Siamo così indaffarati a complicarci la vita che poi basta un secondo per rimanere sbigottiti davanti a un cambiamento.

A me è capitato quando mi sono accorto che non esistevano più due piloni all’inizio di un portico. Erano l’ultima difesa di un tempo che è stato. Quel meraviglioso tempo di innocenza in cui c’era la latteria, la signora Bettina e suo marito dietro al bancone, io con i pantaloni corti e la mano nella mano, di mia madre. E niente, qualche giorno fa non c’era più nessun pilone e sono rimasto a guardare quell’angolo di paese, come se mi avessero rifiutato una piccola felicità.

Proprio in quel momento, però, ho visto attraversare una sedia a rotelle. Sicuramente il passaggio stretto dei due piloni non avrebbe mai permesso il transito a quel tipo di carozzina. Seduto c’era un uomo dall’aria stanca, ma tremendamente vigile. Poco dietro, a spingere, una donna che sembrava aver avuto una nottataccia, ma allo stesso tempo capace di sorridere con generosità.

Questa coppia aveva catturato la mia attenzione e ho osservato il tragitto. Non c’erano più impedimenti urbanistici a limitare il loro movimento. Ma poco dopo hanno dovuto barcamenarsi tra i tavolini di un bar, mentre la maggior parte degli avventori faceva finta di non guardare.

E in quell’istante ho capito.

Ho capito che la vita può cambiare in una frazione di secondo. Quello stesso cambiamento può rappresentare un piccolo o grande dramma per alcuni… ma per altri addirittura una conquista.

Ho capito che la vita – quella vera – è senza controllo per definizione stessa. C’è poi chi si aggrappa troppo e chi ci rimane dentro. Ai ricordi, dico. E commette l’ennesimo goffo tentativo di ristabilire una connessione con la realtà, che è cambiata.

E ho capito che la disabilità fa davvero paura. Quella degli altri, intendo. Perché ci ricorda che nulla è perfetto, tutto può cambiare. E, a volte, tutto può diventare anche più difficile.

Pensa. Domani ti svegli e non puoi più muovere una parte del tuo corpo. Oppure non vedi più. O non senti. Magari fai un incidente e devono amputarti le gambe. Una malattia invalidante. Il caso. La sfiga. Il destino. Chi lo sa. Cosa ti attraversa il cervello, non è possibile neanche immaginare. Ma se dovessi tirare a indovinare con il mio, be’, ci sarebbero un sacco di ricordi in più ad aspettarmi, giorno dopo giorno, cercando la forza di crearne nuovi. E felici.

Il senso comune confonde la disabilità con una malattia che non fa altro che trasmetterci il ricordo di una vita che può prendere una piega inaspettatamente diversa.

Ma la reale disabilità è nei nostri ricordi. Se vissuti come invalidanti nel cammino che stiamo facendo.

Eccoci qui, per non fare finta di niente quando incrociamo lo sguardo di chi di invalidante ha qualcosa di reale, tangibile, concreto. Perché credimi: è probabile che chi ha una disabilità abbia molto da insegnare a chi crede che domani il cielo sia sempre e solo più blu.

Ed eccomi qui, perché mentre mi dispiacevo davanti all’assenza di due piloni, ho imparato che la vita è quella che ho davanti agli occhi. Come tutti noi, anche se a volte, molto umanamente, ce ne dimentichiamo. Matteo Bianconi

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