Agostino Pietrasanta

Desmond Mpilo Tutu, scomparso lo scorso 26 dicembre a novant’anni, determinato so-stenitore dei diritti della popolazione Afro del Sud Africa, fu uno dei protagonisti rico-nosciuti del dissenso contro l’apartheid, al-meno dagli inizi degli anni sessanta del se-colo scorso. La segregazione (apartheid, per l’appunto) della popolazione di colore del Sud Africa, introdotta per iniziativa dei governi nazionalisti dal 1948, limitava im-portanti diritti civili, economici e politici delle componenti discriminate. Credo op-portuno richiamare alcune delle disposi-zioni, vero e proprio corpo organico della discriminazione al fine di evidenziarne lo spirito e la pseudo filosofia di fondo. Proibizione dei matrimoni interrazziali; rilevanza penale dei rapporti sessuali tra soggetti di razza diversa; codificazione e registrazione dei cittadini in base al carat-tere razziale; dichiarazione di fuori legge di ogni opposizione al regime, soprattutto a quella di sinistra; proibizione alla popola-zione di colore di frequentare zone urba- ne riservate ai bianchi; limiti rilevanti per la frequenza scolastica e di accesso alla scuola pubblica in base a criteri razziali; divieto per le categorie discriminate di svolgere parecchie professioni e relative privazioni di cittadinanza. E tanto basti.

Sarà il caso di sottolineare, prima di alcuni richiami all’azione di Tutu, due aspetti che risaltano di tutta evidenza. Siamo di fronte a disposizioni chiaramente indotte da una concezione razzista; come dire che i pro-motori dell’apartheid riconoscevano né più né meno che l’esistenza della razza e delle relative identità discriminatorie, proprio co-me gli estensori del manifesto della razza redatto da alcuni “scienziati” in Italia nel 1938. Inoltre l’elemento razziale trova pro-mozione dopo i disastri dei totalitarismi di Stato in Europa, di cui evidentemente la classe dirigente del Sud Africa, alla fine de-gli anni quaranta e per diversi decenni in seguito sembra non tenere conto e darsi ragione.

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