NIENTE E TUTTO. TUTTO E NIENTE

No, non voglio misurarmi nell’esegesi dei testi di Baglioni…

Quando gli studenti delle scuole superiori si affacciano al mondo dell’analisi matematica, uno dei primi concetti con cui si troveranno presto a fare i conti è quello di “limite di una funzione”.
Ed eccoli quindi alle prese con le tecniche utilizzate per risolvere le cosiddette “forme indeterminate” che si presentano abitualmente nello sviluppo di quei calcoli.
Non nascondo che ho sempre trovato intrigante l’uso del termine “indeterminato” nei rigorosi contesti della matematica (una deformazione da fisico, probabilmente!)… Ma non voglio certo iniziare a parlare di matematica, per carità, state tranquilli! Prendo spunto da una di queste forme indeterminate, quella che mi ha affascinato sin dall’inizio (tanto da inserirla in un romanzo), per parlare d’altro.

Questa forma appare quando due funzioni tra loro legate in un prodotto sono l’una infinitesima (tende a zero per un certo valore della variabile indipendente) e l’altra infinita (tende all’infinito per il medesimo valore).

Si otterrà dunque come risultato apparente l’espressione 0 ∙ ∞ e si dovrà giocare con vari metodi per scoprire cosa si “nasconda” in realtà dietro questa nebbiosa “indeterminazione” (i limiti, in fondo, somigliano un po’ a un’indagine poliziesca). Dire però “zero per infinito” può avere una valenza puramente matematica; tradurre tale espressione in un linguaggio più… letterario potrebbe invece attribuire a quest’ultima significati anche molto suggestivi.

Zero volte l’infinito. È la sensazione che viviamo per un amore perso. Contiamo all’improvviso zero volte quell’infinito che prima abitava la nostra anima condivisa. È il nulla che ci ritroviamo dopo aver toccato il cielo – l’infinito che ci porta l’amore – con il classico dito.
Chi potrebbe infatti sentirsi più “indeterminato” di colui che è stato privato di ciò che completava l’infinito della propria realizzazione di vita?

Infinite volte il nulla. Il vuoto della solitudine, dell’assenza, il baratro di un tempo che si ferma improvvisamente dopo che si è bruciato troppo in fretta nella passione di una relazione. Un futuro congelato sul confine crudele dell’orizzonte degli eventi di un buco nero…

Zero volte l’infinito, infinite volte il nulla… dovrebbero possedere il medesimo significato, come accade in matematica, ma in realtà sembrano esprimere aspetti sottilmente diversi di un’unica disperazione, tutta umana. Paiono essere l’uno conseguenza dell’altro.

Allora, zero volte l’infinito non sarà del tutto uguale a infinite volte il nulla, dopo essere precipitati in quella “indeterminazione”.

Utilizzando in modo improprio l’algebra di commutazione degli operatori ([A, B] = AB – BA), se vogliamo rappresentare questo nostro sconforto, proviamo a scrivere simbolicamente, quasi a voler elaborare, esorcizzare la nostra sofferenza per allontanarla da noi: [0, ∞] ≠ 0. Ripetiamolo infinite volte, riempiamo pagine intere, diluendo magari l’inchiostro nelle lacrime, tatuiamolo nel cuore…

Non avrà un senso matematico ma a un’anima mutilata lenirà forse il proprio dolore…

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