Luoghi, personaggi, fatti e leggende

IL RINASCIMENTO ultima parte, di Luciana Benotto

Le Signorie italiane

Terminata l’epoca d’oro dei Comuni democratici, i Magnati (rappresentanti delle Arti Maggiori) si impadronirono del potere influenzando le decisioni del Podestà e scatenando nelle città lotte senza quartiere tra fazioni politiche diverse: guelfi e ghibellini, guelfi bianchi e neri. In una situazione come questa, quando la scontro politico diviene discordia sociale, le leggi vengono accantonate e prevalgono la corruzione, i tradimenti e la violenza, e facilmente si affermano i tiranni. È proprio questo quello che avvenne nei Comuni italiani, dove individui chiamati Signori, riuscirono ad imporre il loro potere, ovvero la Signoria.

A Milano si insediarono i Visconti e poi gli Sforza, a Ferrara gli Este, a Bologna i Bentivoglio, a Mantova i Gonzaga, a Firenze i Medici, a Urbino i Montefeltro, a Rimini i Malavoglia; insomma uomini provenienti dalla borghesia mercantile e dal mestiere delle armi, come i capitani di ventura, si sostituirono in molte realtà italiane al libero Comune.

Un esempio: i Montefeltro

I Montefeltro erano una famiglia romagnola che governò prima Urbino e successivamente il Ducato di Urbino, un grande stato che comprendeva la parte settentrionale dell’odierna regione Marche e parte dell’alta Umbria, coincidente con l’attuale territorio del comune di Gubbio

Nel 1443 Papa Eugenio IV  nominò suo nipote Oddantonio II da Montefeltro duca di Urbino,  che di lì a poco sarebbe diventato uno dei centri focali del Rinascimento italiano. Egli regnò però per meno di un anno, dal 1443 al 1444, perché poi fu assassinato. Prese dunque il potere il fratellastro maggiore Federico, che divenne uno dei più grandi principi nello scacchiere italiano dell’epoca; egli fu celebre tanto come condottiero che come colto mecenate delle arti. Fece erigere il palazzo Ducale di Urbino al quale lavorarono architetti del calibro di Luciano Laurana e Leon Battista Alberti, e pittori quali Paolo Uccello, Piero della Francesca, Giusto di Gand, oltre a un nutrito gruppo scultori e ceramisti, tra cui Luca della Robbia, che abbellirono la sua principesca residenza che ospitò anche una delle biblioteche più importanti del Rinascimento.

Nel 1459 sposò Battista Sforza dalla quale ebbe sei figlie e il tanto atteso erede: Guidobaldo, che divenne duca alla morte del padre avvenuta nel 1482 quando aveva solo dieci anni; pertanto fu guidato ed assistito dallo zio paterno, conte Ottaviano Ubaldini della Carda, nominato suo tutore, e dal fratellastro Antonio da Montefeltro.

La figura di Guidobaldo, pur meno appariscente di quella del famoso padre, mi ha affascinato dopo aver visto il suo ritratto dipinto da Raffaello, tanto che ho scritto un romanzo su di lui, narrando due importanti anni della sua vita. Eccolo.

Il Duca e il Cortigiano

Imprese d’arme e d’amore

Il romanzo ricostruisce l’atmosfera ideale della corte di Urbino, fatta di colte e raffinate conversazioni, intrattenimenti poetici e musicali. Tutto ciò viene spezzato dall’arrivo, nel giugno del 1502, di Cesare Borgia, che con un agguerrito esercito marcia sul Montefeltro per conquistarlo e strapparlo al legittimo duca Guidobaldo, figlio di Federico III, il condottiero che aveva realizzato in Urbino la “Città ideale”, un  luogo in cui la perfezione architettonica era strettamente congiunta al buon governo e alla felicità dei sudditi. Guidobaldo lotterà per riconquistare le sue terre insieme all’amico e braccio destro Ferrante d’Aragona e a pochi uomini fidati. Le loro vicende personali si intrecciano con quelle di Elisabetta Gonzaga, amatissima moglie del duca, e con quelle Aura di Middelburg figlia di un mercante fiammingo. Tra avventure e disavventure, incontri d’amore e il segreto che avvolge la bella Aura dalle chiome fulve, la vicenda giungerà a lieto fine, a segnare una parentesi felice nella vita dei personaggi, così come d’altronde avviene nella vita di tutti noi.