Ci sono persone che non ce la fanno più con la loro vita e vorrebbero fare una scelta drastica, radicale. Vorrebbero fare una vita completamente diversa. I problemi di molti sono sopportare capo e colleghi, andare sempre di corsa, essere sempre stressati, non raggiungere gli obiettivi economici prefissati, non riuscire a conciliare lavoro e famiglia, non riuscire mai a staccare, avere poco tempo libero e in quel poco tempo a disposizione per deformazione professionale o mania personale pensare sempre al lavoro. Per alcune professioni c’è anche l’obbligo di reperibilità costante. Sono innumerevoli le contrarietà della vita quotidiana. Un’altra questione è che i soldi non bastano mai. Ci sono troppe cose da pagare. Viene da chiedersi quante sono le cose di cui si potrebbe fare a meno, ma se ognuno togliesse il superfluo il sistema imploderebbe.  Alcuni così si ritirano dal mondo e scelgono di fare gli eremiti. Abbandonano tutti, si ritirano in preghiera, vivono con poco, dicono di pregare non solo per la salvezza della loro anima, ma per quella del mondo, dell’umanità.  Personalmente mi chiedo se le nostre anime e il mondo meritano di essere salvati. Ci sono gli scettici che si chiedono dove finirebbe il mondo se tutti fossero eremiti. Altri pensano che quella possa essere una delle molte vie giuste. Certamente il rischio ed il dubbio di sbagliare strada ci sono sempre. Esistono persone che vendono tutto, scelgono il raccoglimento, la solitudine e poi capiscono di non essere fatti per quella vita. Non è così facile stare lontani dal mondo, stare con sé stessi, saper convivere con i propri demoni, stare incessantemente a contatto con la natura selvaggia in un posto sperduto. E se uno ha un malore a chi potrebbe chiedere aiuto? A nessuno. Spesso le strade per arrivare sono impervie. C’è da perdersi prima di arrivare. Sarebbe un’impresa arrivare lì per un medico di condotta. Ma un eremita affida la sua vita nelle mani di Dio, anche se per me c’è troppo fatalismo nel vivere, seguendo il detto “sarà quel che Dio vorrà “. Come scrive Battiato: “Dentro di me vivono la mia identica vita | dei microrganismi che non sanno | di appartenere al mio corpo… | Io a quale corpo appartengo?” (da Beta, n. 4, lato A). Ad un certo punto della vita alcuni cristiani vogliono espiare i loro peccati. Altri si rifanno alle religioni orientali: credono che tutto sia energia e si sentono parte della coscienza universale. Insomma vogliono far parte di qualcosa di più grande, di immenso. Ad un certo punto alcuni non vogliono che stare nel solito posto a riflettere. Scacciano in questo modo le distrazioni del mondo. Ma forse anche queste scelte di vita così impegnative saranno per così dire seppellite da una risata. La serietà,  la gravità e la solennità di certi monaci suscita ilarità in alcuni, soprattutto i più giovani. Però chi sono gli stolti? Certo l’impegno è gravoso: per diventare religiosi o eremiti bisogna abbandonare tutto, anche quel poco che si possiede, e fare come San Francesco. Però ben pochi scelgono a questo mondo la povertà.  Per la maggioranza dei poveri la loro condizione non è una scelta.

Di certo gli eremiti tagliano i ponti con il rumore disturbante del mondo, con la sua vanità,  con le sue fonti di distrazione, con le sue possibilità di sviare da ciò che è veramente importante. Ci sono persone invece  sempre in contatto con gli altri e che si chiedono chi glielo fa fare di stare sempre sul pezzo. Non ne possono più, sono logorati dal tipo di vita che conducono. Sono la routine, gli obblighi sociali e lavorativi che scelgono per loro. Sono vite basate sul dover essere e non sull’essere. Molti vorrebbero riprendere in mano la loro vita. Molti pensano di aver perso il filo della loro vita, ma non sanno a chi dirlo, si vergognano di rivolgersi a qualcuno, addirittura non riescono a confessarlo a sé stessi. Ha qualche senso compiuto stare nel mondo, seguire le mode e lo spirito del tempo? Tutti corrono, tutti vanno di fretta; momenti per fermarsi a riflettere fanno paura. Esiste anche il timore di guardarsi dentro, di ripensare sé stessi. Molti vorrebbero cambiare, ma nel cuore della maggioranza di questi sorgono spontanee delle domande: sarò veramente capace di rinunciare a piaceri e comodità del mondo moderno? Non è troppo tardi per cambiare? Non è che quel che è fatto ormai è fatto? Sarò veramente capace di tagliare i ponti con la modernità? Oppure sarò pieno di ripensamenti ed allora non potrò più tornare indietro? È innegabile che la Chiesa è priva di preti. C’è una carenza di vocazioni. Papa Francesco ha indicato tra le cause il relativismo, le culle vuote, la secolarizzazione.  Quindi diciamocelo francamente il mondo non va in direzione della spiritualità,  ma dell’effimero. Personalmente anche se non sono assolutamente un eremita (sono un grande peccatore come molti), vivo in provincia e faccio una vita molto ritirata. Passo diverse ore in solitudine e in silenzio. Rifletto, medito sulla vita e sul mondo. Faccio le mie passeggiate. Parlo con i miei familiari. Ho dai miei giorni quello che è sufficiente avere, per ora ho di che vivere e non chiedo di più. Uno dei problemi fondamentali della vita contemporanea è che siamo sempre eterni insoddisfatti. Vorremmo sempre avere molto di più, essere molto di più, godere molto di più. Molti vorrebbero provare certe esperienze soltanto per il gusto di raccontarle agli amici. Quando mi affaccio alla finestra guardo la posizione del sole nel cielo e le persone che parcheggiano la macchina per fare la spesa.  Quasi ogni sera guardo il sole tramontare dietro alcuni pini, dietro le pale eoliche. Ogni tramonto suscita impressioni e pensieri diversi.  E se fossi un eremita contemporaneo urbano (per quel poco che possono essere eremiti i cittadini)? Naturalmente era una battuta. Per essere eremiti bisogna avere una scorza molto più resistente, una tempra molto più forte. Secondo qualcuno pessimista i giovani di oggi non hanno manualità e non hanno voglia di lavorare. Invece secondo un’analisi della Coldiretti del settembre 2020 abbiamo un aumento del 14% delle imprese agricole, che ha come titolari under 35. Tra i giovani assistiamo ad un ritorno alla campagna. Sicuramente ne abbiamo bisogno. Ci vuole chi si occupi di agricoltura per lo sviluppo sostenibile. Questo ritorno alla campagna va promosso in tutti i modi, anche se andrebbero valutati non solo i pro ma anche i contro. Alla televisione parlano sempre degli aspetti vantaggiosi, dei lati positivi e non dei sacrifici oltre al capitale da investire ed al rischio economico da assumersi. Certo ci sono delle agevolazioni fiscali, ma alla TV sembra sempre tutto facile. Come scelta di vita questa rispetto a fare l’eremita è meno netta, ma comporta anch’essa fatica fisica e alzatacce. 

C’è poi un altro modo di cambiare vita, decisamente più edonista. Ci sono i pensionati che vanno a vivere all’estero, in nazioni in cui la vita costa di meno. Secondo il sito dell’INPS questo ente paga all’estero circa 330.500 pensioni per un importo complessivo di circa 1.331.720.000 euro. Il pagamento della pensione all’estero viene svolto in circa 164 Paesi. Molti pensionati fanno la bella vita. Questa scelta non è molto spirituale. Alcuni pensionati single (mi auguro che siano una sparuta minoranza) finiscono per fare turismo sessuale continuo e non sempre le donne del luogo  sono maggiorenni, consenzienti e capaci di intendere e di volere. 

C’è chi gira il mondo alla ricerca di un luogo ameno, di una persona giusta, di un’occasione propizia che non trova. Mi sono sempre chiesto cosa sia più importante? Il luogo, le persone o le occasioni? Forse ciò varia da persona a persona e per la stessa persona da fase della vita a fase della vita. Un mio amico, poi morto a Londra per un malore,  che amava viaggiare, mi disse una volta che l’importante non era la meta, ma il viaggio in sé. Come scriveva Sergio Endrigo “c’è gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo”. Rimbaud cercava il luogo e la formula. Non trovò niente di tutto questo. Al suo funerale ci furono solo la madre e la sorella. Morì in solitudine. Persone come Rimbaud hanno una grande fame di vita e vorrebbero abbracciare l’intera umanità,  tutto il mondo. E se questo vitalismo disperato fosse permeato da una spiritualità autentica? Se l’eremita vuole fuggire dal mondo, forse Rimbaud voleva fuggire da sé stesso. Forse. Ognuno abbia il coraggio di scegliersi un modello, anche se spesso in molti siamo in balia della vita, soggiogati dal suo caos e dalla sua ingovernabilità. 

Davide Morelli