Ho letto con attenzione il report che, a seguito della richiesta di “accesso agli atti”, il Consigliere Regionale Ravetti ha stilato circa la documentazione che l’Asl di Alessandria ha inviato all’assessorato regionale alla sanità, dove sono contenute le proposte circa l’utilizzo dei fondi del PNRR – Missione 6 – Salute.

Vi si legge che la decisione riguarda l’utilizzo di quasi 22 milioni di euro da destinarsi a progetti per lo più riguardanti i centri zona, per realizzare 9 Case di Comunità, 3 Ospedali di Comunità e 4 Centrali Operative Territoriali.

Tranne che per Arquata Scrivia, non leggo progetti che interessino quei territori più distanti dalle città della nostra provincia che, per altro, più di altri necessiterebbero di investimenti.

Banalmente, quando in questi mesi e, a dire il vero anche in anni passati, si parlava di sanità territoriale si delineava la necessità di arrivare a dare un servizio sanitario nei territori più lontani o comunque distanti dai centri zona perché carenti di collegamenti e trasporti adeguati.

Ad oggi quali sono le attività che si svolgeranno nelle case di comunità? Come saranno collegate ai luoghi più lontani dai centri zona? Quali figure professionali e come si organizzerà la sanità a fronte di queste proposte? Come includiamo i territori marginali? Come decliniamo il principio costituzionale del pari accesso ai servizi? Come rimuoviamo gli ostacoli che determinano serie discriminazioni fra cittadini più garantiti e cittadini meno garantiti?

Se c’è una lezione che viene dalla tremenda esperienza della pandemia e che un piano che ha come obiettivi di resilienza e ripresa quelli di potenziare i servizi per la salute superando i divari territoriali grazie a “contenitori socio sanitari di prossimità” dove possano lavorare e cooperare medici di medicina generale, specialisti, infermieri di famiglia, operatori sociosanitari e altre figure professionali vicine alle persone in difficoltà, soprattutto gli anziani e i cittadini delle nostre tante periferie, è quella della fondamentale attività di lettura dei bisogni che ogni comunità territoriale esprime. Una lettura che non può prescindere dall’analisi delle debolezze su cui intervenire.

In questi progetti manca questa anima, manca la politica che sappia compiere le scelte necessarie a rispondere ai bisogni, quelli espliciti e quelli latenti, quelli cioè non ancora percepiti dai cittadini ma che tuttavia sono parte di una necessità su cui lavorare, a titolo di esempio gli investimenti sulla telemedicina.

Sotto questo profilo appare chiaro che la redazione di questo piano sia una diligente scelta dei tecnici che traduce le indicazioni dell’assessorato regionale della giunta Cirio.

Ora il nodo centrale, in considerazione anche dei tempi entro i quali si devono spendere i soldi, pena l’impossibilità a veder realizzati i progetti, è dove si recupera questa assenza politica. Dove si esprimono i sindaci, responsabili della salute pubblica? Quali azioni possono mettere in campo per rivendicare pari dignità per i loro territori più distanti dai centri-zona?

I nodi vengono al pettine: l’assenza di un piano socio-sanitario complessivo, entro il quale la relazione tra elementi sociali e sanitari sia leggibile e nel quale le scelte strategiche siano coerenti con i bisogni di salute, è responsabilità della Regione e non averlo è grave. Ancor più grave alla luce delle possibilità offerte dal PNRR. La denuncia di tutto ciò non basta. Si riunisca la conferenza dei sindaci ASL-AL, che ad oggi non si è ancora riunita dopo le elezioni del 2019 per responsabilità ben precise, in assenza dei vertici si pensi ad un’autoconvocazione dei sindaci. Si convochino i consigli comunali e si coinvolgano nella discussione le comunità. A cominciare dal sindaco del comune capoluogo si chieda alla regione di ridelineare queste proposte. Sarebbe un atto importante di coesione territoriale, di ruolo vero e solidale di Alessandria.

A proposito di Alessandria, credo che il sindaco debba rendere conto del progetto relativo ad una Casa della Salute in via Pacinotti al Patria e di un ospedale di comunità che esclude altre opzioni quali il quartiere Cristo, i Comuni dell’alessandrino o Spinetta Marengo. Mi pare si tratti di diversi milioni di euro.

Non mi pare disgiunta da questa discussione la scelta che riguarda il nuovo ospedale, dalla sua localizzazione al disegno urbanistico che da quella scelta discenderà, ma soprattutto non si può scindere l’ospedale dalle interazioni con il territorio dell’intera provincia e non si può non discutere dell’integrazione dei progetti PNRR con il disegno del nuovo ospedale.

Peccato che non vi siano sedi in cui si possa svolgere questa discussione e, cosa ancora più negativa, il Consiglio Comunale di Alessandria non è stato coinvolto in alcun modo.

Credo che per l’importanza di queste misure e per le opportunità di queste risorse sia urgente adoperarsi affinché fra livelli istituzionali diversi e livelli di rappresentanza politica si concorra ad aprire una discussione aperta con i cittadini, si ridia ruolo e dignità ai sindaci e si rivedano scelte che rischiano di non essere le risposte corrette ai bisogni di salute.