Nella foto il mio amico pontederese Emanuele Morelli

Quante varianti ci aspettano? Quanti vaccini ci aspettano? Quante dosi ci attendono? La vita è precaria ai massimi livelli ai tempi del Covid. Ci sono bar chiusi perché i titolari e i dipendenti hanno il Covid. Inoltre come si fanno a prevenire le patologie se pochi vanno a fare esami ed analisi per paura di contrarre il Covid? Sembra che tutto ciò non abbia fine. Quanti anni pandemici ancora ci aspettano? Riuscirò a vedere la fine di questa pandemia? Questi sono interrogativi che ci facciamo tutti, più o meno. Sono a letto con un bel raffreddore. Sono a letto. Mi riguardo. Ho preso fresco. Niente di particolare. Lo dicevo a Lele: quanti anni di vita ci aspettano? Che aspettativa di vita abbiamo? Dieci? Venti? Se va bene, trenta. E poi game over! E poi morte secca!  Mi piacerebbe vivere ogni momento. Invece siamo tutti guardinghi. Abbiamo tutti paura del contagio. Non vado più a divertirmi. Non esco più. Un tempo uscivamo per fare sciocchezze, per dire sciocchezze. Ci portavamo un poco in giro. Guardavamo le donne. Erano sempre le donne degli altri. Guardavamo le città. Andavamo nei locali. Andavamo a sorseggiare una birra. Raccontavamo le nostre storie. Tutte cose di poco conto. Quando non ci saremo pochissimi se ne accorgeranno e per pochissimo tempo. Poi tutto continuerà come prima. Ma i problemi in questo mondo materialista sono di chi resta e non di chi va o di chi se ne è andato. Speriamo di vivere ancora per diverso tempo. Non poniamo limiti alla Provvidenza.  Non c’è lavoro. Se continua questo stato di allerta l’intera economia nazionale andrà a farsi fottere. È una cosa che riguarda tutti, anche chi ha il posto fisso. Le prospettive non sono rosee. Non voglio essere apocalittico, però qui è un caos. È meglio salvarsi la vita per prima cosa. Ma poi senza soldi come faremo? Ci sono molti che ricorrono ai prestiti. Altri che prelevano dai risparmi di una vita. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori. Ma alcuni politici europei pensano che  il governo dovrebbe fare dei prelievi forzati ai risparmiatori per diminuire il debito pubblico. Era meglio quando avevo venti anni. Solo che allora non lo sapevo. Non mi godevo la giovinezza. Facevo il goliardico, ma ridevo per non piangere. Solo ora so che quelli che allora mi sembravano problemi insormontabili erano inezie. La mia giovinezza era appesantita da problemi inesistenti. Ora i problemi della maturità sono seri, pressanti, veri, concreti. Fortunatamente abbiamo imparato a non ingigantirli.  I problemi della maturità sono solo delle piccole avvisaglie dei problemi della vecchiaia. Un tempo pensavo di non essere portato a vivere. Ora penso che prima o poi si impara se non a vivere almeno a tollerare quando la vita ti colpisce.

-L’amicizia ai tempi del Covid si testa su Internet o per telefono. Con il mio più caro amico, Emanuele Morelli, ci contattiamo ed interagiamo in questi due modi. L’unica prova del nove, ai tempi del Covid, per quel che riguarda l’amicizia è quello di sentirsi una volta a settimana o al massimo due, se la prima telefonata aveva lasciato delle cose a metà, delle questioni in sospeso. Lui è sempre di corsa, va sempre di fretta. Ha l’agenda piena di impegni improrogabili.  Quando trova un momento libero mi chiama o risponde alla mia chiamata. Facciamo il punto della situazione. Mi racconta come va in famiglia. È sempre a contatto con le persone. Non c’è via di scampo.  È obbligato professionalmente ad interagire socialmente con le persone. Parla con tutti anche per deformazione professionale,  visto che fa il rappresentante ed ha una esperienza pluriennale. Conosce tutti. È tifoso della Fiorentina. Ha 4 figli ed è sposato da più di 30 anni. Si è sposato ed è diventato padre giovanissimo. È stato un mio compagno di liceo. Ad onore del vero più che studiare passavamo il tempo a giocare a calcetto e a guardare le commesse dei negozi di Pisa. È un cattolico, però moderno, non moralista. Coltiva la fede ma non rinuncia a dei dubbi più che legittimi sul mondo, su Dio, sul Creato. Per anni non ci siamo visti da giovani. Infatti quando io studiavo a Padova lui abitava nelle Marche, dove aveva una pellicceria. Abbiamo ricominciato a frequentarci nel 2008. Abbiamo iniziato ad uscire assieme. Io sono una garanzia per lui e viceversa. Nessuno di noi due cerca eccessi, stravizi, avventure particolari. Ci basta una cena, quattro chiacchiere, un giro in macchina, una passeggiata. Non vogliamo e non chiediamo di più. Questi due anni pandemici ci hanno tolto molte cene. Prima uscivamo sempre. Frequentavano i locali della provincia di Pisa. Ci eravamo promessi di andare all’Antico Vinaio a Firenze. Ci eravamo promessi di ritornare in una trattoria a Forcoli,  ma ha chiuso i battenti qualche mese fa; il Covid ha deciso diversamente per noi. Mi dice che quando arriva a casa certe volte ha bisogno di ricaricarsi,  gode a ritirarsi da solo in una stanza in perfetta solitudine.

  • Ho cercato di prenotare per me e mia sorella la terza dose del vaccino. Sul sito della sanità toscana mi dava disponibilità esaurita tranne che nell’hub di Ospedaletto. Il problema è il seguente: dove è? Nessuno lo sa in famiglia. Qualcuno pensa, qualcun altro suppone, qualcun altro crede, ma nessuno con esattezza lo sa. Cerco su Google. C’è scritto che è nel centro Fermi. Mi dà la via. Prima di prenotare andiamo a vedere con la macchina. Andiamo io e mio padre.  Non abbiamo voglia di usare il navigatore. Qualcuno ci darà informazioni. Passiamo da Pisa. Passiamo la prima rotonda. Bisogna chiedere a qualcuno. Siamo ad Ospedaletto,  però la località è Monticchiello, dove c’è la sede di canale 50. Notiamo che c’è una persona, esile e tutta bardata, tutta infagottata. Sono le 10 di mattina. Siamo davanti al parcheggio di una nota azienda pisana. Ci avviciniamo a questa esile figura con i jeans, il piumino, incappucciata, con sciarpa e mascherina. Mio padre chiede dove fanno i vaccini. Da vicino noto che è una ragazza. Forse è una dipendente oppure il parcheggio è un luogo dove si danno appuntamenti di lavoro. La ragazza giovane è straniera e non capisce nulla di quello che le è stato chiesto. La salutiamo e andiamo via. Addentrandoci nella zona industriale troviamo due ragazzi,  ci danno le indicazioni giuste; sono dei dipendenti di Amazon. Ringraziamo e salutiamo. Dopo dieci minuti abbiamo trovato il centro vaccinale. Ritorniamo a casa. Prendiamo la strada del ritorno. La ragazza esile straniera nel frattempo si è spostata; ora passeggia ai bordi della strada principale. Capisco che è una prostituta. La guardo per un attimo. Anche lei ci guarda. Le nostre vite si sono incrociate solo per qualche attimo. Misunderstanding, direbbero gli inglesi. Questo insegna che non sempre si riesce a distinguere di primo acchito una prostituta da una ragazza che non fa quel mestiere. Io l’ho capito solo quando l’ho vista ai bordi di quella strada. Mio padre l’ha capito solo dopo che l’ho detto io. Ma in fondo tutto questo non è importante. L’importante era che in pieno giorno una schiava del sesso era già al lavoro in un posto tranquillo. 

Non dico che ho cercato recentemente per mari e monti, ma per edicole della mia città  quotidiani in lingua inglese. Non li ho trovati. Eppure immigrati e turisti stranieri ce ne sono qui a Pontedera. Il fatto è che tutti coloro che sono interessati si abbonano online. Vorrei leggere tutto un quotidiano inglese o americano per migliorare la lingua, la comprensione scritta. Invece l’unico modo sarebbe recarsi all’edicola della stazione di Pisa o a quella di Firenze. Lele ha il suo primogenito che gli porta i giornali inglesi di tanto in tanto quando ritorna a casa. Tre anni fa comprai dodici libri di poeti inglesi. C’erano testo originale e traduzione a fianco. Scrivevo in una rubrica i termini che non conoscevo con il relativo significato. Ho ancora dei testi scolastici inglesi. Fortunatamente non li ho buttati via né li ho persi. Vorrei appropriarmi di molti termini non letterari, ma della quotidianità.  Ho disimparato l’inglese. Non l’ho mai avuto fluente. Non ho mai padroneggiato la lingua. Almeno un tempo mi facevo capire, anche se avevo una pessima pronuncia. Ho sempre pensato che la cadenza toscana e l’essere toscani mal si addica con la corretta dizione della lingua inglese. Noi toscani siamo rozzi e dobbiamo raffinarci, ingentilirci troppo per pronunciare bene le parole inglesi. Gli inglesi sono signorini, sono sir e lord. Qualcuno dice che senza una conoscenza approfondita dell’inglese siamo analfabeti. Può darsi che sarà così in futuro. Io mi ricordo che Prodi, Berlusconi, Rutelli,  Renzi hanno un inglese scadente, eppure hanno o hanno avuto ruoli politici di primissimo piano. L’importante è farsi capire. Vanno bene anche le mezze frasi e i gesti. La comunicazione non verbale è universale, nonostante la Babele delle lingue attuale. Ci si può capire anche col Grammelot, tanto caro a Dario Fo e usato dai giullari secoli fa per farsi capire da ogni popolo e non farsi censurare dal potere. Ad ogni modo so un minimo l’inglese per capire i neologismi. Certo ogni tanto mi viene da pensare che in futuro potrei trasferirmi in un Paese straniero, dove la seconda lingua sarebbe necessaria. Ma sarei in grado di ricominciare tutto da capo e di rimettere tutto in discussione? Staremo a vedere. Ad ogni modo quella di emigrare non sarebbe una scelta per quel che mi riguarda ma una necessità. 

Non dico che vivo in ristrettezze economiche,  ma devo risparmiare. Nessuno sa cosa gli riserva il futuro. Dei soldi vanno sempre messi da parte perché non si sa mai e nessuno sa quale eventualità,  quali disgrazie possono capitare. Non voglio ribadire il concetto e soffermarmi ulteriormente sul fatto che questo tempo è contrassegnato dell’incertezza. Mia madre deve rifarsi i denti. Dovrà spendere qualche migliaia di euro, anche se un poco alla volta. Ma è un passaggio obbligato. Ha già sofferto troppo ed ha già rimandato troppo. Ha già avuto degli accessi. Ha bisogno che le sistemino i denti. Ho eliminato il superfluo. Però è anche vero che non si può eliminare tutto. Di qualcosa bisogna pure vivere, parafrasando il più celebre detto “di qualcosa bisogna pur morire”. Ci sono anche cose di cui non riusciamo a fare a meno, che non fanno parte della nostra vita ma sono la nostra stessa vita. Non ho ancora imparato a rinunciare ai libri. Li acquisto online. Per ora ho eliminato il cappuccino la mattina al bar della stazione. Era un’abitudine, un piccolo rituale. Ormai mi  conoscevano bene. Ero un cliente affezionato. Di solito consumavo al banco, ma ogni tanto andavo anche fuori ai tavolini. Oppure più raramente andavo al bar sotto ai loggiati vicino all’ospedale. Erano contatti sporadici, ma tutto sommato era tutta la socialità che mi era rimasta. Anche scambiarsi un buongiorno, dire grazie, pagare,  consumare la bevanda era pur sempre qualcosa. Ora risparmio e non solo ma faccio vita ritirata: ci sono troppi parenti che hanno avuto o hanno il Covid, troppi conoscenti, troppi baristi. In questo modo riduco di gran lunga le probabilità di contagio. Sono sul chi va là. Rinuncio anche alla piccola socialità quotidiana. Il caffè me lo faccio a casa. Ho la moka. Al rituale del bar sostituisco quello del caffè casalingo. Spendo di meno. Ci guadagno in salute perché me lo faccio decaffeinato. Ancora una volta mi chiedo quando e se tutto questo  finirà. Nel frattempo di solito faccio le mie passeggiate alla Sozzifanti. Di solito vado nella zona industriale, fino al palazzo blu. Altre volte vado fino all’ospedale. Quando la Coop è chiusa vado a fare i giri intorno all’edificio. Se non vado a camminare quasi tutti i giorni mi sento male. Ora che ho il raffreddore faccio la cyclette. Ma è piacevole passeggiare, sentire il tepore del sole, cercare un poco di verità tra i raggi di sole o nei riflessi. 

-Esseri spirituali di ogni religione provano gli stessi stati mentali e le stesse esperienze contemplative, meditative e mistiche. Inoltre la psicologia del profondo è la stessa per ogni uomo e quindi per ogni religione. Ci sono più cose che accomunano le religioni che non gli aspetti divisivi. Il filosofo Marco Vannini non a caso parla del carattere universale della mistica. Tutti i mistici di ogni tempo si assomigliano, esattamente come gli aforisti. Molto probabilmente le leggi dell’animo sono le stesse per ognuno. Ad ogni modo scavare dentro di noi, approfondire la conoscenza interiore è qualcosa di impegnativo e dall’esito incerto perché ogni uomo è un pozzo senza fondo. Forse la nostra interiorità non solo è educata all’infinito come dicevano i filosofi, ma contiene in sé l’infinito. Conoscere sé stessi è solo un primo passo, un prerequisito fondamentale per conoscere il mondo. L’autoconoscenza, al di là di un iter di autoperfezionamento o meno, è la fondamenta su cui si poggia il nostro modo di rapportarci con il mondo e di rappresentare il mondo. 

-Spesso uso Facebook per visitare i profili di letterati, letterate e persone di Pontedera,  che non ho tra le amicizie. È un modo per rimanere aggiornati e allo stesso tempo per curiosare. Tutto questo è legittimo e legale. È il bello o il brutto di Facebook, a seconda dei casi. D’altronde i profili sono pubblici e possono essere visitati. Tutto questo non significa come dicono alcuni stalkerizzare: lo stalking è una cosa seria. Allo stesso modo estranei o conoscenti, maligni o meno, possono visitare il mio profilo. Insomma nessuno si fa gli affari sua su Facebook. I social network sono fatti per non farsi gli affari propri. Tu rinunci di fatto alla tua privacy. Gli altri fanno lo stesso. Ma la cosa più importante è che il potere sa tutto di noi. Grazie alla gratuità dei servizi offerti il capitalismo di sorveglianza sa tutto di noi o quasi. Forse non sa tutto, ma solo quello che è importante. Ad ogni modo sa troppo di noi. Non trovate? Infine il potere ha ottenuto un altro scopo fondamentale: quello di renderci asociali e più social. Quanti sarebbero veramente disposti a rinunciare al web e in particolare ai social network? Questo cazzeggio diventa per moltissimi una necessità e non c’è modo di ritornare indietro. Gli psicologi che diagnosticano Internet addiction disorder di solito non ci provano nemmeno a far disintossicare i pazienti dal web. Cercano di ridurre l’attività,  il tempo di connessione. Pochissimi riescono a fare a meno del virtuale. Il potere ha creato un nuovo bisogno con cui ci sorveglia e ci scheda tutti.   È il web, bellezza. Croce e delizia dei nostri tempi!

Il problema di fondo è che questo mondo è folle. Noi sviluppiamo patologie per adattarci ad esso e diventiamo anche noi un poco folli, ognuno a suo modo e a suo tempo. Ci sono alcuni che sviluppano nevrosi ed altri psicosi, sempre per rimanere ad una dicotomia freudiana. Ognuno ha la sue tare, i suoi tarli, i suoi fantasmi. Nessuno è normale, visto da vicino, come sostenevano alcuni. Si può nascondere la follia, inibirla,  sublimarla, condividerla, farla esplodere, sfogarla ma non si può eliminare perché essa resta, alberga in noi fino all’ultimo dei nostri giorni. Per quale motivo pensate che ogni psicologo, ogni psicoterapeuta,  ogni psichiatra ha bisogno di un supervisore? Se fosse totalmente padrone della sua psiche ne avrebbe bisogno? Per quale motivo di punto in bianco alcune persone, a detta di tutti normalissime, fanno una strage e nessuno dice che non c’era niente che lasciasse presagire il triste epilogo?

Davide Morelli