Charles de Foucauld, proclamato beato da Benedetto XVI nel novembre del 2005, sarà canonizzato il prossimo 15 maggio 2022. La notizia, diffusa in settimana, offre occasione per un richiamo di attualità assolutamente fuori dagli schemi: trova contesto in un passaggio traumatico per la vita di una Chiesa che sembra marcare le tappe devastanti di una rovinosa caduta di prestigio. Le chiese troppo vuote di quasi tutto il mondo, soprattutto occidentale, hanno suggerito testi inquietanti di analisi, fino al volume di Andrea Riccardi, che prendendo spunto dall’incendio di “Notre Dame”, si chiede se, per caso non si sia sulla via del tramonto del Cristianesimo: una Chiesa che brucia!

Non sembri una forzatura ai miei affezionati rari e critici lettori se personalmente mi permetto di ritenere la canonizzazione di fratel Charles de Foucauld assolutamente opportuna anche come risposta alla temperie che si sta vivendo nella Chiesa. Forse è sul serio venuto il momento della risposta dei testimoni da preferire a quella, pur esigente, dei profeti.

Nato a Strasburgo nel 1858, il futuro fratel Carlo di Gesù faceva parte della ricca nobiltà francese; rimasto prima orfano, poi anche privo della protezione attenta del nonno materno, trascorse una gioventù tanto dissoluta da sperperare in pochi anni la ricca eredità ricevuta. Entrato nell’esercito coi gradi di ufficiale, molto presto lasciò la vita militare per dedicarsi a spedizioni geografiche in Marocco ottenendo risultati degni di riconoscimenti da parte della comunità scientifica francese. Sullo scorcio degli anni ottanta dell’Ottocento  si fa strada in lui una significativa scelta religiosa che lo porterà prima a entrare nei trappisti, poi a uscire, dopo l’ordinazione sacerdotale, dalla Congregazione della Trappa per seguire una vocazione eremitica, basata sul silenzio e sulla preghiera e una vita di comunione coi poveri anche attraverso il lavoro manuale per un necessario sostentamento condiviso con gli ultimi dell’ambiente scelto per la sua vita. Per la sua esperienza scelse il deserto del Sahara  e fondò un romitorio a Béni Abbès in Algeria.. Infine, nel 1816 costruì un fortino a Tamanrasset per proteggere la popolazione locale dai predoni di cui lui stesso rimase vittima durante un assalto avvenuto il 1 dicembre dello stesso anno.

Personalmente, ma non sono il solo, mi colpiscono alcune specificità di una straordinaria speranza cristiana. Fratel Carlo visse con gli ultimi, con le popolazioni del deserto in cui pose la sua “tenda”. Non lasciò mai i contatti con la Francia,  non dimenticò la categoria da cui era uscito, ma ebbe la determinazione di scendere, con una vita vissuta, al livello di coloro che sentivano la distanza di una Chiesa legata a una tradizione in parte lontana dalla radicalità evangelica. Egli non ebbe pietà dei poveri, degli ultimi, ma volle essere come loro. Per questo si fece ultimo Lui stesso; imparò la lingua dei Tuareg, gruppo etnico di vita e cultura nomade del deserto algerino, anche per vivere una vicinanza solidale di fraternità. Egli non predicò l’Evangelo, ne ha vissuto l’essenza e lo spirito. Non  volle essere né apostolo, né profeta senza disprezzarne le caratteristiche e la necessità. Volle essere testimone. Per alcuni decenni visse all’ultimo posto il suo ideale evangelico: una testimonianza “scandalosa” alla sequela di Cristo.  Egli non si accontentò di volere bene agli ultimi: si incarnò nella loro esperienza, nella loro vita e ne morì martire non di una proclamazione di fede, ma di una testimonianza.

Mi chiedo se oggi non sia questo il parametro di realizzazione della fratellanza universale tanto ripresa da Papa Francesco. Qualcuno rileva, non senza giudizio critico, che si insiste troppo sul sociale e si dimentica la spirito della buona novella. Bisognerebbe chiedersi dove sta il fondamento della solidarietà. Non siamo alla filantropia siamo alla comune condizione dei figli di Dio e dunque alla comune condizione di fratelli coeredi del Padre. Il problema sta nel come vivere oggi tutto questo. Verifichiamo la difficoltà in cui si dibattono le esperienze della vita di fede, costatiamo che le “imprese” organizzative, pur necessarie non bastano, vediamo la caduta dell’ideale cristiano, a fronte delle più sofisticate forme di proclamazione della Parola. Non sarà sul serio l’ora, se non esclusiva, certo prevalente dei testimoni, anziché quella dei profeti. Forse aveva ragione Paolo VI quando tutto questo aveva intuito addirittura negli anni settanta del secolo scorso. Poi alcuni trionfalismi hanno oscurato le parole di quel grande Papa.