Dopo le dichiarazioni dei campioni olimpionici Marcel Jacobs e Gimbo Tamberi si sono accese le luci dei riflettori sui coach. Gli atleti azzurri hanno dichiarato quanto fossero stati importanti per il loro successo i mental coach. Ma cosa sono i coach? Coach in inglese significa allenare. Anni fa i coach erano soprattutto degli addestratori sul luogo di lavoro. Erano quindi persone professionali che conoscevano così bene un lavoro da poter istruire, correggere, migliorare la performance sia di un singolo individuo che di un gruppo di lavoro. Erano dei consulenti quindi che spiccavano per la loro indiscussa competenza professionale, dato che avevano sia esperienza comprovata in uno specifico settore che conoscenze teoriche. Oggi esistono anche i mental coach e i life coach, ma mentre fare bene il lavoro di venditore non è molto opinabile ed legato ai risultati concreti, invece infiniti sono i modi di approcciare/interagire/comprendere la mente e la vita. Si pensi soltanto ad esempio che a metà degli anni novanta secondo il professor Marhaba c’erano 240 scuole di psicoterapia in Italia. Questo è indicativo, se non addirittura sintomatico della complessità dell’argomento.  Ma chi è che può fare il coach in Italia? Chiunque! È una delle professioni non regolamentate. Si fa riferimento alla norma UNI 11601:2015 e in particolare alla legge 14 gennaio 2013 n°4. Nessun coach può essere denunciato per esercizio abusivo della professione di psicologo. Attualmente per quanto riguarda la professione di psicologo ad esempio c’è un poco di confusione. Dopo l’abolizione dell’esame di Stato e l’incorporazione di un tirocinio pratico-valutativo nel corso di laurea per ora nessuno sa con certezza se la laurea magistrale sarà abilitante e perciò avrà valore retroattivo per chi è già laureato in psicologia. Il coaching ad ogni modo  si differenzia dal counseling perché quest’ultimo dà sostegno psicologico e si caratterizza per una maggiore empatia e un maggiore ascolto attivo. Alcuni grossolanamente sostengono che i coach e i counselor sono una sorta di psicologi delle persone sane. Non è così.  Però naturalmente i coach e i counselor si dovrebbero occupare esclusivamente del benessere psicologico, mentre psicologi, psicoterapeuti,  psichiatri della psicopatologia. È indubbio che ci siano persone che non riconoscono e non hanno consapevolezza dei loro problemi psicologici o psichiatrici e si rivolgono ad un coach, che se fosse onesto moralmente ed intellettualmente dovrebbe indirizzarli da uno psicologo, psicoterapeuta,  psichiatra o quantomeno parlare chiaro col cliente e obbligarlo almeno a farsi affiancare da un esperto della psiche. Purtroppo questa tipologia di persone fanno la fortuna di alcuni coach che sono quindi restii a mandare il cliente con problematiche da uno specialista. Per alcuni individui dire di andare da un coach è quasi di moda, fa figo, mentre si vergognano di dire di andare da uno psicologo.  È vero che talvolta non c’è una linea di demarcazione definita ed univoca tra sanità mentale e la cosiddetta psicopatologia perché anche i più normali hanno istanti di obnubilamento e i più disturbati periodi di lucidità e di grande discernimento.  Un coach non dovrebbe occuparsi di fratture interiori e di traumi psicologici, ma al massimo di rimuovere blocchi emotivi e barriere psicologiche ad esempio per evitare l’autosabotaggio di un lavoratore, il masochismo morale di una casalinga, la paura di vincere in un atleta. Dovrebbe fermarsi qui perché il resto è affare degli psicologi. Forse la cosa migliore sarebbe una proficua  collaborazione ed un patto di non belligeranza tra questi professionisti della psiche ed i coach. Potrebbe accadere anche che uno psicologo possa mandare un paziente da un coach. Il coach basta che apra una partita Iva. Non è obbligato neanche a fare corsi che rilasciano attestati. È chiaro quindi che ci sia un grande ginepraio, un grande caos perché chiunque con qualsiasi tipo di formazione e di esperienza può svolgere questa professione. La può fare il plurilaureato con più master come quello che dice di aver studiato all’università della vita. Anche il consulente di orientamento e quello di carriera sono professioni non regolamentate.  Tutto dipende dal numero di clienti. Non c’è un codice deontologico.  C’è chi ha l’agenda piena e chi ha due clienti a settimana.  Per quanto riguarda il life coach tutti sono allo stesso tempo docenti e discenti nella materia della vita. Ancora più difficile è trasmettere esperienza e conoscenze per quanto riguarda la materia della vita. Di solito in Occidente sono gli specialisti della mente e i religiosi che svolgono questi compiti, mentre in altre parti del mondo sono i mistici, i guaritori, gli sciamani ed i guru ad avere questa funzione. Il coach per come viene inteso oggi è molto cose assieme: non è solo un allenatore ma anche un facilitatore, un motivatore,  un influenzatore. Ma esiste una sottile linea tra influenzare e manipolare. I coach dovrebbero evitare la circonvenzione di incapace, non sfruttare le debolezze altrui. I coach dovrebbero migliorare l’autostima, incoraggiare le persone, supportarle.  Alcuni coach talvolta promettono mari e monti. Talvolta promettono il successo, la piena realizzazione. Alcuni si riempiono troppo la bocca di come sviluppare il potenziale inespresso e di come raggiungere la crescita personale. C’è tanta fuffa. È chiaro che essendo vaghe alcune cose del mental coaching e del life coaching (in quanto per alcune questioni della mente e della vita c’è arbitrio e siamo nell’ambito dell’opinabile) ci sono alcuni che se ne approfittano.  Possono sempre dire che i clienti non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati perché non sono stati sufficientemente collaborativi o che necessitano di un ulteriore lavoro su sé stessi. Oggi in Italia il lavoro di coach è basato quasi totalmente sulla fiducia,  sulla stima che ha il cliente. Tutto dipende dal rapporto di collaborazione che si instaura tra coach e soggetto. I coach dovrebbero mostrare le opzioni e aiutare a fare goal. L’efficacia di un coach si vede dai risultati concreti purtroppo. Molti clienti a mio modesto avviso partono da dei presupposti sbagliati, da delle premesse totalmente errate. La stragrande maggioranza vuole successo, soldi, l’amore. A mio avviso un buon coach non dico che dovrebbe spiegare l’infinita vanità del tutto, ma dovrebbe aiutare a riformulare certi problemi, a far cambiare atteggiamento mentale nei confronti di certe cose. Un buon coach dovrebbe indicare i falsi idoli e i falsi miti della società odierna, compiere una azione di svelamento della realtà circostante, proporre senza obbligare nessuno altre interpretazioni e di conseguenza altre visioni del mondo possibili e plausibili. Alcune persone non dico che dovrebbero essere riprogrammate ma quantomeno “decondezionate” (bisognerebbe eliminare nella loro testa diversi condizionamenti neuroassociativi). Insomma ci sono diversi modi di ridurre o eliminare la dissonanza cognitiva o emotiva delle persone. Anche cercare di far loro raggiungere un superiore livello di coscienza sarebbe già qualcosa di fondamentale. Soprattutto un buon coach dovrebbe anche insegnare che raggiungere un elevato livello di consapevolezza esistenziale e del mondo non significa necessariamente diventare ricchi, avere successo ed essere pieni di donne. Consapevolezza talvolta significa anche accettazione del proprio io  e rinuncia di falsi Sé. Se un cliente vuole a tutti i costi arricchirsi un buon coach dovrebbe ricordargli che si può vivere bene anche senza agiatezza economica e fargli vedere i pro e i contro di una vita basata esclusivamente sul denaro come priorità assoluta. Prima di aiutare a raggiungere degli obiettivi un buon coach dovrebbe chiedere al cliente se ne vale davvero la pena e aiutarlo a cercare dentro di sé se è veramente quello che vuole. Il coach dovrebbe facilitare a migliorare il problem solving del cliente, ma questo alla fine significa aiutarlo a fare una analisi completa della realtà,  fargli vagliare ogni possibile soluzione, fargli ristrutturare cognitivamente ed emotivamente il problema in modo da vederlo sotto nuove prospettive ed angolazioni. Un buon coach dovrebbe invogliare il cliente a prendere la pillola rossa, a guardare in faccia la realtà,  come nel film Matrix (senza alcun riferimento alla cosiddetta filosofia Incel). Tutte queste cose sono impegnative e niente affatto facili. Questo è allo stato attuale il coaching in Italia tra luci ed ombre. Si possono fare diverse critiche al coaching oggi nel nostro Paese, ma per ora i professionisti del settore non hanno compiuto errori troppo grossolani né gravi da finire come responsabili di casi di cronaca nera. Di questo ne va dato atto ai coach. Quindi anche chi valuta i coach in modo negativo dovrebbe ricordarsi che, ammesso e non concesso che non facciano del bene, probabilmente non fanno neanche del male. 

Davide Morelli