. Vedremo come andrà a finire.

Terzo: lo scatto dei costi per i permessi di emissione di anidride carbonica (CO2), ovvero gli ETS (Emission Trading Scheme), che secondo il Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, sarebbero responsabili per un quinto del maxi aumento delle bollette.

In pratica, la combustione di gas naturale produce energia, vapore acqueo e anidride carbonica. L’UE ha fissato un tetto alla quantità totale di CO2 e altri gas serra che possono essere emessi dagli impianti che rientrano nel sistema. Il tetto si riduce nel tempo di modo che le emissioni totali diminuiscano. Dunque le aziende di tutta Europa devono pagare per poter inquinare.

Per essere autorizzati a emettere CO2 gli impianti acquistano o ricevono quote di ETS che si possono anche scambiare a pagamento. Per esempio, se un impianto riduce le proprie emissioni, può mantenere le quote inutilizzate di ETS per coprire il fabbisogno futuro, oppure venderle a un altro impianto che ne sia a corto.

Ma cosa ha fatto schizzare il costo degli ETS? Da un lato il rimbalzo della produzione sul quale abbiamo argomentato e dall’altro le politiche sempre più restrittive della UE sull’inquinamento.

Il 14 luglio scorso, con il Green Deal (o patto verde), la Commissione Europea ha deciso di porsi i seguenti obiettivi: ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e la neutralità climatica entro il 2050 cioè un perfetto pareggio tra le emissioni di gas serra e la capacità della Terra di assorbirle.

Detto così sembra molto accattivante, se non fosse che tali pesantissime restrizioni all’inquinamento fanno virare verso l’alto il costo degli ETS (dai 25 euro in media per tonnellata di CO2 nel 2020 ai 62 euro di questi giorni). Dove si scarica questo balzello aggiuntivo? Ovviamente sul consumatore finale.

Quarto: altre cause. Ci sono anche ragioni minori a produrre effetti sul costo delle bollette. Il declino della produzione continentale di gas con il giacimento olandese di Groningen, il più grande d’Europa, ormai prossimo alla chiusura. Un altro problema è la scarsa produzione di energia eolica nel Mare del Nord a causa della velocità del vento, straordinariamente bassa rispetto al solito, con conseguente impoverimento dal lato dell’offerta. Aggiungiamo infine la speculazione. Anche chi non produce da fonti fossili, come nel caso di nucleare, idroelettrico e rinnovabili ha interesse vendere a prezzi più alti. Mentre chi ha intuito cosa bolliva in pentola prima degli altri ha fatto incetta a suo tempo di contratti energetici da rivendere oggi e domani a prezzi maggiorati.

Ho cercato di spiegare in modo semplice il problema. Aggiungerei, a corollario, che in questo momento non troviamo solo l’Europa immersa in simili ambasce. In Cina, per esempio, molte fabbriche hanno sospeso o ridotto la produzione per motivi paragonabili ai nostri. Magra consolazione.

Cosa ci dobbiamo aspettare? Stipendi e pensioni più leggeri, con ricadute importanti sulle fasce deboli di popolazione che andranno protette ad ogni costo. Questo è piuttosto ovvio. Ma, sperando in un inverno mite e non privo di riscaldamento, cos’altro succederà?

Al momento lo scenario più probabile è che i picchi ai quali stiamo assistendo vadano a stemperarsi a mano a mano che la produzione e l’approvvigionamento delle fonti fossili e, in particolare, del gas riprenderanno i loro ritmi naturali. Se diamo retta al Ministro Cingolani, ciò dovrebbe accadere a partire da marzo 2022. E tuttavia, esiste un consenso abbastanza diffuso tra gli analisti per cui i prezzi scenderanno sì, ma non torneranno ai livelli precedenti alla pandemia. Nel senso che si manterranno sensibilmente più elevati. Sul quanto più elevati c’è discussione, ma comunque non di poco.

Ciò potrebbe innescare un ritorno dell’inflazione che nei fatti è già tangibile e che, con ogni probabilità, si vedrà ancor più nelle prossime settimane e mesi, quando gli incrementi a monte dell’energia si traferiranno a valle sui prezzi dei beni, a cominciare dai generi alimentari.

I banchieri centrali, in prima fila Jerome Powell della FED e Christine Lagarde della BCE, si stanno sforzando di convincere in ogni modo che l’inflazione sarà solo transitoria. Ma rischiano di non essere più ritenuti attendibili. Se ciò avvenisse, dovrebbero partire le rivendicazioni salariali in sede di rinnovo dei contratti di lavoro. Qualcosa del genere si sta già registrando in Germania. E potrebbe a quel punto innescarsi la nota rincorsa salari-prezzi-salari che abbiamo già vissuto dopo un altro grande shock energetico, quello petrolifero negli anni ’70 del secolo scorso.

In tale scenario le politiche delle banche centrali, straordinariamente accomodanti negli ultimi anni con tassi nulli o addirittura negativi e massicce immissioni di liquidità (quantitative easing) dovrebbero necessariamente cambiare prospettiva puntando ad un rialzo dei tassi e alla riduzione della liquidità.

Anche gli interessi sul debito pubblico tenderebbero ad adeguarsi al mutato contesto, cioè dovrebbero offrire rendimenti in linea con l’incremento dei prezzi, perché chi investe è notoriamente interessato ai rendimenti reali, cioè quelli al netto dell’inflazione, e non a quelli nominali. Con problemi tutti da esplorare, specie per i Paesi maggiormente indebitati come l’Italia, e rischi di una doccia fredda per la ripresa in corso.

Ultimo ma non meno importante, una possibile crisi dell’energia sarebbe fonte di recrudescenza delle tensioni internazionali. La Cina nel 2020 ha consumato complessivamente tanta energia (che produce solo in minima parte rispetto al fabbisogno) quanto USA, India e Russia messi assieme. Come accoglierebbe una dieta forzosa?

Concluderei sostenendo che il futuro non mai è scritto. Di doman non c’è certezza, ammoniva il Magnifico. Nel dubbio meglio esser lieti, si soffre certamente meno. Ma chi si è entusiasmato finora per il rimbalzo molto rapido dell’economia in tutto l’orbe terracqueo farà bene a non sottovalutare i rischi in caso malaugurato di una transizione disordinata nel post-pandemia.