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Daniele Borioli

Se non nudo, dopo gli scrutini delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre, il “re” appare agli occhi del popolo in abiti molto succinti. La “destra” (perché questo è il perimetro politico verso il quale Lega e Fratelli d’Italia hanno trascinato quello che solo pochi anni fa era il “centrodestra” italiano, guidato da Silvio Berlusconi), soccombe al primo turno in due delle tre città più importanti d’Italia: la capitale del Nord, Milano, e la capitale del Sud, Napoli, riuscendo a riunire sotto un unico paradigma politico le città simbolo del dualismo italiano, tra l’ipersviluppo di una parte del Settentrione e i problemi strutturali di lunga durata del Mezzogiorno.

Bologna va da sé, coniugando la forza vincente della buona amministrazione con la persistenza di un’egemonia lunga della sinistra, che ha conosciuto nella storia recente la sola eccezione dei cinque anni di Guazzaloca, e che invano le destre annunciano a ogni occasione di voler scardinare.

Certo, non tutti i giochi sono fatti e restano aperte due partite importanti: Torino, quarta metropoli italiana, per la quale però mi sbilancio a pronosticare che il secondo tempo confermerà il risultato del primo; Roma, dove invece i giochi non sono ancora fatti e una, difficile ma non impossibile, rimonta delle destre potrebbe rendere amaro il fondo del calice con il quale ieri il centrosinistra ha brindato. Particolarmente amaro, perché come si sa il risultato della capitale ribalta la propria preminente rilevanza sulla percezione e sugli effetti politici di medio termine del risultato complessivo di questo turno.

Con tutta la prudenza del caso, tuttavia, qualche inequivocabile segnale le elezioni lo mandano. Il primo riguarda appunto la brusca frenata delle destre, inimmaginabile in queste proporzioni solo sino a poche settimane fa. Ovviamente, Salvini e Meloni si affannano in queste ore a minimizzare, a rimandare all’esito del secondo turno, il che è da un lato comprensibile (lo farebbe anche il centrosinistra a parti invertite, come richiedono in questi casi i canoni della liturgia) e dall’altro palesemente inefficace.

Le destre hanno perso nettamente, incassando una sconfitta che brucia, in particolare a Milano: che è stata a lungo la capitale, prima della Lega Nord emergente ai tempi di Formentini, poi del “miracolo” berlusconiano, negli anni di Moratti e di Albertini, simbolo di quel “nuovo miracolo italiano” che il Cavaliere predicava, adeguatamente imbellettato, mentre guidava il centrodestra a una lunga stagione di egemonia politica, che solo Romano Prodi riuscì a incrinare, purtroppo per periodi troppo brevi rispetto alla possibilità/necessità di creare una vera alternativa.

Le destre hanno perso nettamente, certo anche perché hanno sbagliato le caratteristiche dei candidati e i tempi della loro selezione. Cioè, perché hanno sbagliato a fare il mestiere che compete ai dirigenti della politica: selezionare le donne e gli uomini da presentare agli elettori, allo scopo di ottenere il consenso necessario per governare la cosa pubblica. Letta in questa chiave, l’apparente “giustificazione a discolpa”, avanzata ieri dai due leaders delle destre, è in realtà una palese ammissione di colpa. Alla quale si sottratto, abilmente sornione, il capo di Forza Italia, che forse annusando nell’aria la sconfitta si era già premurato di far sapere, sin dai giorni prima del voto, che è del tutto “impensabile affidare il governo del Paese ai suoi due principali alleati, Meloni e Salvini.

Le destre hanno perso nettamente: perché hanno sbagliato i candidati e perché hanno ancor più clamorosamente sbagliato la linea politica. Inseguendo, in una corsa dissennata a disputarsi il primato del consenso nei sondaggi, le pulsioni più retrive e oscurantiste del fronte no-vax, le spinte caotiche delle piazze multiformi, i sentimenti più retrivi nel campo dei diritti civili. Di tutto e di più per un “pugno di decimali”, senza neppure la musica del grande Morricone a impastare di effetti sonori strabilianti il western maccheronico messo in scena per dire tutto e il contrario di tutto.

Ora si apre davanti a loro un bivio: proseguire lungo la stessa strada, aggrappandosi alle pur molte amministrazioni civiche rivinte o riconquistate (guai se il centrosinistra sottovalutasse questo segnale che continua ad arrivare dalla provincia), o rimettere in discussione profondamente strategia e tattica, provando a concorrere da parte loro a rendere, finalmente, l’Italia un “Paese normale”, in cui la competizione tra diversi schieramenti politici si giochi su un terreno più consono ai valori della democrazia liberale su cui fonda le sue basi l’Unione Europea.

Per quanto riguarda invece il centrosinistra, i risultati delle elezioni dicono, sulla dimensione macro, in particolare legata ai grandi centri urbani, due cose: che il purgatorio di minorità verso il quale, prima la forsennata azione di scivolo verso un disancoramento dai valori forti della sinistra socialista e riformista e del solidarismo di matrice cattolica democratica condotta da Renzi, e successivamente le molteplici scissioni generate dal grembo del PD, sembra essere alle spalle; che il Partito Democratico torna a essere il perno di una coalizione alternativa alle destre; che la stagione del tripolarismo sta andando in rapido esaurimento e, forse, si può ricominciare a pensare a quale percorso avviare, per un ritorno a quello schema di democrazia bipolare dell’alternanza, traumaticamente destrutturato dalla potente esplosione contestuale di sovranismo e populismo.

Naturalmente, occorre questa ottimistica “visione”, per diventare concreta “previsione” richiede si verifichino alcuni passaggi, per niente scontati. Che la maturazione del M5S verso un approdo riformista si completi e determini le condizioni per rimuovere il retrogusto di aspra conflittualità derivante dagli anni recentissimi in cui la battaglia “antisistema” del grillismo aveva proprio nel PD il suo principale bersaglio. Non è facile metabolizzare in poco tempo l’indigestione di insulti cui si è stati sottoposti, e accettare come alleati coloro che ti volevano sotterrare. Ma non può esserci strada diversa, non ora.

E ancora, occorre che il modello delle leadership composte e includenti, interpretate nel PD da Zingaretti e Letta, accompagni l’evoluzione del quadro politico anche oltre il recinto strettamente democratico. Un’ipotesi tanto ragionevole quanto difficile da attuare. Verso sinistra, la nuova linea politica del Partito Democratico rende poco comprensibile il permanere in partito a se stante di un’esperienza politica come quella di Articolo 1, animata da alcuni dei padri nobili del riformismo italiano, che possono congruamente ritrovare casa nella formazione con concorsero a creare.

Un po’ differente il discorso verso il riformismo di matrice liberale, che potrebbe trovare compiuta costituzione se il narcisismo solipsistico che guida alcuni dei leaders oggi in campo, come Renzi o Calenda, o ancora la stessa Bonino, lasciasse spazio a un progetto comune, in grado di occupare uno spazio politico che, probabilmente, esiste nel Paese ma non trova sbocco credibile nella frammentazione che contraddistingue quel campo.

Tutto questo ragionamento, in attesa di trovare conferma nei suoi presupposti di base dai risultati del turno di ballottaggio, non può tuttavia indurci a tacere su quello che si staglia come un rumoroso controcanto. Tale da delineare un altro dei dualismi che connotano la vicenda pubblica italiana: mi riferisco allo scarto tra il Paese delle aree metropolitane, delle grandi e medio-grandi città, e quello della provincia, più o meno profonda, dei centri medi e minori, dove invece il campo appare ancora fortemente caratterizzato dall’egemonia delle destre.

Evidentemente, giocano qui fattori che hanno a che fare, certo, con le caratteristiche peculiari del tessuto economico e sociale, ma altrettanto certamente con fenomeni che riguardano la stessa identità dei luoghi, i processi di periferizzazione e rarefazione dei servizi che li hanno investiti, resi ancora più intensi e destrutturanti proprio dalle dinamiche di concentrazione metropolitana. Li le destre mostrano di mantenere un radicamento forte, che ancora le forze progressiste non hanno trovato la chiave per scardinare.

Se guardiamo al Piemonte e al voto di domenica scorsa, i risultato d Novara è in questo senso lampante. A di là dell’autolesionsmo classico del centrosinistra, capace come molto spesso accade di presentarsi all’appuntamento diviso e litigioso, resta che il candidato delle destre incassa, vincendo al primo turno, un colossale 70%. Come dire “non ci ha lasciato toccare terra”. In vista delle amministrative alessandrine, che sono tra non troppi mesi: un monito che è bene accogliere con attenzione.