Alcuni si arricchiscono, investono, non hanno mai un momento libero per la famiglia, pensano ad investire il denaro, sprecano tutto il loro tempo nel fare affari e poi? Altri sputano sangue, sfruttati, sono precari economicamente,  rischiano la loro vita sul lavoro per anni ed anni, quindi vanno in pensione, curano l’orto, gioiscono perché sono diventati nonni e poi? Altre da giovani partecipano ai concorsi di bellezza, si concedono a pochi o molti fortunati, si sposano, fanno figli, lavorano in ufficio o in negozio per anni, fanno salti mortali per essere multitasking,  per mettere insieme tutto e poi?  Altre fanno viaggi in tutto il mondo, conoscono persone di ogni genere, per loro l’essenza di tutto è l’esperienza, ma dopo anni ed anni si chiedono come fare tesoro della loro esperienza e di quella altrui. E poi? Altri si acculturano, vogliono acquisire esperienze e conoscenze, il loro fine ultimo è la ricerca, è aggiungere un nuovo tassello alla cultura, è dare un loro piccolo contributo all’umanità,  per l’appunto dare un loro apporto culturale, ma spesso cadono preda di esaurimenti nervosi, non vengono compresi, non si realizzano e poi?  Altri sono tombeur de femme,  sono viveur,  dandy raffinati, gaudenti e poi? Altri sono goliardici, ironici ed autoironici,  non prendono nulla sul serio, non rispettano nessuno, sono insofferenti ad ogni tipo di ordine ed autorità e poi? Altri si annoiano, cercano di ammazzare il tempo, passano il tempo a distrarsi, si cercano mille hobby, cercano di non pensare mai a cose serie, cercano per quanto possibile di assentarsi da sé stessi e poi? Altri si immergono continuamente nella natura, vogliono vivere sempre a contatto con essa, vanno a lavorare i campi, vogliono lavorare la terra, vogliono vivere al ritmo delle stagioni, vogliono la campagna e gli animali e poi? Altri cercano ogni forma di spiritualità,  passano ore ed ore ogni giorno a pregare, si concentrano, meditano, vivono una vita tutta in profondità,  cercano di espiare i loro peccati e poi? Altre lottano contro le ingiustizie, hanno sete di equità,  combattono per i diritti e l’uguaglianza, cercano di fare rete e poi? Altre vanno in soccorso dei più deboli, svolgono professioni di aiuto o sanitarie, curano i bisognosi e poi? Altri vogliono sopraffare il prossimo, vogliono conquistare, vogliono il potere, sono favorevoli all’intrallazzo e poi? Altri sono dediti al crimine, rubano, uccidono, spacciano, stuprano e poi? Altri creano, dipingono, scrivono, scolpiscono,  cantano, presentano, recitano, imitano e poi? Altri sono invalidi, malati, allettati, soffrono il soffribile e poi? Altri pensano, pensano tutto il pensabile e poi? Altri dicono tutto il dicibile e poi? Altre si vendono, vendono il loro corpo ai migliori offerenti, altri si prostituiscono intellettualmente e poi? Altri si drogano, si autodistruggono per pochi momenti di piacere, quindi finiscono per diventarne dipendenti e poi? Alcuni insegnano, ma talvolta la vocazione scarseggia, gli allievi sono distratti, menefreghisti e poi? Altri costruiscono strade, palazzi, ponti, prodotti d poi? Altri fanno i cuochi per una vita e poi? 

La fenomenologia e la casistica delle vite umane è quasi infinita. Mi sono divertito a fare un brevissimo elenco molto sintetico. Ma la domanda delle domande è sempre la stessa: “e poi?”.

Scrisse Auden: “Che cosa è la Morte? Una vita che si disintegra in tante più piccole, più semplici”. Male che vada saremo assorbiti, fagocitati,  metabolizzati dalla natura, dalla terra. Spesso le vite restano incompiute. La morte sorprende all’improvviso. Talvolta non lascia preavviso. Le cose vengono lasciate a metà.  Alcune volte vengono lasciate all’inizio. È da tempo che medito di scrivere un piccolo trattato a metà strada tra la filosofia pratica e la psicologia divulgativa. Ma poi penso che sarebbe inutile. Non ho figli e neanche mia sorella li ha. Mi piacerebbe lasciare ai posteri le mie memorie perché altri non ripetano i miei errori. Anche questo sarebbe un lascito morale. Ma non avrò posteri. Avrò solo dei parenti lontani. Anche la tomba sarà inutile perché nessuno verrà a trovarmi, nessuno pregherà per me. Sono solo, ma tutti siamo soli di fronte alla morte e a Dio. I miei genitori vogliono essere cremati e che le loro ceneri siano disperse in mare. Lo vogliono fare per non dare fastidio, per non lasciare incombenze, ma saranno i figli a decidere veramente. Nella quotidianità ci basiamo tutti sull’aspettativa di vita, ma dobbiamo sempre mettere in preventivo tutto. Qualsiasi cosa può succedere ad uno sano come un pesce e morire, mentre un malato incurabile può continuare a sopravvivere per anni. La realtà è che non si può mai dire. Non si può fare grandi previsioni e non sempre ci si azzecca. Da giovani la morte è una cosa lontana o almeno si suppone. La maturità almeno in una persona assennata dovrebbe essere la preparazione e l’attesa della morte, per quanto si cerca di scacciarla in tutti i modi possibili. Giunti ad una veneranda età alla fine molti vedono scomparire tutti i loro coetanei e questo li rattrista profondamente.  

Alle volte mi chiedo cosa resterà come Battiato in Mesopotamia,  ma poi mi dico che ciò è inessenziale. Forse non resterà niente. Forse l’importante è aver vissuto e qualche volta, anche se raramente,  aver colto nel segno. Se resterà una piccola traccia sarà confusa nella grande moltitudine di miliardi di altre tracce. Non è questo in definitiva ciò che conta. Possiamo sperimentare la morte in modi diversi nell’orgasmo e nel sogno. Facciamo di tutto per non pensare alla morte. La mettiamo in un nascondiglio della coscienza. Invece ogni tanto bisognerebbe pensare a quanti giorni siamo distanti dalla nostra morte e farci un esame di coscienza. Spesso si dice che Tizio o Caio ha fatto una bella morte perché non si è accorto di nulla, ma è davvero così? O forse è meglio avere coscienza precisa della nostra fine? La società ci vuole belli, giovanili, prestanti, anche a costo di ricorrere a delle protesi e a delle pillole. Dobbiamo pensare all’hic et nunc.  Non possiamo esimerci da questo “eterno presente”. I contatti con la morte sono sporadici, episodici, fortuiti. Ci si imbatte raramente nella morte. Nel Medioevo invece gli uomini la frequentavano assiduamente,  avevano una esperienza più concreta. Si pensi solo al fatto che uno passava dalla città e sentiva i miasmi degli avelli a Firenze. Oggi le persone scomparse per morte violenta non vengono più esposte, vengono sigillate nella bara. Ai non addetti ai lavori raramente viene mostrato il lato terrifico della morte, quello più orripilante. Il Dalai Lama ha detto che gli uomini occidentali vivono come se fossero immortali. Tiziano Terzani ha scritto che la morte oggi viene sempre nascosta in Occidente. La nostra società rimuove anche il declino psicofisico e la malattia. Pochi come Terzani e la Fallaci si arrendono di fronte alla malattia, lasciano che faccia il suo corso, si abbandonano alla loro sorte. La maggioranza invece lotta per ritardare il triste evento in tutti i modi, anche quelli più improbabili e bizzarri. Quando uno è morto finisce nel Nulla secondo i nichilisti. Eliot ne La terra desolata ci ricorda che anche i grandi uomini finiscono nel nulla. Finiscono nel grande regno dell’invisibile per i credenti. Come scrive Guccini in una sua canzone la nostra quotidianità è “un intreccio di vita e morte”. Però la morte non si vede più o molto di rado. Viene occultata. Eppure per dare un senso alla vita bisogna necessariamente dare un senso alla morte, se si vuole vivere con un minimo di consapevolezza e di coerenza. È la morte che ci insegna a vivere, anche quando si pensa come il Magnifico che del “domani non vi è certezza. Chi vuol essere lieto sia”. Con la nostra morte, con quella dei propri cari bisogna confrontarsi, seppure astrattamente, perché talvolta la dipartita propria o altrui ci coglie impreparati, alla sprovvista. Non ci si concilia con l’idea della morte. Molti vanno a malincuore a fare visita ai defunti al cimitero. Il cimitero ci ricorda che quello sarà il nostro ultimo viaggio, quello senza ritorno. Un tale sulla sua tomba ha voluto che fosse scritto un verso di Pound, ovvero “lascia parlare il vento”. Un  poeta e professore come Vecchioni di fronte alla morte del padre scrive  in una canzone con amarezza: “ed io con tutte le parole che in vita ho scritto, ho pianto e so non li ho convinti a dire di no”. Ognuno è inadeguato al cospetto della morte sua ed altrui. Dare due parole di conforto è una cosa assai impegnativa.  Spesso uno si affida più alla presenza e con essa alla vicinanza che al contenuto delle frasi, spesso di circostanza.  Come scrisse Donne: “E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te”. Però soprattutto nei piccoli paesi c’è troppa ipocrisia. Spesso le persone partecipano ipocritamente, la loro è pura formalità e non una partecipazione sentita.  Questo è il paese delle prefiche. Non scordiamocelo.  Un’altra domanda che sorge spontanea è la seguente: è tutto inutile o alla fine qualcuno o qualcosa si salva? Ognuno aspetta la sua ora.

Probabilmente l’umanità non avrà più un futuro. Forse nessuno di noi avrà dei posteri. Inquinamento e sovrappopolazione faranno il loro compito. D’altronde ognuno ha un tempo prestabilito. Non un attimo di più. Ognuno è quindi da solo con il suo destino. Siamo soli faccia a faccia con la morte e con Dio, spesso carichi di anni e di peccati. Ecco perché evito paroloni, perché evito il bello stile, perché evito il birignao e la retorica! Alla fine tutto è vanità come scritto nell’Ecclesiaste, alla fine tutto è un modo per distrarsi dalla morte come scriveva Pascal. La cultura, l’intelligenza non servono a niente nei problemi cruciali dell’esistenza. La metafisica dà sempre scatto matto alla ragione. Alla fine siamo da soli e dobbiamo essere semplici e realistici. Non possiamo girare intorno ai veri problemi, non possiamo eluderli.  Per vivere la vita dobbiamo innanzitutto pensare come  ci poniamo nei confronti della morte. Molti procedono per inerzia, per conformismo, ricercando il piacere oppure evitando il dolore e poi si dicono: “che Dio mi metta un poco dove vuole!”. Altri aspettano di pentirsi all’ultimo, sperando di avere tempo. Altri ce l’hanno con Dio perché è Lui che ha fatto il mondo e lo ha fatto davvero male;  secondo alcuni lo poteva fare meglio e poi Dio ha permesso e permette il male. Secondo certi scettici Dio ha fatto delle regole sbagliate. Insomma certezze assolute non ce ne sono. Si brancola nel buio. Alla fine siamo soli e per questo motivo ci facciamo compagnia, abbiamo bisogno di socializzare, un poco come quando andiamo dal medico oppure quando ci si ritrova ad aspettare di essere interrogati per un esame importante. Abbiamo bisogno di socializzare non solo perché siamo interdipendenti ma perché nelle situazioni molto ansiogene,  molto stressanti abbiamo bisogno degli altri. È proprio una cosa triste morire da soli senza nessun caro, senza addirittura nessuno che ci assiste. La morte è il costante dubbio, il grande interrogativo, che resta sottotraccia. Ad un bambino che piange perché sa che lui e i suoi cari sono destinati a morire gli si può dire che la vita è bella, che ha tanto tempo davanti e quindi di non pensarci. Arrivati ad una certa età ognuno dovrebbe con rassegnazione accettare ed amare il suo destino. Nessuno sa se c’è l’aldilà,  che sorte avrà dopo la morte, che sorte avranno i suoi cari, se potrà rivederli, eccetera, eccetera. Si fa di tutto nella vita di tutti i giorni per rimuovere questi interrogativi, che sono insormontabili. Spesso molti cercano di fare in modo che i figli siano migliori di loro. Altri lavorano una vita  per lasciare dei beni ai figli. Molti sperano che i figli si affermino nella vita. Ben pochi fanno come Santa Rita da Cascia che aveva così a cuore la salvezza ultraterrena dei figli che arrivò a pregare Dio che li lasciasse morire invece che farli diventare assassini. La morte, il destino ultraterreno restano delle grandi incognite, dei grandi misteri, che saranno risolti solo alla fine. Ben pochi nell’istante fatidico trovano il modo di farne poesia come Adriano con Anima vagula, blandula. Essere cristiani a mio avviso significa avere fede ma anche coltivare il dubbio. La fede può aiutare molto di fronte a questo grande enigma della morte.  Nessuno però ha la verità in tasca. Ho sempre detto e scritto che la morte è tutto oppure nulla.  Per un cristiano la morte è un nonnulla, è solo un passaggio per una destinazione migliore. La paura della morte per noi cristiani è paura che non ci sia l’aldilà oppure paura di finire all’inferno. Gli inferni  terreni li conosciamo e Alda Merini diceva che amava ogni inferno di questa vita. In un muro alcuni ragazzi napoletani scrissero  che non avevano paura dall’aldilà perché il vero inferno lo avevano già conosciuto su questa terra. Viene da chiedersi: “e poi?” e rispondere semplicemente: “e poi si vedrà”. 

Davide Morelli