Così ha detto un testimone al processo in cui l’assistente personale di Vattimo è accusato di circonvenzione di incapace: “Il professore aveva un forte desiderio di colmare la solitudine. Aveva paura di rimanere solo come un cane, senza nessuno intorno. Così ne beneficiavano tutti”. Infatti tanti prendevano dei soldi dal professore, che a sua volta si è dichiarato perfettamente capace di intendere e di volere.

In un’intervista del 2012 Paolo Calissano aveva dichiarato:  “La mia vita è stata bella, divertente e a tratti entusiasmante. Ma sempre contraddistinta da una grande solitudine che mi ha portato a fare degli errori anche gravi. Parlo di solitudine perché avere intorno molte donne non significa essere amato. Io ho amato molto, ma non sono certo di essere mai stato ricambiato. O forse sì, ma non me ne sono accorto come avrei dovuto”. Questa dovrebbe essere la ragione profonda dei guai dell’attore, morto pochi giorni fa per un mix di psicofarmaci. 

Ci sono persone che non sanno cosa vogliono dalla vita; altre che lo sanno ma non riescono ad ottenerlo; altre che non vogliono più niente dalla vita e sono schifate di tutto e di tutti; altre che hanno ottenuto ciò che volevano, ma sono comunque insoddisfatte; altre che ottengono dalla vita cose diverse da quelle che volevano, sono quelle che fanno centro in bersagli non mirati, come ne “La coscienza di Zeno”. Di solito la maggioranza delle persone non raggiunge gli obiettivi prefissati da adulti. Se poi si facesse il raffronto tra i sogni da ragazzi e i traguardi raggiunti da adulti tutti o quasi risulterebbero insoddisfatti. Può darsi che abbia influito nell’animo di Calissano il ritorno all’anonimato, i tanti no subiti. Per l’attore la mancanza di successo di questi ultimi anni, dopo un periodo di grande popolarità,  è stata una sorta di lutto da elaborare. È difficile sopportare di essere stati lasciati soli, tollerare il fatto che il telefono non squilli più. Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono persone che stanno peggio, che non riescono ad arrivare a fine mese. Ma nel caso di Calissano tutto si spiega con quella che gli psicologi chiamano deprivazione relativa. L’attore probabilmente si confrontava spesso con le carriere di altri vip, prendeva come termine di paragone quello che era stato in passato. È un meccanismo assolutamente mentale naturale in ognuno di noi.  Comunque nei casi di Vattimo e Calissano è stata la paura della solitudine, la minaccia, lo spauracchio di essa ad averli portati ad agire in quel modo. Calissano è addirittura giunto alle estreme conseguenze,  all’autodistruzione completa. Un’altra cosa oltre al senso di solitudine contraddistingue Vattimo e Calissano è che entrambi sono stati usati, essendo o essendo state persone danarose e di successo. Molte persone a loro vicine li hanno solo sfruttati sia dal punto di vista economico che da quello dell’immagine. Erano galline dalle uova d’oro. Per questo alcuni hanno cercato di approfittarne. Eppure entrambi sono stati persone brillanti, ma ci sono esseri senza scrupoli davvero abili a individuare i punti deboli di ognuno. Qualcuno potrebbe ritenere che i problemi di Vattimo e Calissano siano secondari, forse ininfluenti, di certo marginali. Altri potrebbero pensare che siamo tutti soli di fronte alla morte. È solo una ipotesi, ma personalmente credo che non sia per tutti uguale e che ci siano persone più esposte alla solitudine, forse perché più sensibili, o che semplicemente la avvertono di più. La paura di molti, me compreso, è quello di ritrovarsi soli dinanzi alla malattia, al dolore, alla demenza, ad una mancata autosufficienza. Da bambini e da giovani è facile fare amicizia. Poi da maturi e da anziani è più difficile rompere la solitudine. Ci sono come ostacoli le formalità,  gli schemi mentali, le abitudini, la diffidenza, una vita già piena di affetti. Spesso i veri amici si contano sulla punta delle dita. Al massimo si possono avere molti conoscenti. Sono pochissime le persone leali, disinteressate, che verrebbero a soccorrerci nel momento del bisogno. Spesso arrivati alla maturità ci si accontenta degli amici che si ha, non se ne cerca altri. Ci sono già la famiglia, i parenti, i colleghi di lavoro. Ognuno insomma ha la sua vita sociale. E allora perché mettersi a parlare al bar con quell’estraneo? Perché dare confidenza al prossimo? Eppure molti si professano cristiani, ma sono rinchiusi nel loro guscio e non intravedono nell’altro il Cristo. In fondo alcune persone vengono isolate, ostracizzate, emarginate, ghettizzate. L’altro può essere evitato perché diverso, perché straniante, perché ci disturba, perché mette in crisi le nostre certezze. In fondo nessuno individualmente è responsabile perché la colpa di aver lasciato qualcuno solo non è imputabile a nessuno in particolare; nessuno può essere accusato di niente. La colpa è di tutti e quindi di nessuno; infatti ognuno deve essere lasciato libero di frequentare chi vuole e non ci devono essere obblighi o imposizioni sociali in questo senso. Allo stesso modo la società è responsabile e deve farsi carico della solitudine dei cittadini. Ci devono essere associazioni e circoli culturali che cercano di favorire la socialità, soprattutto dei più anziani. Ci sono alcuni anziani nelle grandi città, lasciati soli dai figli, che si sentono particolarmente fragili durante le festività e addirittura telefonano ai carabinieri perché li vengano a trovare a casa. Altri per non sentirsi soli vanno in un ristorante per illudersi di essere in compagnia per qualche ora, pagano il pranzo di Natale e il cenone di San Silvestro per questo motivo. C’è chi per rompere la solitudine finisce per fare il turista sessuale in posti lontani.  Molte persone che si sentono sole avrebbero solo bisogno di fare due chiacchiere col prossimo quotidianamente,  ma non sempre trovano qualcuno disposto a interloquire con loro. Non parliamo poi di chi vorrebbe parlare approfonditamente col prossimo,  raccontare i propri problemi, sfogarsi. Spesso ci si frequenta per utilitarismo, per un tornaconto personale. Ognuno è immerso nella solita routine e alcuni individui vengono lasciati soli. Per rompere la solitudine e trovare qualcuno che li capisca o si sforzi di farlo alcuni diventano fedeli e si confessano ad un prete oppure vanno da un terapista. Spesso è difficile trovare qualcuno che cerchi di capirti disinteressatamente e che non abbia preso i voti o non appartenga ad un ordine professionale.  La solitudine può essere anche una scelta fino a quando si è in ottime condizioni psicofisiche e perfettamente autonomi, ma quando mancano le premesse indispensabili per essere ieratici ed orgogliosamente soli? Thoreau ha scritto Walden quando stava bene dal punto di vista psicofisico e poteva contemplare la natura, andare nei boschi. Qualcuno può chiedere quale senso abbia la solitudine. La realtà è che spesso non ha alcun senso specifico; è solo un amaro sorteggio, a qualcuno è toccata questa sorte. Per essere soli ci vuole buona salute. Per passare delle nottatacce a camminar da solo o a girovagare con la macchina per Roma come Pasolini bisogna avere buona salute. La solitudine in gioventù può essere anche una dote, un privilegio raro. In vecchiaia è senz’altro una privazione, una assenza costante. Da giovani si può anche ritenere che la solitudine sia la vera ed autentica condizione esistenziale senza alcuna ipocrisia né inganno sociale. La può pensare così chi crede che ogni rapporto umano sia strumentale, sia fondato su un do ut des. Ma nella vecchiaia questo modo di intendere comincia a fare acqua da tutte le parti. Ci si scopre bisognosi dell’altrui presenza. 

Volenti o nolenti abbiamo bisogno degli altri, come minimo abbiamo bisogno della loro compagnia, di quella che chiamiamo socialità. Siamo animali sociali. Dobbiamo cercare gli altri, anche se noi possiamo deluderli e possiamo rimanere a nostra volta delusi da loro. Non sempre le affinità sono elettive ed esiste una corrispondenza di amorosi sensi. Spesso incontrare gli altri, affrontarli significa stipulare un patto di non belligeranza, di rispetto reciproco e delle norme del vivere civile. Spesso è questione di osservare delle regole non scritte. Si tratta spesso di avere l’accortezza di glissare su certi certi tasti, di non mettere il dito nella piaga e di aspettarsi la stessa sensibilità di altre persone altrui. C’è anche chi resta solo perché ha commesso degli errori. Come scrive Bob Dylan in “Like a rolling stone”: “Che effetto fa, che effetto fa, cavartela da sola, non poter tornare a casa, che nessuno ti conosce, come un sasso che rotola via?”. Ma a tutti dovrebbe essere concessa un’altra possibilità se hanno davvero la volontà di riscattarsi. Il grande poeta Walt Whitman per ribellarsi alla solitudine e all’incomprensione cacciava il suo Yawp, il suo urlo barbarico.  Ma Whitman era più unico che raro, difficilmente imitabile da noi comuni mortali e normodotati. Infine pensiamo agli ultimi istanti di un malato di Covid in terapia intensiva. Indipendentemente dal fatto che si sia a favore, contro o dubbiosi riguardo al vaccino,  è terribile morire da soli senza i propri cari al capezzale ed avere piena coscienza della propria sorte. Il Covid è terribile non solo perché può essere mortale ma anche perché lascia l’uomo da solo di fronte alla morte senza alcuna consolazione. 

Davide Morelli