Antonella Viola: A proposito della Terza dose di vaccino anti Covid 

E’ dall’inizio della pandemia che non possiamo che osservare con stupore – e, poiché europei, anche con un po’ di tristezza – il diverso metodo adottato dalle agenzie regolatorie del farmaco di Europa e Stati Uniti. 

Pochi giorni fa, l’americana FDA ha negato l’autorizzazione alla terza dose di vaccino anti-Covid19 per le persone che non siano anziane, immunodepresse o comunque ad alto rischio di Covid19 severo. 

Lo ha fatto nonostante il presidente degli Stati Uniti Biden avesse annunciato un piano per far partire i richiami vaccinali estesi a tutta la popolazione, a partire dal 20 settembre.  

Lo ha fatto nonostante parte della stampa e della scienza avesse oltremodo esasperato i dati israeliani sulla terza dose, e nonostante i numerosi comunicati delle case produttrici dei vaccini.  

Lo ha fatto perché i dati che abbiamo a disposizione in questo momento non ci dicono quale sia l’effettivo vantaggio di una terza dose in persone che abbiano risposto alle prime due né quali possano essere gli eventuali effetti collaterali di una terza somministrazione in una popolazione giovane. 

Lo ha fatto perché, prima di estendere la terza dose alle persone che sono a basso rischio di sviluppare la malattia Covid19 in modo severo, è necessario calcolare bene costi, rischi e benefici di quest’intervento. 

L’agenzia regolatoria degli USA ha giustamente preso tempo, riservandosi quindi di rivedere la sua posizione man mano che i dati scientifici saranno prodotti.

Lunedì, sulla terza dose si è espressa anche l’EMA, l’agenzia regolatoria europea. Il comunicato di EMA dice che è possibile vaccinare con una terza dose, ad almeno 28 giorni dalla seconda, le persone con un sistema immunitario gravemente debole. 

Questo conferma la linea scelta dal nostro Paese, che sta vaccinando anziani e pazienti immunodepressi. 

Poi, però, nel documento si introduce una distinzione netta tra terza dose – che serve appunto per le persone immunodepresse – e il richiamo, cioè una eventuale terza somministrazione da destinare a chi ha un normale sistema immunitario, allo scopo di mantenerne attiva la protezione nel tempo. 

Qui la posizione di EMA diventa, come purtroppo abbiamo già visto in occasione della questione AstraZeneca, cerchiobottista. 

Così, mentre da un lato si dice che, a partire dai 18 anni di età, è possibile ripetere la somministrazione del vaccino a distanza di almeno 6 mesi dalla seconda dose, si sottolinea anche che non ci sono dati definitivi sull’efficacia e sulla sicurezza di questi richiami e che EMA sta monitorando la situazione. Che significa? Semplicemente che ogni Stato europeo sarà libero di fare ciò che crede e che, anche stavolta, possiamo dimenticarci del sogno di una politica sanitaria europea. 

Come è accaduto per la somministrazione dei vaccini adenovirali e come sta accadendo adesso per il riconoscimento, ai fini del green pass, dei vaccini non autorizzati, anche nel caso dei richiami anti-Covid19 l’Europa si muoverà in ordine sparso, senza indicazioni chiare a cui affidarsi. 

Mentre resta quindi l’amaro in bocca per un’altra occasione persa per muoverci compatti nell’affrontare un problema globale come una pandemia, speriamo almeno che l’Italia e la maggior parte dei Paesi europei si affidino alla scienza, dandole il tempo di produrre e valutare i dati su necessità, efficacia e sicurezza delle terze dosi. 

E che magari, non avendo indicazioni precise da EMA, buttino ogni tanto l’occhio su quello che accade oltreoceano.

(Editoriale pubblicato oggi su La Stampa)