La nonna Ida o le estati di Spotorno, di Laura Boero

Si riparano ricordi

La nonna Ida o le estati di Spotorno.

Si chiamava Teresa Berlingieri ( con la ” i ” non mancava mai di rimarcare, famiglia notabile di Spotorno, probabilmente i Berlingeri senza i erano di un’altra classe sociale ) ed era la mia bisnonna.

In realtà legami di sangue tra me e lei non ce n’erano, perché era la terza moglie del mio bisnonno Tony (l’americano) e la matrigna della mia nonna materna, però io ho di lei un ricordo nitido e affettuoso che dimostra come a volte i legami affettivi superino di gran lunga quelli di sangue.

La chiamavo nonna Ida da sempre e nessuno si ricordava come o da dove fosse nata questa abitudine.

Presumo che avendo lei un’amica affezionata, che si chiamava appunto Ida e veniva a trovarla tutti i giorni alle quattro, io, da piccola, abbia fatto confusione, oppure mi fossi messa in testa che tutte le signore con i capelli bianchi dovessero chiamarsi Ida. 

Entrambe infatti avevano i capelli bianchissimi.

La Signora Ida (non la nonna, l’amica ) era svizzera, vedova, viveva con una sorella ed aveva perso un figlio, ucciso dai partigiani in una retata. 

Il fatto di non avere una tomba del figlio su cui piangere, era una cosa che (sentivo dire) l’aveva amareggiata per molto, molto tempo, poi, una sera, durante una seduta spiritica, la medium interpellata le aveva indicato un luogo dove andare a far scavare e il corpo del figlio era saltato fuori. Non chiedetemi altri particolari perché non ne so di più, so soltanto che in una sola notte, quella della morte del marito, avvenuta all’improvviso per un incidente, i capelli le si erano incanutiti di colpo.

Intrigante la storia di questa Signora Ida, eh?

Ma perdonatemi la digressione, Ida vera o Ida finta, il nome alla mia bisnonna era rimasto anche quando avevo capito che le Ida di mia conoscenza erano due e non una sola.

Quando sono nata io la bisnonna aveva 80 anni, e mi ha accompagnato nelle prime dieci estati della mia vita. 

Proveniva da una famiglia di “notabili ” (come si diceva allora) di Spotorno, gente di sostanza con villa e terreni; innamoratasi del mio bisnonno, all’epoca orfano e nullatenente, all’età di 15 anni era stata da questo chiesta in moglie (così mi hanno raccontato) ma era riuscita nell’intento di sposarlo soltanto molto tempo dopo, quando di anni ne aveva già più di 40, diventandone la terza moglie e senza riuscire a dargli peraltro il desiderato figlio maschio.

Tralascio le vicende rocambolesche legate alla loro storia sentimentale che sono già state narrate mirabilmente insieme a molte altre, nel romanzo di mia madre ” A due voci ” pubblicato nel 2001, perché io voglio parlare del suo ruolo di bisnonna, di colei che ha contribuito a fare delle mie vacanze estive di bambina, un momento magico della mia infanzia.

Quando d’estate mio padre prendeva le ferie, andavamo a passarle a Spotorno, a casa della mia nonna materna, dove vivevano anche mio nonno Enzo, suo marito e la matrigna, la bisnonna appunto. 

Il perché di quel sodalizio è presto detto, avevano unito le pensioni, e dividevano giocoforza il tetto e le spese. Convivenza forzata quindi, ciò nonostante si respirava un’aria di grande educazione e rispetto e, anche se posso immaginare qualche tensione sotterranea, mai ero stata testimone di una sola parola meno che gentile intercorsa tra le due donne.

Mia nonna materna si occupava dell’andamento della casa, del marito malato e della matrigna quasi cieca, correva di qua e di là tutto il giorno, aveva sempre da fare e pur volendomi molto bene, tempo con me ne passava poco.

Invece la mia bisnonna (la nonna Ida) tempo ne aveva e me lo dedicava.

Io quando arrivavo non vedevo l’ora di andare a giocare con lei, ma c’era un rituale da rispettare. 

Al mattino la sua toilette era sacra. 

Doveva lavarsi e vestirsi meticolosamente e con calma, ma il tempo più lungo lo impegnava a pettinarsi.

Acconciava quella sua chioma bianchissima alla foggia delle dame dell’800, epoca alla quale lei apparteneva, mentre io impaziente aspettavo davanti alla porta chiusa della sua camera da letto. 

Quando finalmente ero ammessa ad entrare, mi chiedeva a cosa volessi giocare, e lì iniziava il divertimento perché con lei io giocavo come e meglio che con una coetanea.

Intanto il gioco che preferivo era travestirmi e lì, nel suo baule, messo a disposizione per me, c’era davvero da scegliere, drappi, scialli, fusciacche, piume, cappellini e velette di tutte le fogge.

Mi vestivo di volta in volta da principessa, dama, cavallerizza, avevo il permesso di cavalcare la pedaliera in legno del suo letto, curva e lucida, come il dorso di un cavallo e lei mi assecondava, facendo di volta in volta la parte del principe, del re, del cavaliere.

Il mio cavallo si chiamava “Morello ” e, docile, mi portava dappertutto.

Andavamo avanti per ore e insieme vivevamo avventure immaginarie e bellissime. 

Con nessuno riuscivo a giocare così, nemmeno con le mie occasionali amiche e, se dopo tanti anni ne ho ancora un magico ricordo vuol dire che per me l’istantanea di quelle estati è rimasta indelebile nella mia memoria.

Io la adoravo e non vedevo l’ora che arrivasse l’estate per andare a Spotorno a giocare con lei.

Chi disturbava questo idilio era un mio cuginetto, romano, poco più grande di me, Rudy, che veniva anche lui a passare le vacanze estive con sua nonna e abitava al piano di sotto. Mi chiamava spesso perché andassi a giocare con lui, ma io rifiutavo quasi sempre, avevo ben altro da fare che giocare alla guerra, io volevo giocare a travestirmi con la nonna Ida e lui frustrato mi pregava e minacciava fino a che qualche volta, magnanima, lo accontentavo, per poco però.

In quelle rare occasioni scendevo nel giardino di casa sua, un giardino che più che tale sembrava una selva, completamente incolto, vi crescevano delle zucche enormi, non si riusciva neanche a vedere dove si mettevano i piedi, erbacce dappertutto, più alte di noi, confinava da un lato con il terrapieno della ferrovia e ogni tanto i treni passavano con un fischio assordante, e dall’altro con la piazzetta della stazione dove potevamo sbirciare i passeggeri che arrivavano e partivano. 

Inoltre, al centro, la grande attrazione : “il pozzo”. 

Questo pozzo era il terrore dei grandi che dovevano badare a noi, benché fosse chiuso da un coperchio di legno, avevano sempre paura che ci finissimo dentro e ogni cinque minuti saltava fuori qualcuno che ci diceva ” Non avvicinatevi al pozzo eh !”

Non era un posto molto sicuro per giocare, direi, ma non ci è mai capitato niente, sapevamo badare a noi stessi.

Mi sono un po’ dilungata a descrivere questi posti della mia infanzia perché purtroppo non ne resta traccia, tutto demolito, casa e giardino per far posto al nuovo troncone dell’autostrada, quando vado a Spotorno e passo di lì mi si stringe il cuore. 

Via Mazzini 58 non esiste più ed il Vico Pisacane, di fronte, è tutto quello che resta del panorama che si godeva dalla finestra del salotto.

Ogni tanto, alla presenza di tutti i nonni riuniti ( quelli del piano di sopra e quelli del piano di sotto) Rudy ed io facevamo ” il teatro ” ovvero delle piccole rappresentazioni dove ci mascheravamo e raccontavamo barzellette, dicevamo indovinelli, mimavamo dei film o delle piccole storie.

Il nonno di Rudy, eroe di guerra, perito nella campagna di Russia, aveva lasciato dietro di sé diversi cimeli militari e in casa circolavano ancora feluche, spalline, giacche di divise da parata ed else con spade che non avremmo dovuto toccare e invece…con tutto quel ben di Dio ci vestivamo in tutti i modi e facevamo divertire tutto il parentado, ma specialmente la nonna Ida, che inforcati i suoi occhiali spessi, non si perdeva una battuta. 

Infine concludevamo la serata andando a caccia di lucciole nel giardino, le prendevamo con un bicchiere rovesciato, usavamo il bicchiere come lanterna per un po’ e poi le lasciavamo libere. 

Eravamo dei bambini ” ecologici ” e non volevamo far male a nessuno.

Quando la nonna Ida morì avevo appena compiuto 11 anni e pur essendo ancora bambina, un po’ dell’entusiasmo per quei giochi si era spento, mi domando come sarebbero evoluti i nostri rapporti se fosse vissuta più a lungo.

Io stavo diventando un tipetto ribelle e lei era la paladina di un’educazione rigida e formale che poco di adattava ai tempi in evoluzione. Chissà, forse avremmo avuto degli scontri, avrei smesso di esserle così attaccata, ma non ebbi modo di verificarlo perché se ne andò prima, in febbraio, per le complicazioni di una banale influenza. 

Al suo funerale non piansi, mi ricordo che avevo un foulard di seta, nuovo, che continuava a scivolarmi dalla testa e nel quale avevo fatto finta di asciugarmi gli occhi. Ero come anestetizzata, la morte mi aveva avvicinata da consapevole per la prima volta e non ero capace di affrontarla, quindi rimuovevo il dolore, credendo così inconsciamente di rimuovere anche la morte.

Però, a tanti anni di distanza sono qui a scrivere di lei, forse sono l’unica persona sulla faccia della terra che ne porti ancora il ricordo e ci tengo a lasciare una traccia scritta della sua esistenza.

Una nella vita fa chissà quante cose e poi, perché viene ricordata ? 

Perché ha fatto giocare una bambina, e quella bambina, finchè avrà vita se ne ricorderà.