“Da stasera la frontiera è aperta”. Con questo annuncio fatto dal leader del partito comuni-sta berlinese, Gunter Schabowsky il 9 no-vembre 1989 si dà il via allo smantellamento del Muro di Berlino, il principale simbolo del-la Guerra fredda, fatto costruire nel 1961 dal regime di Walter Ulbricht. L’iconografia scol-pita nei ricordi è quella dei giovani che si ar-rampicano tirandosi su a vicenda, dei picconi che sollevano polvere dalla granitica e affol-lata sommità della barriera, dei martelli dei primissimi “Mauerspechte”, i “picchi del Mu-ro”, e degli idranti a cui rispondono ombrelli irridenti alzati in segno di sfida a un regime ormai agonizzante: in tre giorni, due milioni di persone passano il confine sancendo la fine di un’epoca segnata dalla Guerra Fredda e dalla contrapposizione tra le due super-po-tenze egemoni sulla scena mondiale: Stati Uniti e Unione Sovietica.    

La verità, racconta la storia, è che il muro cadde quando nessuno se l’aspettava anche se in qualche modo era stato preannunciato dalle fughe estive di tedeschi orientali attra-verso Ungheria e Cecoslovacchia e dalle di-missioni, il 18 ottobre, del leader della Ddr, Erich Honecker, che ancora a gennaio aveva preconizzato vanamente altri “cento anni di Muro”. Accadde che dopo diverse settimane di disordini pubblici, il Governo della Germa-nia Est annunciò che le visite in Germania e Berlino Ovest sarebbero state permesse. In una conferenza stampa, il portavoce del Go-verno della Ddr, Guenter Schabowski, incal-zato dall’allora corrispondente dell’ANSA a Berlino Est, Riccardo Ehrman, annunciò, per un malinteso, la modifica con effetto “imme-diato” delle “norme per i viaggi all’estero”. La diretta tv che inquadrava Ehrman seduto ai piedi del tavolone da cui parlava Schabowski spinse decine di migliaia di berlinesi dell’Est verso i posti di frontiera fra le due parti della città. Le guardie, colte di sorpresa da un af-flusso così massiccio, chiesero ordini su co-me comportarsi, ma comunque alzarono le sbarre bianche e rosse permettendo a tutti di passare senza controlli: una resistenza senza equipaggiamenti anti-sommossa, del resto, era tecnicamente impossibile o san-guinosamente inutile. All’inizio ci fu stupore e incredulità per la beffa ai Vopos, gli agenti della Polizia del popolo che per quasi 30 anni avevano sparato contro chiunque tentasse di scavalcare il Muro e che si erano resi respon-sabili più o meno direttamente della morte di almeno 140 fuggiaschi solo a Berlino. Poi, per tutta la notte, ci fu solo la grande festa di un popolo riunito. 

Per 28 anni questa barriera di cemento arma-to lunga 155 chilometri aveva diviso fisica-mente la capitale tedesca in due parti: la Berlino Est, controllata dall’Unione Sovietica e la Berlino Ovest, zona di occupazione ame-ricana, britannica e francese. La costruzione era iniziata nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 per bloccare il flusso di cittadini che dall’Est emigravano verso ovest, in cerca di condizioni di vita migliori. Inizialmente costi-tuito da pali e filo spinato, negli anni succes-sivi il muro era stato ampliato e reso sempre più impenetrabile. Due lunghe file di blocchi prefabbricati di cemento armato alti 3 metri correvano parallele lungo il confine, control-late da torrette e posti di blocco. Nel mezzo, una lingua di terra nota come “la striscia del-la morte”, presidiata da cecchini. Si stima che oltre duecento persone siano state ucci-se dalle guardie mentre provavano a fuggire verso Berlino Ovest. In cinquemila circa riu-scirono a varcare il confine, utilizzando diver-si stratagemmi tra cui bagagliai con il doppio fondo e tunnel scavati al di sotto del muro.  La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca, che fu formal-mente conclusa il 3 ottobre 1990.

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