Giuseppe Fava, la forza dirompente del giornalismo di denuncia

La classe operaia va in paradiso

Giuseppe Fava, la forza dirompente del giornalismo di denuncia.

La sera del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava, scrittore, drammaturgo, saggista, sceneggiatore e giornalista indipendente stava andando al teatro Verga di Catania a prendere la nipote che stava recitando. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale, ma non fece in tempo a scendere dalla sua macchina che fu colpito alla nuca da cinque proiettili calibro 7,65. Fu il secondo intellettuale, dopo Giuseppe Impastato, a essere ucciso da Cosa Nostra.

Fava aveva collaborato dal 1980 con la testata “Il Giornale del Sud”, di cui fu direttore e che trasformò in un quotidiano coraggioso con l’intento di basarsi principalmente sulla narrazione della verità per «realizzare giustizia e difendere la libertà». Fu in quel periodo che si riuscì a denunciare le attività di Cosa nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga. L’esperienza al Giornale del Sud si concluse con il suo licenziamento, dopo che la rivista subì intimidazioni ed essere scampato ad un attentato dinamitardo.

Successivamente, con i suoi collaboratori fondò la cooperativa “Radar”, per poter finanziare un nuovo progetto editoriale. Il primo numero del nuovo mensile, “I Siciliani”, fu pubblicata nel novembre 1982 e divenne da subito un baluardo del movimento antimafia. Le sue inchieste denunciavano continuamente la presenza della mafia negli ambiti della società, ma l’articolo che scosse maggiormente l’opinione pubblica fu quello a sua firma intitolato “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” in cui venivano denunciate le attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona, collegati con il clan del boss Nitto Santapaola.