IL MONDO AL CONTRARIO, di Leonardo Migliore

#immaginosamente

~ IL MONDO AL CONTRARIO ~

di Leonardo Migliore 

Se tante cose odierne appaiono bizzarre,

ancora più bizzarro sembrerà ciò che mi appresto a scrivere.

Forse, il mio pensiero sarà impertinente

e violerà ogni relazione d’ordine,

ogni procedimento razionale. 

Racconterò bugie,

sarò irriconoscibile e insolente.

Seguirò itinerari depistanti

per reincantare un mondo in subbuglio, guardandolo sottosopra.

Se con uno strizzone riuscirò a farmelo amico,

sarò stato capace di ribaltarlo.

.

A cosa pensare,

dover fare fluire il corso dell’anima fra le anse del cuore

mentre dal cielo cadono frammenti di stelle trasportati da bocche di gabbiani.

Fra le mie mani trovano riparo sparuti brandelli di cuore,

ristretto spazio sinfonico che accarezza profondi silenzi.

È il battito del mare che mi trasporta lontano

dove il tempo tace.

Sopra le sue acque, un trionfo di nuvole labirintine alimenta dedali d’ipotesi e pertugi di granati.

Il magico Crisomallo, inviato da una madre a salvare i propri figli,

sa volare,

e in danza, sgusciante torero nell’arena dei fronti ondosi,

m’aggrappo alla luce

in mille riflessi

per respirare l’ebbrezza infinita del tuffo nostalgico

che, istantaneamente, tutto ricompone.

.

La luna appena nata scompare, sormontando la cresta di una nuvola,

veglia ora Galatea sopra il suo carro di conchiglia

e il mare si commuove al ricordo delle sue lacrime versate per l’amato Aci.

Un ruscello placido e albo assorbe l’impeto di un oceano,

nel suo fluido dolce sfuma il salmastro.

.

Apprezzare la discontinuità, il cambiamento

è come indovinare il profumo di un fiore,

raccogliere il vento in un nastro,

battezzare il colore dei campi.

Sono stato un ragazzo normale, ordinario.

Nella calma affiorano rumori assordanti e rimpianti:

spunta papà con il suo timone e la cecità del suo rigore,

riappare e mi esorta a riflettere prima di agire,

affronto le bufere di mamma

che si spengono nella festa di un grillo.

Quante parole inascoltate,

incessanti appelli diretti alla mia felicità.

Il mio verso è stato un latrato furente,

ho disatteso tante prerogative e aspettative,

ho amato senza fare calcoli,

come un giovane qualunque che loda le cose che gli procurano gioia,

e ho ringhiato contro ciò che mi infastidiva e rattristava.

Non credevo che esistesse la morte,

non davo valore alla vita,

conculcavo le erbette per rabbia,

scalpitavo per uscire con gli amici.

E nel mezzo tanti proponimenti

e il rimangiarsi regolarmente tutto,

in un vortice di passione e di scuse.

Coltivavo vizi dai quali rampollavano ostacoli a prima vista insuperabili.

E nel mezzo il negare

e, poi, l’ansia di confessare tutto,

vuotando il sacco come uno stormo di uccelli in aria.

Forse, sono stato solo me stesso,

un po’ ingenuo, sempre leale,

decisamente ostinato, riottoso

e, talvolta, perfino irriducibile.

Solo dopo ho compreso l’importanza del rasoio di Occam,

ho conosciuto il dolore del tradimento,

ho capito cosa significa piangere per la perdita di un amico fraterno,

innamorarsi e dover rinunciare ad amare,

che la vita e i sentimenti possono spezzarsi senza dare preavviso

e fare del nostro animo un ramo ritorto.

È così che sono cresciuto,

fra appuntamenti mancati e altri rispettati,

fra la gioia incontenibile e gli ossari esposti a memoria delle battaglie della vita.

L’esperienza e i valori che mi sono stati trasmessi mi hanno reso, probabilmente,

un uomo mite e morigerato, un probo cittadino.

Attraverso una fase differente della mia esistenza,

dal groviglio delle contraddizioni è sorto un ramo ammantato di foglie in pieno turgore vegetale.

.

È giunto il momento di dare fuoco alle polveri,

di creare confusione,

di interrompere il filo conduttore del ragionamento,

di smarrirsi nella bellezza e sovvertire l’ovvio.

È una di quelle rare occasioni nelle quali intendo donare quella parte ingenita in me che sfugge a ogni possibilità di controllo.

È il mio suggello di scrittore,

un folle sprazzo del mio ingegno.

Bevetene pure, ma a piccoli sorsi;

ubriacatevi di risate, ma siate sempre vigili, poiché inaspettatamente sarete chiamati a riflettere.

.

“E il vento tutto scuote,

i capelli scioglie in danza di nastri colorati che collegano tutti i bambini del mondo.

Il mio amore per le piccole creature è immenso.

Volano versi di colore che nella soavità scintillante di occhi spalancati e bocche sbadiglianti attendono ancora il latte di mamma.

Seni turgidi e seni miseri e secchi si contrappongono.

Le carestie sono il frutto indigesto dell’imperfezione del creato. 

Vorrei porvi rimedio allorché, in preda a un sussulto, divento padre di milioni di bimbi che riposano sul limitare del mio cuore.

Li guardo, sono timidi,

poi, saltellando, bussano alla mia porta

e prendono posto a sedere,

alcuni in un ventricolo, altri in un atrio.

Che bello sognare che tutto possa cambiare,

che si possa scrivere una nuova storia,

che una nuova canzone prenda fiato e note

e si erga a inno di rivoluzione, libertà e speranza.

L’amore non contempla muri e pareti;

ruggenti sequoie sfidano il cielo

e su di esse, nei nidi,

giocano bambini canterini come uccellini.

Un’altalena cigolante posta a una altezza stratosferica è il loro trastullo.

Cigolii e pigolii fanno rima in una successione che converge nell’orbita d’amore di luminosi sorrisi.

E nascono miti che non moriranno mai,

storie di eroi che fanno della loro quotidianità un capolavoro.

Bianchi, neri e gialli indossano le ali,

sono il do acuto di un flauto dolce nel mirifico coro di una sorgente che piove dal cielo,

galleggiano sui visi delle nuvole,

sfidando ogni legge di gravità.

Ecco il mondo alla rovescia,

vive in una dimensione che nessuno può cogliere,

dove vertici di monti in rombo fiorito amano

e si flettono al passaggio di stelle caudate e nastri filanti,

cavalli di tuono allo stato brado galoppano imperterriti fra i valichi,

spuma di rigagnoli deposita bolle argentee lungo i fianchi vallivi.

Sono tutti tesori appena foggiati che vibrano con le sonorità idiofone dei piatti di una batteria,

suoni di chitarra elettrica divorati a ritmi frenetici con un plettro,

che ci trascinano in atmosfere psichedeliche,

luci stroboscopiche che vagano nella discoteca del sonno profondo e dell’ipnosi.

La luce del sole splende ancora,

il paradiso in terra respira e brandisce la spada, esige attenzione.

Esplode fra bombe carta, mine e razzi,

rivendica, in un mondo con tecnologie avanzate,

vecchie pellicole cinematografiche a tre strati di emulsione,

il mantello di un gatto calico.

Restituisce palafitte, sedi oracolari, are votive, altari, santuari in grotta.

E la musica del sabato sera inonda le strade di una città,

le sue caditoie sono frequentate dai piccolissimi uomini di Re Laurino,

bonari visitatori ladini che impreziosiscono le cime dei palazzi con la leggenda dell’enrosadira.

Sono gli invisibili, gli abitanti del “giardino delle rose”, che un bambino raccoglie fra le sue manine per baloccarsi

mentre un incurante adulto passa

calpestandone un cospicuo numero.”

.

_ Dipinto di Marc Chagall del 1964 intitolato  «La vie». Chagall in questa tela porta in scena il reale ordito della sua esistenza. Ci consegna le chiavi del suo mondo mistico costituito da elementi “spostati”. Il pittore russo naturalizzato francese è per antonomasia il vero “equilibrista su un mondo alla rovescia”. L’opera succitata si può oggi ammirare presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea della Fondazione Maeght ubicato a Saint-Paul de Vence, località della Costa Azzurra dove lo stesso Chagall morì nel 1985 alla veneranda età di novantotto anni.