Sui miei raccontini:

Nei miei raccontini c’è l’intenzione di ridurre la prosa ai minimi termini, di ridurre tutto all’essenziale. Può darsi che scarnifichi, che spolpi, che banalizzi, che perda di vista le cose importanti, che vengano scartati e gettati via gli elementi ultimi del reale. D’altronde ogni volta che si cerca di trattare della vita si rischia di sbagliare mira, di andare fuori tema. Sono raccontini con un sottofondo ironico. Viene utilizzata la fantasia. Molte storie sono inventate di sana pianta, altre si ispirano a fatti reali ma rielaborati dall’immaginazione. C’è il rischio di fermarsi troppo a fantasticare e di finire immancabilmente di perdere l’appuntamento con la realtà, di evadere totalmente da essa. Qualche marxista di altri tempi potrebbe dire che non sono seri, che sono troppo esistenziali o filosofici, che bisogna affrontare la realtà in modo concreto e realistico. Ma c’è anche la possibilità di trovare un nuovo modo di osservarla, di presentarla. Come dice Walter Mauro nell’arte non bisogna spiare la realtà, ma bisogna forgiarne una nuova. I miei raccontini non hanno la pretesa di essere arte, ma vogliono solo mostrare nuove sfaccettature, nuove sfumature della realtà. Da questo punto di vista rivendico la loro originalità per quanto poi ci sono molti che mi hanno preceduto in tal senso e di cui sono culturalmente debitore. I miei raccontini non hanno la pretesa di essere letterari. Sono scritti soprattutto per divertimento e soprattutto per far divertire, anche se hanno il fine ulteriore di far riflettere. E poi spiegatemi oggi che cosa è la letterarietà! Ogni raccontino viene scritto in una ora di tempo o poco più. Solo una stesura, qualche correzione agli errori di battitura e poi la pubblicazione online. Non ci sono descrizioni puntigliose che a mio avviso allungano troppo il brodo e finiscono per annoiare il lettore. Un mio amico una volta mi ha detto di scrivere cose brevi perché oggi tutti vanno di corsa. Io ritengo di avere accontentato chi ha poco tempo a disposizione. Sono scritti per i lettori distratti e frettolosi. Forse sono una perdita di tempo. Forse molte cose valutate importanti sono anche esse ininfluenti e delle perdite di tempo. In definitiva sono un modo per meditare e per creare. Sono degli esercizi quasi giornalieri. Non c’è nessuna presunzione di creare dei capolavori né di sentirsi incompresi. Tutto qui.

Due annotazioni: 

Il mio profilo Facebook è un archivio di link e di post in cui si trovano recensioni, articoli, saggi brevi, aforismi, racconti brevi, poesie (o aspiranti tali). Nel caso in cui mi succedesse qualcosa (ma per ora sto bene, sto benissimo. È da anni che non prendo una influenza.) questa pagina sarebbe commemorativa per i miei cari e per le persone che mi hanno conosciuto. Attualmente ha la funzione di promuovere ciò che scrivo. Insomma chi è interessato mi legga. 

Cercavo lavoro anche come cameriere. L’ho scritto anche su LinkedIn. Nessun recruiter mi ha mai contattato. Forse su LinkedIn cercano altre figure professionali? Ma a Linkedlkn sono iscritte 750 milioni di persone nel mondo. Non scherziamo. Forse la questione è diversa. La cosa che mi fa specie è che sono stati pubblicati mesi fa alcuni articoli di giornali in cui alcuni proprietari di bar e ristoranti sostenevano che il reddito di cittadinanza fosse un disincentivo al lavoro, che tutti i disoccupati se ne stavano beati in panciolle, che loro poverini non trovavano personale, non trovavano camerieri. Perché allora non andavano agli uffici di collocamento e non si facevano dare dei nominativi di disoccupati? Se avessero rifiutato gli imprenditori avrebbero potuto metterli alle strette, potendo far perdere loro il reddito di cittadinanza percepito. Ma forse la realtà è un’altra. Per fare ciò questi imprenditori avrebbero dovuto specificare orari, retribuzione, tipo di contratto, etc etc. E non tutti assumono i camerieri secondo le regole e secondo i santi crismi. Il rapporto annuale dell’Ispettorato del lavoro ha verificato che nel 73,4%  dei casi nel 2020 nei servizi di alloggio e ristorazione c’è qualche irregolarità. Spesso i dipendenti lavorano in nero e fanno molte ore in più del dovuto. Altro che rispetto del contratto nazionale di categoria! Altro che interviste farlocche e lamentele fatte ad arte sui giornali! Quindi i ristoratori e i titolari di bar facciano come meglio credono, ma non prendano in giro le persone sui giornali…

Sulle mie osservazioni assurde:

Cosa sono le mie osservazioni assurde? Sono in piccola parte aforismi e in gran parte piccola prosa o addirittura miniprosa, che descrive personaggi conflittuali che si creano situazioni contraddittorie oppure situazioni conflittuali che creano personaggi contraddittori. Una esigua minoranza di queste combinazioni di situazioni-individui sono reali e i personaggi sono persone in carne ed ossa. Si tratta dell’1 o 2% dei casi. Nella stragrande maggioranza dei casi sono inventate. Talvolta sono state ispirate dalla realtà e poi trasfigurate. Se qualcuno vi riconosce non ė colpa mia, è solo un caso (la realtà supera sempre l’immaginazione) oppure è una sua proiezione. Penso sia chiaro che ho cercato di far emergere le contraddizioni dell’animo di ognuno e quelle del proprio tempo, perché ognuno, anche i più capaci, sono segnati e influenzati dalla loro epoca. Come  scrivevano Baron e Boudreau: “La personalità e l’ambiente sono connessi e complementari, come avviene nella relazione tra le chiavi e le serrature. La personalità,  in questa metafora, è una chiave in cerca della serratura “giusta”…”.  Questo può essere vero a mio avviso solo in parte. Spesso tra persona e situazione si crea un amalgama, spesso sono un tutt’uno. Talvolta è difficile attribuire le colpe e le responsabilità.  È colpa della persona o delle circostanze esterne? Talvolta qualcuno si caccia nei guai? Qualcuno potrà obiettare che talvolta le situazioni sono senza uscita, ma aggiungo io che nessuno sa se alla fine di questa vita c’è una via di uscita o meno. Qualcun altro potrà obiettare che le mie osservazioni sono troppo sferzanti e impertinenti. Qualcuno potrebbe sostenere che c’è troppo moralismo. Ma ognuno ha la sua dose di moralismo e nessuno ne è esente. Io col mio piccolo moralismo, disciolto nelle mie osservazioni, non decido nessuna vita come fanno in pratica molti calunniatori in ogni cittadina di provincia italiana. Io non ho questo potere e non mi arrogo questo diritto: non sono così prepotente ma anche io nel mio piccolo ho il mio metro di giudizio come tutti. Io ho scritto queste osservazioni come divertimento, come passatempo, come distrazione. Ma a volte per eterogenesi dei fini quando si scherza si finisce irrimediabilmente per fare sul serio. Ho voluto mettere anche in evidenza le tare e i difetti dei provinciali e della provincia senza riferirmi a nessuno di specifico in particolare. Ho indicato i limiti della mentalità comune, assai ristretta a mio avviso, senza accusare nessuno. Può darsi che ne esca fuori un ritratto impietoso della provincia, ma il mio è un rapporto di amore ed odio. Poi tratto della noia ontologica e della mentalità chiusa della provincia perché conosco bene solo quella e tutto sommato dove vivo, vivo bene. A mio avviso in una grande città si vive peggio ma anche in provincia è tutto migliorabile e perfettibile.

Sull’essere solo:

Non mi faccio illusioni. Sono destinato ad esser solo. Spero che i miei genitori campino il più a lungo possibile. Fino a quando ci saranno loro mi riterrò fortunato. Se le cose andranno secondo natura poi resteremo da soli io e mia sorella. Ho solo qualche contatto sporadico con altre persone in questa città.  Ho solo un amico molto impegnato lavorativamente e familiarmente. Mi toccherà vivere in attesa di non so che cosa, forse di niente. Mi toccherà una trafila di giorni contrassegnati dal grigiore, se tutto andrà bene e se non ci saranno eventi infausti. Ma in fin dei conti soffro di solitudine più di chi ha una moglie che non lo comprende o più di chi ha un datore di lavoro che lo umilia? Difficile fare amicizia qui a Pontedera. Le persone sono chiuse. Si frequenta soprattutto amici di vecchia data. Poi ognuno ha i suoi impegni. Non perdo molto a conti fatti. Anche la mentalità comune è chiusa e pettegola. Per questo e per altri motivi che non sto ad elencare mi sono ritirato socialmente. È un ritiro esistenziale più che psicologico. La gente mi ha rifiutato ed allo stesso tempo io mi sono negato alle frequentazioni. Parlo con mia sorella ed i miei. Parlo una volta a settimana con un mio amico al telefono.  Poi niente e nessun altro. Cammino per le vie della Sozzifanti e mi chiedo talvolta se va bene così. Potrei essere pieno di amicizie in altri posti. È per questo motivo che non posso abbattermi. La mia bolla di filtraggio è fatta soprattutto di poeti, critici, appassionati di poesia, proprietari di lagotto. Ci sono pochissime persone di Pontedera nella mia bolla, che ho conosciuto personalmente. La maggioranza siete amicizie virtuali, online. A volte mi chiedo che senso abbiano queste interazioni. Danno anche delle soddisfazioni intrinseche. Forse è meglio frequentare voi che stare ore al bar. Senza ombra di dubbio connettermi con voi è più economico. La vita in provincia è angusta. D’altronde anche se la mia vita si caratterizza per la povertà di stimoli sociali ho la fortuna di non essere costretto ad interagire 10 ore al giorno con la gente. Come scrisse Kavafis: “se non hai la vita che desideri cerca almeno di non sprecarla nel troppo commercio con la gente”. Mi viene a mente quando avevo il negozio. Ero ugualmente solo. Avevo a che fare con le persone e alla fine della giornata mi sentivo svuotato. Mi viene in mente quando lavoravo in collegio. Conoscevo tante persone ma alla fine ero solo. Forse alla fine chi guarda veramente in faccia la realtà si accorge di essere solo, se non cade in troppi autoinganni ed illusioni. Mi chiedo se ognuno è solo davanti al suo destino. Io osservo tutto minuziosamente, osservo tutto dalla finestra, mi gusto la vita per alcuni minuti, leggo, medito. Gli altri non sono l’inferno ma neanche la panacea di tutti i mali come ritengono molti. Spesso più che risolvere i problemi mettono il dito nella piaga. A volte ho questa netta sensazione di essere escluso dalla vita, a volte mi autoescludo. Però allo stesso tempo mi ricordo dei porcospini di Schopenhauer…e mi dico che va tutto bene.

Sul bene profondo:

Leggendo post di editor, piccoli editori, critici trovo esplicitata in ogni forma la certezza che tutti gli autori siano egoriferiti. Non so se sia vera questa teoria dell’ipertrofia dell’io o comunque nel migliore dei casi dell’egotismo, se sia una versione di comodo, se sia uno sfogo dovuto al burn out, se sia un modo di essere selettivi non solo in base allo stile ma anche in base alla personalità di base. Io di fronte a tutto ciò sono un poco perplesso e dubbioso. Mi pare una generalizzazione. Così come sono perplesso di fronte alla comunicazione e all’espressione artistica veicolata da tanta editoria, incanalata nella pubblicazione. Una volta mia madre è andata in un negozio e lì ha trovato la nonna di un autore. Gli voleva regalare i libri di suo nipote. Una volta a mia madre un giudice le regalò tre libri di un poeta locale. Il giudice disse che l’autore gliela aveva regalati ma a lui non gli interessavano in alcun modo. Si dà il caso che quei libri per fortuna li  lessi io. La maggioranza dei libri di poesia però sono spesso come dei fiori spetalati e gettati in una pozzanghera. Spesso sono donati a chi non sa che farsene. La strada è tutta in salita. Ma non vi venga in mente che io sia un poeta o mi ritenga tale. Sono solo un alleato di poeti e poetesse. Nella vita ci sono infinite strade. Troviamo compagni di viaggio che fanno un pezzo di strada assieme. Poi ognuno arriva alla sua destinazione. Forse anche in un libro c’è un bene profondo o la sua memoria.

Sulla pubblicazione:

Non ho mai voluto pubblicare un mio libro. Ciò è dovuto al fatto che per la grande editoria i miei saggi brevi, i miei articoli, i miei racconti brevi, i miei racconti lunghi, i miei componimenti poetici o aspiranti tali non erano e non sono  appetibili. Lo so perfettamente. Non ho mai provato a propormi. Non ho mai inviato il mio materiale a grandi editori. Non ho perso tempo e non ho fatto perdere tempo. D’altronde non ero neanche presentabile io come personaggio: non ero un accademico, non ero un addetto ai lavori, non avevo migliaia di follower, non sono un raffinato letterato. Per pubblicare in grandi case editrici bisogna avere una elevata qualità o molto più spesso essere personaggi che richiamano il pubblico. Io non avevo nessuna di queste due doti. Non avevo e non ho i soldi per l’editoria a pagamento. Preferisco risparmiare perché le spese sono molte e non navigo nell’oro. Non piango miseria, per ora ho di che campare, ma la situazione non è affatto rosea. Personalmente preferirei trovare un lavoro alla Piaggio come operaio, avere un contratto a tempo indeterminato che pubblicare un libro per un grande editore. Pubblicare libri non è molto proficuo. Molti grandi scrittori sono costretti ad un secondo lavoro. I libri oggi difficilmente danno il pane quotidiano. Purtroppo però qualche tempo fa ho inviato il mio curriculum alla Piaggio in cui ho scritto che ero disposto a fare turni, quindi dando la mia disponibilità a fare l’operaio ma mi hanno scartato. Non mi hanno neanche chiamato, come sempre. Alla mia età è sempre più difficile trovare un lavoro. Ho esperienza solo come commerciante, ma molto spesso cercano commesse e poi soffro di ansia manuale a fare pacchetti regalo. Non ho esperienza come operaio, quindi vengo sempre scartato appena vedono il curriculum. Per fortuna i miei godono di buona salute. Per quanto riguarda la collaborazione a quotidiani cartacei c’è da dire due cose: 1) sono in crisi e assumono raramente. Piuttosto licenziano. 2) assumono solo i neurolaureati e non certo un cinquantenne come me.

Poi diventare noti, pubblicando in una grande casa editrice (ed è molto difficile riuscirci. Non credo proprio di avere talento per riuscirci) significa accollarsi onori ma anche oneri. Ci sono anche delle responsabilità. Bisogna stare molto attenti a non fare cazzate. Fino a quando uno pubblica sul web non deve rendere conto a nessuno della sua vita privata. Pratico l’astinenza sessuale da anni, ma voglio la libertà di andare al night senza che nessuno mi rompa gli zebedei. Non sono molto venale comunque, ma vanno valutati i pro ed i contro, aspetto economico compreso. 

Non critico chi pubblica a pagamento. Assolutamente no. Basta che chi pubblichi a pagamento non si monti la testa perché non c’è niente di cui andare fieri. Ho scelto di pubblicare gratis le mie cose online. Penso di arrivare a più persone, anche se non so bene a chi. Il pubblico del web esiste ma è indistinto. Mi piacerebbe raccogliere un giorno i miei scritti e pubblicarli con una tipografia. Mi piacerebbe pubblicare poche copie e poi distribuirle a poche persone di fiducia. Ma per ora mi sono negato anche questa opportunità perché ho rimandato questo piccolo costo. In fondo sto bene per ora di salute. Poi se fossi messo alle strette dal destino forse mi accingerei a farlo. Continuo a scrivere per il web. Dissemino i miei scritti online. E poi su di me può anche cadere l’oblio. Resterebbero per i miei familiari qualche pagina web e il mio profilo Facebook con tutti i link. Ma non ho la smania della gloria postuma. Non ho scritto niente di memorabile e come scriveva Montale “lascio poco da ardere” (solo che lui lo scriveva per falsa modestia, mentre invece queste parole si addicono totalmente a me). Ho sempre scritto per esprimere le mie idee, per esprimere me stesso. Niente di nuovo sotto il sole. Come migliaia e migliaia di altri italiani. Non credo che i miei scritti interessino davvero qualcuno o che potrebbero in futuro qualcuno. Tutto partiva da una esigenza interiore. Qualcosa urgeva da dentro ed io per fare chiarezza dentro me scrivevo. Un mio caro amico mi ha detto: “guarda che furbo quel Joe Evans (Si scrive così?)! Dovresti fare come lui. Fatti furbo anche tu”. Il fatto è che questo tale deve molta della sua fama ad una conduttrice della Prova del cuoco che lo ha citato in televisione come fosse un maestro di pensiero. Poi non si tratta di farsi furbi (io non lo sono). Per diventare di moda bisogna essere in sintonia con la maggioranza delle persone e quindi con lo spirito dei tempi. Per diventare di moda bisogna saperci fare e non è il mio caso. Quindi lode a Joe Evans! Io ad ogni modo  non ho una grande intellettualità ma non voglio scadere neanche nella faciloneria, nella semplificazione, nella grossolanità. Insomma resto il solito bischero di sempre, come si dice in Toscana. Tante parole per dire che sono il solito bischero e come si suol dire in Toscana Berta non si marita.

Sull’editoria a pagamento:

Ė la solita schermaglia. Alcuni critici e alcuni poeti “arrivati” dicono e scrivono che i giudizi sono oggettivi, quando i criteri di un tempo, i vecchi canoni come la metrica e l’eufonia sono stati abbandonati. Chi non si afferma poeticamente talvolta grida che è tutto un contendersi tra conventicole,  che è tutta una cricca e si dichiara incompreso/a. Ad onor del vero esistono le amicizie, i favoritismi, le idiosincrasie: sarebbe disonesto non ammetterlo. Siamo in Italia insomma. Io non conosco personalmente nessun poeta o critico. Non ho amici o amiche nel settore. Lo scrivo a scanso di equivoci. Conosco poco l’ambiente della poesia. Osservo quello che accade su Internet. Naturalmente sono del tutto legittimi i rapporti di stima reciproci. Talvolta mi chiedo se c’è del marcio nella comunità poetica, ma non ho sufficienti elementi per rispondere. Alcuni letterati arrivati vogliono pontificare, legiferare.  Alcuni non arrivati vogliono fare un quarantotto. Ci sono anche persone che vorrebbero affermarsi ancora di più, approdare alla grande editoria e accusano che è tutto un sistema che mistifica, che è ingiusto, che falsa i veri valori. La comunità letteraria sembra essere basata sul discrimine autorità/frustrazione. La domanda da porsi è se il talento o il genio attualmente in poesia siano oggettivamente riconosciuti e riconoscibili. Nutro dei  dubbi. Alcuni che sono arrivati vorrebbero imporsi, quasi sopraffare, zittire il resto di quella che per loro è una ciurma. Gli aspiranti e i sedicenti poeti, coloro che non sono affermati si basano molto più sui contentini che gli vengono dati che sulle porte sbattute in faccia. Ma ancora una volta mi chiedo quanta obiettività ci sia nei giudizi critici odierni. L’ottima poetessa Maria Borio in un suo saggio breve parla di valutare un testo poetico in base allo stile, all’implicito e all’autenticità oggi. Ma anche così facendo si resta nell’ambito dell’opinabile.

Mi fanno un poco sorridere quegli autori che pagando una pubblicazione a proprie spese si vantano del giudizio elogiativo dell’editore, che ha tutti gli interessi di abbindolarli, di blandirli per convincerli a pubblicare altri libri a pagamento. Spesso il piccolo editore a pagamento li facilita, li mette sulla buona strada, li aiuta a pubblicare su riviste, li incanala nelle giuste conoscenze/binari poetici. Noto che un libro pubblicato a pagamento viehe più considerato di un ebook pubblicato gratis su una rivista online. È un falso prestigio basato su premesse errate. Innanzitutto spesso l’editoria a pagamento non è affatto selettiva, non distingue il grano dal loglio. Molto spesso anche il più improvvisato degli aspiranti poeti trova da pubblicare. Non nascondiamoci dietro ad un dito: spesso molte piccole case editrici a pagamento non premiano la qualità e sono come delle tipografie. Forse viene considerato di più un libro pubblicato a proprie spese perché si tiene conto dell’onere economico più o meno gravoso a cui ha dovuto far fronte. Forse si chiudono gli occhi e si fa finta di non vedere perché è una prassi troppo diffusa e così fan tutti/e. C’è gente che ha un curriculum poetico fatto da una caterva di pubblicazioni a pagamento. Ma che curriculum artistici sono? Bisognerebbe guardare solo la qualità degli scritti. Io non guardo se un libro è pubblicato con una piccola, media o grande casa editrice. Valuto se mi piace oppure no. C’è del buono, anzi dell’ottimo nell’editoria a pagamento. C’è una editoria a pagamento anche che sa scegliere il buono dal pessimo. Ma è meglio non vantarsi di una pubblicazione cartacea. Non c’è nessuna asticella superata nel pubblicare a proprie spese. Basta avere i soldi, essere disposti a spendere, poi un editore si trova. Spesso sarà un editore che obbligherà all’acquisto di cento copie, non si interesserà alla distribuzione, etc etc. Io considero una persona poeta o poetessa a prescindere delle pubblicazioni, ma solo in base a ciò che scrive. Mi sembra che questo modo di giudicare sia il più onesto intellettualmente, anche se di primo acchito può sembrare presuntuoso. Il mio giudizio però non è assolutamente interessato. Il giudizio di certi piccoli editori a pagamento invece è interessato.