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Carlo Baviera

Con la Prima Sessione di sabato 9 ottobre e la Celebrazione eucaristica del 10 ha preso avvio il Sinodo che vedrà impegnata l’intera cattolicità per i prossimi anni. Papa Francesco ha convocato il Sinodo che si aprirà in ogni Chiesa particolare il 17 ottobre. Una tappa fondamentale sarà poi la celebrazione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, nell’ottobre del 2023, a cui farà seguito la fase attuativa, che coinvolgerà nuovamente le Chiese particolari; ma il dato importante è rappresentato dalla vasta consultazione che si desidera attuare in ogni Parrocchia, Diocesi, Congregazione, Associazione, Università, Monastero.

Papa Francesco invita la Chiesa intera a interrogarsi su un tema decisivo per la sua vita e la sua missione: «Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Questo itinerario, che si inserisce nel solco dell’«aggiornamento» proposto dal Concilio Vaticano II, è un dono e un compito: imparare a camminare insieme, cioè confrontarsi insieme, correggersi vicendevolmente, sostenersi nelle difficoltà e nei momenti di sconforto,  aiutarsi a vivere la comunione e ad aprirsi alla missione.

Un Sinodo universale, ma anche nazionale e locale. Questo percorso parallelo di coinvolgimento nazionale e di ogni Chiesa che è in Italia deriva anche dal fatto che il Papa ha constatato che quanto era scaturito dal Convegno Ecclesiale di Firenze (2015) non ha avuto sostanziale applicazione. In sostanza ha tirato le orecchie ai Vescovi perché si smuovessero: loro e le loro comunità.

Lasciamo da parte quanto avverrà in questi anni nel confronto e nelle decisioni a livello generale, e restiamo alla situazione nostrana: chiese che si svuotano, diminuzione delle vocazioni, carenza di sacerdoti che inevitabilmente pone situazioni nuove per l’organizzazione parrocchiale e per la celebrazione dei  sacramenti (in particolare la S. Messa domenicale), le nuove generazioni sempre meno interessate alla vita delle comunità cristiane e apparentemente lontane da ogni forma di spiritualità o religiosità.

Qualche indicazione è opportuna sulla tempistica. Il Cammino inizierà con il <biennio dell’ascolto> (2021-2023), ovvero con una fase narrativa che raccoglierà in un primo anno i racconti, i desideri, le sofferenze e le risorse di tutti coloro che vorranno intervenire, aiutandosi se ritenuto necessario con domande preparate dalla Segreteria del  Sinodo su “partecipazione, comunione e missione”; nell’anno seguente si concentrerà invece su alcune priorità pastorali, per approfondirle. Si insiste sulla proposta di un coinvolgimento il più ampio possibile, cercando di interessare non solo i praticanti, ma anche coloro che si sentono ai margini o al di fuori dell’esperienza ecclesiale. Seguirà una <fase sapienziale>, nella quale l’intero Popolo di Dio, con il supporto dei teologi e dei pastori, leggerà in profondità quanto sarà emerso nelle consultazioni capillari (2023-24). Un momento assembleare nel 2025 (<fase profetica>), ancora da definire, cercherà di assumere alcuni orientamenti profetici e coraggiosi, da riconsegnare alle Chiese nella seconda metà del decennio.

Credo, come è stato indicato già significativamente da alcuni, che il primo atteggiamento da assumere sia di mettere al centro del cammino lo Spirito Santo. Troppe volte dimenticato nella nostra vita di credenti. Noi sappiamo che è lo Spirito che accompagna il pellegrinaggio delle comunità nella storia; che è lo Spirito che ci aiuta (in modo impercepibile e imprevisto) a compiere scelte coraggiose e scomode rispetto al pensiero comune; che è lo Spirito a spingerci verso la ricerca dell’unità pur nella diversità di esperienze e sensibilità. Il Cammino Sinodale potrà dare frutti se saremo aperti e attenti ai suggerimenti dello Spirito.

Sono fondamentali, nel cammino che sta iniziando, le opportunità indicate dal Papa (incamminarsi non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare” ; “diventare Chiesa dell’ascolto: di prenderci una pausa dai nostri ritmi, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare. Ascoltare lo Spirito nell’adorazione e nella preghiera. Quanto ci manca oggi la preghiera di adorazione! Tanti hanno perso non solo l’abitudine, anche la nozione di che cosa significa adorare. Ascoltare i fratelli e le sorelle sulle speranze e le crisi della fede nelle diverse zone del mondo, sulle urgenze di rinnovamento della vita pastorale, sui segnali che provengono dalle realtà locali”; “diventare una Chiesa della vicinanza. Torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza”), e i rischi che ha sottolineato (formalismo, intellettualismo, immobilismo).

Questa attenzione e apertura la si potrà concretizzare con l’ascolto costante della Parola, con il discernimento comunitario di quanto la Parola suggerisce alla Chiesa (cioè ad ognuno di noi e ad ogni comunità) e con il confronto sincero fra tutti. Poi verrà il cosa fare, il come organizzarsi, quali le questioni da porre. Io mi limito ad indicarne tre: sinodalità – partecipazione laicale – ministerialità.

Sinodalità è la vita della Chiesa, il suo modo di essere, lo stile di vita. Significa tornare a valorizzare e a far funzionare “a pieni giri” gli organismi di partecipazione (Consigli Pastorali, Assemblee di Comunità, ecc.). E’ necessario tornare alla indicazione del Concilio che definisce la Chiesa come Popolo di Dio, in cui la piramide che rappresenta la situazione gerarchica è rovesciata. In cui tutti battezzati devono scoprire il proprio posto il proprio “ministero”, e tutti sono corresponsabili non semplici spettatori o comparse.

La partecipazione, se vera, deve superare l’attuale sistema in cui, se va bene, si è “ collaboratori” dei sacerdoti, i quali restano i capi (e si da una mano per la liturgia, per la gestione degli oratori, per le attività catechistiche o caritative) oppure si fa parte di organismi puramente consultivi. A mio parere i Consigli Pastorali, le Consulte, ecc. devono essere ripensate. Se le Comunità non devono (come giustamente sottolinea anche il Papa) assumere al proprio interno i dinamismi della democrazia imperniati sul principio di maggioranza, qualche passo andrà pur fatto e qualche meccanismo innovativo andrà individuato per quanto riguarda decisioni e nomine e anche gestione finanziaria,  affinchè questi non siano esclusivi della Gerarchia e dei suoi vertici. Perché Francesco afferma che “La partecipazione è un’esigenza della fede battesimale”.

Riguardo alla ministerialità mi limito ad affermare che per superare il clericalismo credo sia necessario immaginare non solo ministeri di servizio alla comunità (catechista, lettore, accolito, operatore pastorale, ecc.) ma valorizzare nelle situazioni di vita quelli che a mio parere sono i  veri ministeri del laicato: coniugi, genitori, lavoratori, imprenditori, sindacalisti, impegnati nella cultura nel sociale e nel politico, insegnanti, giornalisti ecc.  Mi si dirà che i ministeri sono per la Chiesa e a servizio della Comunità; e perciò con un legame, con degli impegni che la comunità ha scelto e porta avanti proprio grazie alla presenza del laicato. E’ vero. Attenti però: la situazione è, e deve essere profondamente riconsiderata nella realtà di una Chiesa del terzo millennio. Non è più possibile che tutto funzioni come prima (modalità, tempi, impegni).

Non intendo farla lunga. So che le scelte recenti, conseguenti anche al sinodo sull’Amazonia, mi smentiscono e vanno nella direzione di conferire ministeri particolari ai laici perché svolgano un lavoro di <surroga> per la mancanza cronica di sacerdoti; addirittura si continua a chiedere (per “tappare i buchi” ?) di ordinare Diaconesse anche le donne. Che anche alle donne vengano affidati ministeri da sempre prerogativa maschile, non mi provoca nessun fastidio, anzi non sono contrario (pur non avendo argomenti di carattere teologico per sostenere l’una o l’altra posizione). Resto contrario a “clericalizzare” i laici e a chiedergli di sostituire i sacerdoti in tutto (esclusi la consacrazione del pane e la confessione).

Credo, invece, (e so di trovarmi anche su questo in larga minoranza) che debba cambiare l’impostazione e la vita stessa delle comunità, in modo innovativo e con fantasia; senza dover scomodare nessuno per sostituirsi all’assenza fisica del sacerdote. So che le mie oggi sono belle utopie, che nulla cambierà, e qualcuno diventerà la persona di servizio degli altri fedeli, che continueranno ad essere spettatori. Finchè si pensa solo a garantire (e richiedere) l’apertura delle  chiese, la celebrazione della messa, lo svolgimento dei funerali non potremo che trasformare in preti i laici (e soprattutto le laiche). Mente il laico deve essere pienamente laico. E quindi svolgere un ruolo diverso. Ne parleremo a lungo.