“Sono targato Livorno 1912”, diceva di sé Giorgio Caproni (1912-1990), poeta, traduttore e critico letterario. Nato nella città toscana,da padre ragioniere  e da madre sarta, Caproni vi trascorre l’infanzia .Quasi ancora bambino, scopre l’amore per la poesia leggendo i poeti della scuola siciliana e toscana e perfino Dante.

Dopo anni di ristrettezze e di assenza del padre, andato in guerra,Caproni si trasferisce nel 1922 con i genitori, il fratello e la sorellina nata da poco, a Genova. Dopo le medie segue lo studio del violino nell’Istituto musicale “G.Verdi”: iscritto alla scuola magistrale,abbandona presto gli studi ma legge i poeti e scrive.

L’amore per Genova lo accompagna tuttavia sempre“Genova sono io. Sono io che sono ‘fatto’ di Genova”, dirà in un’intervista del 1965 a Ferdinando Camon..

Due  saranno sempre le sue città del cuore : Genova e Livorno, dove tornerà e scoprirà le sue radici affettive. Tuttavia non  vivrà in nessuna delle due poiché dal 1935, appena ventitreenne, prende servizio come maestro elementare in Val di Trebbia, tra la Liguria e l’Emilia. Conosce presto il dolore della perdita con la morte della fidanzata Olga Franzoni per la quale scrive poesie piene di tristezza.

Nel 1938 sposa Lina Rettagliata da cui ha la figlia Silvana e viene chiamato alle armi nel 1939 dove presta servizio nelle Alpi Marittime e in Veneto.

 La sua vita trascorre dunque  lontano dalla città ligure, tra il paesino d’origine della moglie e Roma, dove abiterà con la famiglia fino alla morte.

 Tuttavia le sue città del cuore rimangono Genova e Livorno : l’una cantata come la città “di tutta l’intera vita / mia, consumata in salita” l’altra riscoperta in età adulta, in occasione di una visita alla tomba dei nonni nel 1949: “Scendo a Livorno e subito ne ho un’impressione rallegrante. Da quel momento amo la mia città, di cui non mi dicevo più”.

Negli anni di maggiore produttività la sua poesia è per l’appunto tutta incentrata sul recupero della memoria e in particolare alla figura materna ( Annina )a cui dedica la raccolta “Il seme del piangere” edita da Garzanti nel 1959 e vincitrice del premio Viareggio.Così ne parla:” una personcina schietta / e un poco fiera (un poco / magra)”, “priva […] di vanagloria / ma non di puntiglio” o ancora :profumata di cipria e accompagnata dai “suoni fini / (di mare) dei suoi orecchini” …mentre si affretta, la mattina, al lavoro di sarta – prende corpo una poesia “fine e popolare” come la sua protagonista, “ardita / e trepida, tutta storia / gentile, senza ambizione” .

 Credeva che non occorresse cercare l’avventura in luoghi particolari in quanto la città,il borgo, la casa stessa potevano essere luoghi di creazione e di avventura, distaccandosi  così da un certo intellettualismo della metà del 900.

Caproni affina la sua arte poetica traducendo i poeti francesi:Apollinaire,Cèline, Proust e scoprendo nuove tecniche espressive:la sua precedente cultura musicale, interrotta per ristrettezze economiche,si fa sentire nell’uso della rima, da lui ritenuta essenziale per dare al lettore un’emozione in più. Del resto da ragazzo durante gli esercizi musicali, scriveva lui stesso le parole per musica.

Ecco una poesia dedicata a lei,la madre Anna.

Per lei

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era cosí schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Da “Il seme del Piangere”Garzanti 1959