“PROFUMO DI PEPERONCINO, BASILICO E UVA FRAGOLA”, di Rosa Cozzi

Premessa!

Scrivere un libro!  era da tanto tempo che volevo farlo, ma il coraggio di mettermi in gioco mi mancava. Continuavo ad elaborare frasi su frasi, cercando di memorizzarle e di metterle sulla carta. Con la speranza di non scrivere frasi fatte, copiate o già scritte e riscritte.

Ero combattuta sul modus operandi: avrei dovuto raccontare fatti realmente accaduti nella mia vita o semplicemente lavorare di fantasia come avevo già fatto in altre occasioni?

 Ogni volta che mi apprestavo a scrivere una frase, rimanevo in qualche modo bloccata a metà, non riuscivo a continuare. Dovevo decidere se cercare di raggiungere quella perfezione che mi sono sempre imposta anche nella vita o scrivere così, tanto per scrivere?

Alla fine ho deciso di scrivere ciò che mi frulla nella testa al momento.

Farò come le farfalle, volerò da un pensiero a un ricordo, da un fatto reale a un episodio, tanto da farvi scompisciare dalle risate aggiungendo un pizzico di fantasia.

Cosa uscirà da questa mia fatica letteraria?

Questa è un’incognita!

“REGOLA NUMERO UNO “: entrare nel mondo senza fronzoli e senza fanfara!”

Comincio col dirvi che venni al mondo con la camicia in un assolato e torrido giorno d’estate. Era un 20 luglio e l’orologio segnava le quindici pomeridiane. Secondo l’astrologia ero nella categoria dei cancretti con l’ascendente in scorpione, due segni d’acqua che mi avrebbero annegata, se non avessi imparato a nuotare presto, invece mi regalarono una grande capacità di decisione, una pronta analisi da prendere nelle situazioni impreviste, nonché un carattere dolce, affettuoso, docile e con tanta voglia di imparare. Fu così che: nell’ora in cui tutti vanno a riposare io mi svegliavo al mondo, già silenziosa e senza pretese. 

Mia madre, allora quarantaduenne, ma ancora bella con la sua lunghissima treccia nera di cui andava fiera, era in camera nel grande letto ricoperto da un copriletto bianco di raso, alto come il monte Bianco, da me definito così, perché negli anni seguenti ogni volta che cercavo di salirci scivolavo immancabilmente giù. 

Era assistita da una levatrice ebrea tedesca rimasta al paese dopo la guerra. 

Mia madre l’aveva aiutata a restare nascosta per tutto il tempo nel sottotetto di casa nostra, quando incominciarono ad evacuare le truppe tedesche dopo la sconfitta. 

Era bella, alta e bionda come il grano maturo, e di nome si chiamava Rosa Frescka. 

Non ho mai saputo se mia madre mi dette il nome di Rosa, per ringraziarla di avermi aiutato a nascere, o se mi chiamò così in memoria di sua zia Mariarosa.

I miei tre fratelli, ormai quasi adulti, e le mie cinque sorelle (la più piccola aveva cinque anni) erano tutti nell’anticamera e aspettavano di sapere se ero nata.

Alcuni piangevano per quell’intrusa che era venuta a togliere di bocca quel poco di pane che avevano ogni giorno per sfamarsi, gli altri aspettavano di sapere se tutto era andato bene.  Finalmente la porta si aprì, e Rosa Frescka mi pose nelle braccia di mio fratello Domenico il maggiore che, a sentire i racconti degli altri, mi teneva con apprensione, e dopo avermi squadrata ben bene, che non mi mancassero occhi, orecchie, mani e piedi, mi diede un bacio in fronte e scoppiò a piangere, dicendo: “É bellissima!”.

Ero la sesta femmina, anche se, secondo le nascite e i decessi avvenuti prima di me

, avrei dovuto essere la settima delle sorelle. Quest’ultime erano contrarie alla mia nascita, ma per forza di cose ormai c’ero e si dovettero adattare alla mia presenza. 

Mio padre, bellissimo alto quasi 180, occhi celesti, biondo e prestante, era in quel momento in viaggio di affari a comprare bestiame da macellare. Aveva una macelleria, ed era un maestro norcino. Lo scopo del viaggio era procurarsi bestiame di ottima qualità per i clienti, cui faceva sempre credito. Lo scriveva sui lunghi e larghi fogli gialli, una lista lunghissima. Era evidente che la guerra aveva lasciato più indigenti di quanti ce ne fossero stati prima di essa. 

Dunque, dalla mia venuta al mondo passarono almeno dieci giorni prima che mi vedesse e mi conoscesse.  Ovviamente io non ho nessun ricordo di quel momento, ma chi mi raccontò l’episodio della mia presentazione a chi mi aveva generato, o almeno aveva contribuito a fabbricarmi, mi raccontò della commovente delicatezza con cui m’accolse nelle sue braccia. Da quel giorno per mio padre quando posò il suo sguardo 

su di me fu amore a prima vista…

  “LA GUERRA ERA APPENA TERMINATA”

In quei giorni afosi del dopoguerra, si scavava tra macerie e cumuli di detriti, si cercava qualcosa da mangiare. Erano stati anni di fame e di paure., di perdite di vite umane, di ansia per il futuro. C’era miseria e povertà, vergogna e timore. 

Chi non aveva più niente, guardava senza invidia chi aveva salvato almeno il tetto sulla testa. Gli uomini cercavano di portare la pagnotta a casa, quella era la paga dopo una giornata di lavoro. 

Per chi aveva una prole numerosa erano giornate di stenti e di sudore. Le donne e mamme cercavano di nutrire i figli con pane e patate bollite per farli sopravvivere. Furono mesi d’angoscia e di speranza. Il futuro incerto rendeva la popolazione ebete. 

Si contavano i morti, si cercavano i propri cari di cui erano senza notizie da tempo. Col passaparola si chiedevano notizie, quando incontravano gli amici che si pensava fossero stati uccisi, era una festa, una gioia del cuore sincera.

Si cercava di voltare pagina, se non si riusciva a cancellare quei brutti momenti, almeno nasconderli dai pensieri. 

Ogni donna nascondeva il dolore che avevano scritto in faccia con gli occhi umidi e il vestito nero.  Ormai le bombe non cadevano più dal cielo. Scavando e spostando c’era un reale pericolo; le bombe inesplose affioravano dagli enormi crateri sulle strade. E chi inavvertitamente li toccava, rischiava di finire a brandelli e diventare poltiglia. 

Ma la vita continuava, bisognava reagire, si respirava aria di rinnovo e di voglia di vivere. Per strada si ricominciava a salutarsi. 

I giorni pieni di esplosioni e le affannose corse verso le gallerie erano anche se recenti, ormai un ricordo. 

“UNA NEONATA COCCOLATA E VEZZEGGIATA “

Tutte le comari del vicinato erano concordi nel dire che ero una bambina bella e brava. Facevano a gara a chi potesse tenermi in braccio per prima e stavo ore a dormire senza chiedere la poppata. Non so se fu per questa ragione che amo le coccole. Quando vedo un bimbo in carrozzina sento il desiderio di prenderlo tra le mie braccia, e stringerlo amorevolmente. Mi beo nel vedere quell’esserino indifeso dormire ignaro e se è sveglio cerco di farlo ridere con vezzi strani. Divento di burro davanti a questi piccoli gioielli viventi.

Dunque riprendo il discorso.

Mia sorella Marianna, la maggiore di noi fratelli si era sposata cinque anni prima, rendendomi zia, ancor prima che gli spermatozoi di mio padre decidessero di incontrare gli ovuli di mia madre per generarmi. 

Ed eccomi già zia di Maria, una nipote più grande di tre anni. Con l’andare del tempo si scatenò una gara a chi sfornava più figli tra mia madre e la sua prima figlia. Difatti, appena nata, nel giro di sette mesi divenni di nuovo zia, di una splendida bimba di nome Ninetta. Appena due anni dopo mia madre, amalgamò di nuovo gli ingredienti necessari e questa volta fu il turno di Gigino, il più piccolo dei fratelli e ultimo rampollo di casa.

Nel frattempo, mia sorella Marianna, per non farsi fregare il primato delle femmine, diede alla luce, a soli tre giorni di distanza dalla venuta al mondo dell’ultimo nascituro di casa, un’altra bella bambina di nome Adriana.  

Poi, visto l’andazzo, mia madre si diede una calmata. La progenie contava già dieci figli, quattro maschi e sei femmine.

Fu soltanto allora che mia madre, allora quarantacinquenne, smise di essere solo mamma e diventò nonna a tutti gli effetti!

 Ad accudirmi, quando mia madre doveva assentarsi, era mia sorella Carmela. Non so se l’avere accudito così tanti fratelli l’abbia sfinita a tal punto da non avere mai avuti figli propri.  Io, intanto crescevo ignara di un destino che mi avrebbe dato gioie e dolori.

Sin dal primo giorno divenni il giocattolo di mio padre.  Mi portava con sé ovunque andasse e mi esibiva con fierezza. 

Era oramai evidente che tutti i miei fratelli nutrissero un’affettuosa gelosia nei miei confronti ma io, innocente creatura, non potevo accorgermene.

                      “LA RIPRESA ECONOMICA DEL PAESE”

Ormai i brutti ricordi erano stati riposti in un cassettino della memoria.

I giovani volevano vivere e divertirsi.

Cercavano gli amici per raccontarsi i momenti salienti più significativi delle loro giornate. I giovanotti riuscivano a racimolare qualche spicciolo per correre dal tabaccaio e comprare una, due, tre sigarette, e condividerla con gli amici

Le signorine sospiravano con gli occhi socchiusi e si acconciavano i capelli per farsi notare dai giovanotti che fumavano una sigaretta con finta disinvoltura e, di sottecchi mandavano sguardi infuocati alla bella prescelta, che dopo aver accettato, aspettavano anche anni prima di realizzare il sogno di sposarsi. C’erano anche i “mascalzoni” così definiti perché dopo aver corteggiato e sedotta l’ingenua di turno sparivano.  Partivano di notte e facevano perdere le proprie tracce per tanto tempo. Magari la nostalgia dopo qualche anno li faceva tornare. E scoprivano di aver lasciato incinta la ragazza, che cacciata di casa dai genitori viveva di stenti col figlioletto.

Un fatto analogo capitò a Giuditta, una giovane dal seno prosperoso e due cosce lunghe ben tornite. Era bella, di quella bellezza mediterranea, che solo le ragazze della bassa Italia avevano.  Non aveva studiato molto a causa della guerra, ma era fiera e intelligente. 

L’amore si sa fa perdere il senno, e lei lo aveva perso dietro a Gerardo, un ombroso e affascinante ragazzo dagli occhi blu. Ormai era una ragazza madre, bollata per il resto della sua vita come una poco di buono. Con grandi sacrifici aveva cresciuto il piccolo Samuele, un bel bambinetto dagli occhi azzurri e i capelli color del grano maturo. Era innegabile che fosse il figlio di Gerardo. Tanto era la somiglianza col figlio, che la madre di lui aveva finito con l’accettare di aiutare a crescerlo, ogni tanto portava qualche maglia per il piccolo sferruzzata con le proprie mani. Oppure portava a Giuditta, nell’angusta e fredda cameretta, qualche pietanza già preparata. 

Permetteva a Samuele di chiamarla nonna. Si scioglieva in un mesto sorriso sentendo quella vocina, e malediceva quel figlio snaturato di aver disonorato il nome di suo padre.

Giuditta rimastale fedele, sperava che il suo uomo tornasse e la portasse all’altare, anche se avrebbe dovuto rinunciare a quell’abito bianco che aveva cucito con le sue mani tanti anni prima.

“IL TEMPO DEGLI STARNUTI FARCITI E DEL MIO TENTATO SUICIDIO “

Fintantoché fu mia sorella Carmela che si occupò di accudirmi, fui una bambina felice, una di quelle che non piangeva mai. Mangiavo proprio tutto ciò che mi veniva messo dentro il piatto, senza fare capricci.     

Ma è risaputo che i bambini non mastichino molto per cui, se nessuno si premurava di tagliare gli spaghetti prima di imboccarmi, finivo per avere la bocca piena e bastava un semplice starnuto per far si che lo spaghetto di turno mi uscisse dal naso come un verme, oppure, quando c’era pasta e fagioli era la prassi che ditalini e fagiolo fuoriuscissero tenendosi a braccetto dal mio naso.    

Ricordo bene, anche a casa nostra come nel Sud di quegli anni si facesse largo uso degli “spaghettoni”, per cui vi lascio immaginare che grossa impresa fosse quella di espellerli dal naso ad ogni starnuto. Tutto ciò succedeva immancabilmente quando mio padre era presente, che vedendo l’accaduto dava in escandescenze tanto era grande la sua attenzione nei miei riguardi. Avevo quasi tre anni quando rischiai involontariamente di soffocarmi con una piccola patatina novella cotta al forno dalla mia “famosa comare “. Era il giorno di Pasqua ed eravamo stati invitati tutti a casa sua, c’erano molte persone, oltre a noi che eravamo dodici, tutta la combriccola riempivano due stanze. Ricordo perfettamente il momento in cui cominciai a soffocare.

Rantolavo stesa per terra, ma, nessuno si accorgeva di ciò che stava avvenendo, almeno fin quando un giovanotto di nome “Pepetto“, anche lui presente a quel pranzo, si avvide che non riuscivo più a respirare e, prendendomi per i piedi , mi capovolse  a testa in giù, e incominciò a darmi dei colpetti alla schiena, finché la patatina non fu espulsa dalla mia bocca . 

Intanto tutti gli altri commensali erano rimasti così tanto per il fattaccio, che mi scrutavano come se avessero visto in me un fantasma. Ci fu chi si mise a piangere, mentre qualcun’altro esclamava: “ora che arriva Biagio “ci sfissa*a tutti quanti; Rosetta poteva morire! “(ci picchia)* Ebbi per molti giorni la lingua scottata e mal di gola.  

Ho sempre desiderato ringraziare quel giovanotto ma non ne ebbi mai l’occasione. Non  ho ricordo di cosa accadde all’arrivo di mio padre. So solo che, dopo che mi sciacquarono il viso per rianimarmi, quando mi ripresi dallo spavento e mi fissai allo specchio mi accorsi che sembravo un pomodoro maturo pronto per il sugo. 

Quel colorito persistette per giorni e giorni, prima di scomparire.  

Fortunatamente, spiacevoli episodi come quello non ne capitarono più, perché da allora, chiunque mi imboccasse il cibo, doveva prima fare attenzione che fosse tagliato minuziosamente a pezzettini e che non scottasse per non farmi bruciare la lingua, Crescevo e i giorni trascorrevano sereni, o quasi.  C’erano infatti delle mattine in cui   piangevo a dirotto e la causa di quei pianti era sempre lei, mia sorella Ida detta “pecora “, la quale, ogni qualvolta toccava a lei di accudirmi e spazzolarmi i capelli ormai lunghi fino ai polpacci, lo faceva così palesemente contro voglia e sbadataggine da tirarmene via sempre qualche ciocca. Mia sorella non era affatto contenta di quell’ingrato compito mattutino e, un bel giorno brandì un paio di forbici e, zac zac me li tagliò. Mia madre passò tutto il tempo a urlarle contro, fintantoché richiamato da quelle urla arrivò mio padre, il quale alla vista di cotanto scempio perpetrato a danno della mia capigliatura, s’infuriò talmente tanto da, menare mia sorella con un ceffone così tanto sonoro, che quel suono, a distanza di anni, riecheggia ancora all’interno delle mie orecchie. Quell’episodio segnò definitivamente il destino di Ida che, riluttante da sempre a collaborare ai lavori domestici impartitigli da mamma, da lì a poco fu fatta partire verso il Nord, direzione Ventimiglia, dove avrebbe trovato ospitalità a casa di Domenico, fratello minore di mio padre, e della consorte Letizia. Ma non bastò raggiungere Ventimiglia per ammorbidire l’atteggiamento strafottente di Ida, era così e non aveva voglia neppure di sparecchiare tavola…

“GLI ANNI INNOCENTI “

Dei primi anni ho pochi ricordi personali, ero troppo piccola per ricordare tutto, posso solo raccontare episodi riportati da parenti e amici di famiglia.

Tutti raccontavano di quell’amore paterno quasi esagerato nei miei confronti, per mio padre ero una bambola da esibire come il bene più prezioso. E guai a chi osava farmi piangere! I miei fratelli e sorelle avevano tutti “assaggiato“ la sua cintura sulle gambe, ma io ero esente da qualsiasi punizione, sicché il loro astio verso di me dilagava.

E il primo eclatante episodio di cui posso testimoniare personalmente (avevo forse cinque anni e non conoscevo ancora cosa fossero i soldi  ed il loro valore) fu quando mio padre mi prese per mano per l’ennesima volta e, quasi piegato in due (era alto quasi un metro e ottanta), mi portò con sé da Vincenzino Versace, il salumiere che aveva la “putia“*, la scritta della sua insegna con disegnato un paesaggio campestre e un grasso e rubicondo maiale invitava dicendo “Mangiate, che la vita è breve, morir di deve” nel centro del paese, un negozio che aveva prosciutti, salumi, enormi mortadelle tutti  appesi al soffitto, e disseminati per il negozio, spaghetti lunghissimi, sacchi di caffè in grani da tostare, fagioli, piselli, fave secche, scope di “saggina “, olio di oliva di propria produzione, zucchero, cioccolato: insomma era l’emporio dove potevi trovare tutto quello che serviva. È adiacente c’era l’unico bar del paese, frequentato da avventori senza lavoro che potevano passare qualche ora giocando a carte e bevendo vino. Per me era la caverna di Alì Babà. 

Era un ricchissimo proprietario terriero, aveva fattorie di maiali che servivano per la produzione di salumi e prosciutti, di cui mio padre, mastro norcino, si sarebbe occupato al momento opportuno, solitamente a fine dicembre o ai primi giorni di gennaio, facendoli diventare delle saporite salsicce e pancette e deliziosi capocolli e prosciutti. Possedeva ancora grandi mandrie di “vacche “per la produzione di prodotti caseari. Era sposato da tanti anni con Donna Caterina, ma sfortunatamente non avevano avuto figli. Era il più grande dispiacere per Vincenzino.

Mio padre, sempre tenendomi per mano, discuteva con questo grande signore che si ergeva da dietro al bancone sembrandomi enorme, e sovrastava tutto e tutti con la sua stazza. Io in silenzio, rapita da ciò che vedevo per la prima volta, stavo ad ascoltare la loro conversazione senza capir nulla di ciò che dicevano.

Ad un tratto questo omone esclamò: “Biagio, se mi dai a Rosetta figlia tua, ti do un milione! E quando muoio le lascio tutti i miei beni!”

Alzai gli occhi verso mio padre, che mi guardava con i suoi occhi blu, sorridendo.

Quasi svenivo, e la paura di ciò che mio padre poteva rispondere mi faceva battere forte il cuore. E come se questo signore avesse proferito una scemenza, mettendomi le mani sui fianchi come facevano le “chanteuse” parigine mentre cantavano, con piglio deciso e battagliero risposi: “Essì, che tu credi che valgo solo un milione!? “. Alla mia risposta tutti e due scoppiarono in una fragorosa risata, che fece accorrere tutti quelli che giocavano a carte nel bar adiacente, e commentarono dicendo a mio padre: ”Biasì, hai una figlia che vale molto più di un milione!” .

Difatti il ricco salumiere ne avrebbe dati 5 di milioni. Ma mio padre rispose che ” per lui valevo il mondo intero”. Col senno di poi da adulta ringraziai mio padre per la risposta che dette a quel compratore di bambini, che finì per adottare una orfanella del vicino orfanotrofio, e le lasciò un’ingente eredità alla sua morte.

Però passai vicino alla ricchezza, che mi sfiorò, ma non mi prese per mano…

 di Rosa Cozzi

da ” PROFUMO DI PEPERONCINO, BASILICO E UVA FRAGOLA”