Gelide nebbie; umide foschie

Gelide nebbie, umide foschie
aggrediscono i novelli seminati grani,
i rami spogli di cespugli ed alberi,
le stoppie nei campi, i sempreverdi,
fronde d’alloro, insalate nei giardini.
Su panchine di parchi, sotto i ponti,
giacciono barboni semi assiderati
dinanzi agli occhi di tanti fortunati
che riposano in case riscaldate
e banchettano come evangelici epuloni,
e di cibo ne rimane tanto sulla mensa;
quanti porci son lì a rimpinzarsene!
Non è questo un vivere blasfemo
che grida vendetta al cospetto
di Chi fece che fossimo?
Io stesso son parte integrante di questa società
dedita all’ingiustizia più abbietta;
io stesso tengo mano come un Saulo
all’emarginazione dei più miseri;
io stesso quale cieco epulone
scaccio dalla tavola i Lazzari di turno;
io stesso lascio morir di stenti tanti poveri
come fa il Levita, il Sacerdote che, senza soccorso
abbandonano, avari di rimorso,
il derelitto di turno sulla strada.

Vittorio Zingone

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