Il pessimismo cosmico è una dottrina di consolazione. Molto peggio sta chi credendo all’ambivalenza dell’ordine esistente, riconosce se stesso per inadatto, quindi per condannato a soffrire.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 1935/50 (postumo 1952)



Le giornate scorrono come nuvole. Cambiano forma e se ne vanno, svasano nel buio, nel fondo di un greto comparso all’improvviso mentre gli occhi guardavano altrove o erano perduti in un pensiero. Uno di quelli senza spiegazione, un uccello che non ha conosciuto il nido e sembra piuttosto essere nato da una scissione illogica dell’aria. Sono occhi da insonnia, vetri soffiati ancora incandescenti in un tremore di entusiasmi inabissati. Drammaticamente consapevoli. Tornano come lenzuola smesse, le nuvole, e mai uguali a dove le hai lasciate – oppure le credete innocue? A tratti sono miti greggi, poi corrono agitate, convulse come la folla che si immerge in corridoi verso una meta sotterranea –  e non la vedi più ma subito altra folla prende il suo posto. È l’ora di punta e io sono uno estraneo a tutto, lavoro solo d’immaginazione, creo il paesaggio ideale. Mi congiungo con la parte di me che vorrei e non sono mai stato. Un privilegio la fantasia quando lo specchio mi rimanda la sagoma della libertà, un dolore stanco quando mi spinge nel burrone della desolazione. Non so in quali storie fermarmi e da quali fuggire, ho bisogno di recidere la corda al tempo, pensarlo fiume impetuoso che decide per me il viaggio. E anche la foce. Dove voglio vivere, dove? E come? Come? Invidio il seme che non si tormenta nella scelta della zolla di terra, si fa trasportare e basta, si occupa solo di cullarsi ignaro del destino. Invidio il piccolo spermatozoo che prende una direzione, l’unica che gli viene concessa, fortunato o meno per l’epilogo. E il fuco, beato illuso che s’innalza verso la fine con un radioso sentore di felicità. Io invece la felicità devo costruirmela come una coperta in patchwork, come una costellazione di corpi mai uniti, un collage che si sgretola a ogni piccolo urto. Ho cominciato a immaginare di partire. Il pensiero ci lavora febbrile e io lo osservo. Sì, l’ho personalizzato. Ha le sembianze di me quando mi affaccio al futuro. Da un giorno che non ricordo frequento le stazioni. Le stazioni hanno l’ansia alle caviglie e i capelli aggrovigliati dal vento artificiale dei treni in corsa. Sono vive di un’esistenza che è all’altro capo della corsa. Vive e senza pensarci, affaccendate per arrivare all’altro capo. Ho comprato un biglietto e ogni giorno correggo la data perché so che dovrò prendermi tutto il tempo prima di decidere. Avere un biglietto in tasca mi riempie del fine da realizzare: partire, partire, partire. Ogni giorno mi fisso al tabellone e leggo combinazioni, cambi e orari del mio fatidico viaggio. Chilometri lontano per una separazione di vissuti: quel che ero e quel che sarò. Tagli d’occhi sconosciuti mi fanno compagnia sulla banchina, inconsapevoli di quanto io ne sia dipendente, in cerca di un’espressione che farò mia finalmente. Vorrei diventare come quel turista spensierato e gaudente, come il professore trasandato immerso in un romanzo, come la donna che sorride su una vecchia lettera. Il nuovo Farfy – mi chiamavano così i miei genitori, la famiglia intera, gli insegnanti, i compagni e alla fine proprio tutti, “Farfy il farfallino esile e silenzioso e gentile” – verrà fuori da questo immenso limbo di nostalgia del nulla. All’arrivo cambierà carattere, cambierà destino, dimenticherà perfino dov’è nato. Ribalterà l’amaro della nausea quotidiana. Oggi sono eccitato più che mai, è il momento. Chiudo gli occhi e inspiro profondamente il coraggio di andar via senza una destinazione certa, senza avvisare nessuno. Sceglierò il treno di questa giovane dallo sguardo fiero, con un’enorme cartella di disegni sotto il braccio. Ho deciso. Dove va lei andrò. “Scusi, è in orario il treno per…?”  “Per Abbiatemodo? Sì, tra dieci minuti arriva”. Molto bene, dev’essere il luogo ideale per rinascere, se ci va lei. Lei è una garanzia, visto il passo deciso, l’abbigliamento ricercato e volutamente fuori moda, l’indipendenza – è sola. Perfetto, fuori di ogni logica la seguirò. Già vedo dal finestrino scorrere alberi di fumo, scomparire come puntini i miei bambini mai nati, le metà che si separano, i visi giù tutti dello stesso colore, insonori, mimi scacciati da un teatro. Donne e uomini comuni, eccentrici, distratti, precisi. Tutti riavvolti in un nastro di passato. La banchina finisce, la certezza di un luogo si disintegra, l’attimo prima s’immerge in una folata di sabbia. Avrò fra poco quarant’anni, metà vita. Perfetto, perfetto! Non cercatemi più a Dulcorina. Ma Farfy dov’è? È solo sparito, fatevene una ragione.

foto dell’autrice