Sei mesi dopo la tragedia ricevetti un piccolo pacchetto. Lo aprii curiosa di vedere cosa contenesse e perché mi arrivasse dal compagno della mia ex amica, che subito dopo l’incidente, si era trasferito in Australia e di cui non avevo avuto più notizie. Un corto messaggio mi diceva con parole sibilline che stava bene e che sapeva di aver fatto la cosa giusta, null’altro. Ma la busta conteneva anche, cosa bizzarra! un bullone avvolto in una carta stagnola! …

” L’INTRUSA “
Ci siamo, ecco arrivato il momento tanto temuto, anche se era ben nascosto dentro di me, era solo un dubbio.
Ora è esploso con tutta la sua furia, prepotente e inatteso diventando una verità scomoda e dolorosa.
Il mio lui ha un’altra, si, ha un’altra!
Quell’altra che riceve le sue attenzioni, le sue carezze, i suoi baci, l’altra che lui guarda come se fosse la cosa più preziosa.
L’altra che geme quando lui la penetra con colpi di schiena come un ariete che serve a sfondare un portone. Lui che la fa gioire e gemono insieme in un ultimo ansito.
Io lo so come ama Daniele, è un vero maschio che si trasforma, diventando cacciatore ed io preda inerme, è un fiume in piena che travolge e porta via, ti coinvolge e ti obbliga a partecipare al suo desiderio,
in un crescendo sempre più intenso, in quel momento sei alla sua mercé.
Era sempre stato il dominatore, l’uomo Alfa del gruppo. Da ciò che raccontava gli piaceva il comando e, cercava nel rapporto intimo sempre un nuovo stimolo per riuscire a soddisfare le sue voglie. Intanto con le persone che frequentava aveva due facce. Quella del giorno; era preciso e sempre attento a ciò che faceva, gli piaceva dare di sé una immagine di uomo deciso e competente. Era sempre su un gradino più alto degli altri, sapeva il fatto suo e lo ostentava con gentile naturalezza, “competenza e precisione” erano il suo motto.
Invece la notte si trasformava; diventava
cinico e menefreghista. Al buio liberava la sua indole di maschio crudele, era sempre in stato di allerta, diventava predatore. Lo scoprii dopo che fui io stessa testimone di un episodio, all’apparenza insignificante, ma con conseguenze serie tra gli amici. Una sera che eravamo in compagnia in un pub, aveva bevuto più del solito e, ridendo e scherzando aveva dimostrato un interesse particolare verso una ragazza, bellissima devo ammetterlo. Era di una bellezza statuaria, alta e slanciata, un viso ovale con degli occhi scuri, i suoi capelli sembravano seta come le onde del mare, aveva un paio di cosce lunghe e ben tornite, nella penombra sembrava una sirena, si dimenava con sensualità, metteva in risalto le sue forme sinuose, sembrava che invitasse tutti gli uomini dotati di occhi a tenerle compagnia nel suo ballo. Daniele, pur essendo già alticcio si era alzato, barcollando leggermente e, avvicinatosi a lei aveva incominciato a flirtare, gli aveva sicuramente fatto delle avance abbastanza spinte, perché all’improvviso si udì uno schiocco potente. Chi non guardava si era voltato e la scena che si presentava agli occhi di tutti, faceva supporre, visto che Daniele si massaggiava una guancia, che avesse ricevuto un sonoro schiaffo da parte della statuaria ragazza. Lui era basito ed ebbe la decenza di non replicare né a parole né a gesti.
Dopo qualche secondo la ragazza era sparita. Daniele precipitosamente si era recato in bagno, tornato al tavolo dove eravamo noi dopo qualche minuto, aveva ripreso il suo aplomb, esclamando sorridendo: ma chi si credeva di essere quella smorfiosa! Nessuno replicò, ma il disagio che si era venuto a creare, ruppe la sintonia che c’era prima nel gruppo. Qualcuno si alzò e adducendo una scusa ci salutò e uscì dal locale. Tutto questo era avvenuto durante la nostra convivenza, non osavo riprendere il discorso per non instaurare un clima di tensione. Mi sentivo morire per questo ennesimo increscioso episodio. Mi mancava di rispetto.
Incominciai a sorvegliarlo ad ogni serata passata in compagnia, era come se ogni ragazza dovesse cadere ai suoi piedi.
Mentre io morivo di vergogna. Più il tempo passava, più mi accorgevo delle pecche nel suo modus vivendi. Si trasformava in un “dottor Jekyll e mister Hyde”.
E io impotente e sconcertata vedevo e, restavo muta, ignorando i segni e gli sguardi premonitori. Incominciavo a capire che il suo era un ego sproporzionato verso il suo corpo e verso la sua mentalità.
Era così preso, imbevuto della sua persona che non si rendeva conto di esagerare e, di mostrarsi ridicolo verso gli amici che frequentavamo.
Mentre io ero troppo innamorata e lo lasciavo sfogare, convinta che dopo il matrimonio sarebbe rinsavito.
Più volte durante quel periodo mi interrogai sul nostro modus vivendi, come sarebbe stata la nostra vita da sposati.
Cento volte decidevo di lasciarlo, cento volte poi ci ripensavo, adducendo scusanti per nascondere quel disagio che si palesava ogni volta che eravamo in compagnia dei nostri amici, anzi quasi tutti suoi.
In fondo era di moda fare la corte a qualche sprovveduta di turno.
A me dava molto fastidio, ma chiudevo gli occhi e ingoiavo amaro.
Nel frattempo Daniele aveva finalmente conosciuto Anna, la mia amica di lunga data. In principio tornati a casa, Daniele mi fece una scenata dicendomi che: “Anna era una puttanella che cercava di abbindolare i maschi”, io ingenuamente lo redarguii e lo pregai di non esprimere giudizi affrettati. Gli consigliai di conoscerla meglio e di limitarsi nelle frasi offensive.
Con il passare del tempo, si ricredette su Anna e incominciò ad apprezzarla, ogni tanto lo sorprendevo a scrutarla di sottecchi, sembrava un poliziotto in attesa
d’interrogarla.
Io insistevo ad invitarla spesso, visto che preferivo stare a casa, uscire tutte le sere era impossibile, anche se Daniele tendeva a stare fuori con i suoi amici, perciò, Anna la sera a volte si fermava a cena, facevamo le ore piccole, per ogni argomento intavolato riuscivamo a divertirci.
Daniele incominciò a scherzare con lei la sera del mio compleanno. Nel pomeriggio stavo preparando la cena, ero indaffarata e quasi correvo perché fosse stato tutto pronto e perfetto, dopo cena avremmo festeggiato in un pub con tutti gli amici di entrambi. Ma andò tutto storto, scivolai su una goccia di olio e stramazzai sul pavimento, dovetti chiamare Daniele, che visto il gonfiore e il dolore che avevo, decise di chiamare un’ambulanza e portarmi in ospedale. Passai diverse ore al pronto soccorso, appurato che non c’erano fratture, mi fasciarono la parte dolente e mi permisero di tornare a casa con le stampelle, consigliarono riposo assoluto per quindici giorni. Daniele mi circondò di premure, intanto aveva avvisato Anna e tutti gli amici che la festa era annullata. Anna si offerse
di aiutarmi e accudirmi durante l’assenza di Daniele, aveva un progetto da terminare e da presentare per un appalto. Anna prese tre settimane di ferie, s’installò nella camera degli ospiti per essermi vicina, era più pratico per lei che abitava in un’altra zona. Avevo molto male, la caviglia era gonfia, non potevo appoggiare il piede per terra, vedevo le stelle per non dire tutta la via Lattea. Divenne un’abitudine che Anna facesse le mie veci. I primi giorni furono caotici, ma dopo qualche giorno tutto divenne routine, Anna aveva preso possesso della mia casa, riusciva a tenerla pulita e in ordine in breve tempo, mi meravigliavo della sua efficienza. Era attenta a ogni mio desiderio.
Le ero grata per ciò che faceva per alleviarmi di ogni problema. Daniele, che all’inizio era restio a farla pernottare in casa nostra, si era arreso. Ora, a volte insisteva al che Anna restasse a dormire. Insomma la situazione si era completamente ribaltata e, a volte se ero io che le dicevo di andare, Daniele si offriva subito di accompagnarla. Questo stato di cose durò quasi tre settimane e devo ammetterlo, nei miei pensieri incominciava ad insinuarsi il tarlo della gelosia, quel pizzico al cuore che ingigantivo ogni qualvolta sorprendevo Daniele che la fissava rapito. Ormai non avevo più dubbi, lui si era invaghito di Anna, ma cercava di non farsi scoprire. Io intanto facevo scena muta. Ormai mi ero abituata a una sola stampella e deambulavo spedita e non avevo più bisogno di lei. Avevo dunque parlato con Daniele di questa mia decisione, avevamo deciso insieme e ringraziato Anna del favore, visto che il suo aiuto non era più necessario, regalandole una settimana di SPA, lei si era schermita dicendo che lo aveva fatto volentieri per amicizia. Però aveva accettato il mio regalo e ne aveva approfittato subito. Era partita quella mattina stessa. Quel giorno mi sentii sollevata, ero quasi di buon umore
Ripensandoci con calma, era Daniele che aveva consigliato quel soggiorno in Spa.
Non avere la sua presenza continua mi aveva alleggerito il cuore dai dubbi. Daniele dal lavoro mi telefonò per chiedermi se tutto procedeva bene e mi comunicò che era sorto un problema nella sede centrale, doveva partire quella mattina stessa per Milano. Mi chiese di preparargli una valigia con il cambio necessario. Partì dopo un saluto frettoloso, io acconsentii a malincuore, ma non protestai, però il tarlo della gelosia riprese a scavare.
I miei dubbi crescevano, quindi ogni cosa tornava, visto che anche lui si era assentato per lavoro nello stesso periodo, adducendo quell’asta pubblica a Milano.
Passai la giornata distesa sul divano, aspettando che il telefono squillasse, o l’arrivo di un sms da parte di Daniele.
La sera non torno, mi telefonò adducendo un problema tecnico alla sede centrale, doveva restare ancora due giorni per risolvere il problema, con fare sbrigativo mi salutò.
Cercai di nascondergli il mio disappunto, dicendogli che mi mancava e, che non aveva indumenti di ricambio ma, mi resi conto che parlavo al vuoto, aveva riattaccato.
Dopo due giorni Daniele tornò dal suo viaggio, si fece in quattro per mettermi a mio agio e dimostrarmi il suo amore con l’ardore di un tempo, io felice misi da parte la mia gelosia, non era possibile che mi dimostrasse il suo amore e amasse un’altra.
A dimostrazione di ciò, improvvisamente quella attrazione per Anna, che Daniele palesava per lei scemò all’improvviso. Stranamente Anna dopo essere tornata dalla Spa non si fece vedere, telefonò chiedendo mie notizie, alla mia risposta positiva, mi comunicò che partiva per l’Inghilterra, doveva risolvere un problema nella filiale londinese. Non mi preoccupai più di tanto del suo comportamento, ero abituata ai suoi sbalzi di umore. Continuai la convalescenza senza farmi sangue marcio per la sua assenza. Finalmente Daniele mi chiese di sposarlo, dissi di sì e decidemmo di sancire con il matrimonio la nostra unione, una cerimonia semplice, con solo i testimoni: Anna per me, e Renzo per Daniele. Ero al settimo cielo!
Intanto il tempo passava. E col tempo anche la nostra vita, tra alti e bassi, la monotonia era subentrata alla frenesia, era tornato il tarlo della gelosia, un battito di ciglia tra loro due aveva scatenato un subbuglio nel mio stomaco.
Non li avevo mai visti in atteggiamenti intimi, dunque tentavo senza riuscirci di minimizzare quegli sguardi, quelle risate che ogni tanto si scambiavano.
Non volevo credere all’attrazione che palesava nei confronti di Anna.
Mi ripetevo sovente che eravamo sposati e che non avrebbe mai osato mettere in opera quello che percepivo nei suoi sguardi.
Era lei che sessualmente aveva i feromoni che sprizzavano dai pori, lo aveva attirato col suo profumo di femmina.
Sono furiosa, amareggiata, dispiaciuta, e disperata e so anche chi ha preso il mio posto nel suo cuore. “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” mi diceva mia madre.
Aveva ragione, io negavo ciò che era lampante. Vedevo bene, ma ero cieca, il suo braccio sulle spalle di Daniele quando lui si cimentava a preparare qualche novità in cucina, lei che lo cingeva in vita se lui stava ai fornelli e lui non protestava, era sempre lei che spariva in bagno senza chiudersi a chiave e lui che con una scusa apriva la porta all’improvviso e la sorprendeva quasi nuda, poi senza scusarsi richiudeva ridendo a crepapelle.
E io come una babbea ridevo con loro.
Dopo la cerimonia, andammo a pranzo in un rinomato ristorante, la sua cucina a base di pesce era un vero festino. Ci fu un momento di disagio al momento di ordinare, non avendo tenuto conto di Anna che era vegana che chiedeva per sé solo cibi a base di verdure. Riuscì a scombinare anche il nostro pranzo, tanto che per cambiare non riuscimmo a terminare con il dolce, lei volle solo frutta spremuta. Terminato il pranzo con un senso di disagio, Anna chiese a Renzo se gentilmente poteva lasciarla davanti casa sua, pronunciando: “lasciamo che i piccioncini vadano a letto a festeggiare!” su queste parole ci separammo, salutandoci con un arrivederci.
Ebbi l’impressione che la frase che aveva appena pronunciato fosse stata detta con sarcasmo, ma per non intavolare un litigio, restai a bocca chiusa. I giorni divennero mesi, tra alti e bassi divennero anni, ed eccoci alla soglia dei sette anni.
Non avevamo figli, a me sicuramente non mancavano. Avevo impegni di lavoro improrogabili, erano prioritari sui figli. Eravamo ancora giovani, potevamo aspettare ancora qualche anno.
A Daniele non interessavano, era sempre impegnato, la partita a tennis, il calcetto con gli amici la sera, inoltre partiva sovente per lavoro. Comunque ne avevamo discusso e preso la decisione di non cercarli.
Ogni volta che si assentava ricominciavo a smaniare, ormai il male era fatto, avevo contaminato il mio cervello con la gelosia. Lo pensavo a letto insieme a qualche donna, che sfogava la sua indole depravata e selvaggia, chissà quante donne aveva in ogni città, il detto: ogni donna in ogni porto! era valido per Daniele.
Parrà un controsenso, con tutti i dubbi che nutrivo nei suoi confronti, eppure restavo amica di Anna! lei, la mia più cara amica, quella a cui confidavo i miei dubbi, la mia sofferenza. Ogni volta che uno screzio o un diverbio più pesante si intrufolava nella nostra vita di coppia.
A lei raccontavo il comportamento di mio marito che mi causava un enorme disagio nei rapporti sia giornalieri che sessuali.
E alla delusione, all’amarezza e, alla gelosia, si è aggiunto anche il dolore per il tradimento della mia amica del cuore, ero forse una sadomaso? Perché non troncavo questa amicizia che mi causava sofferenza?
Anna era la figlia di conoscenti di mio padre, benestanti, sua madre era stata una modella affermata, amata da molti uomini e invidiata da tante donne. Quando sfilava era come il sole che brilla e acceca ma che non puoi rinunciare a guardare. Aveva però un carattere schivo e chiuso. Si era sposata con l’amico banchiere di mio padre. Un uomo austero e molto più anziano della moglie e avevano generato copia conforme alla madre: Anna.
A lei ero legata da anni di amicizia, sin dalle elementari, avevamo terminato gli studi insieme e avevamo mantenuto un rapporto fraterno ancora dopo anni, anche se le nostre strade di vita avevano preso impostazioni diverse. Ma stranamente mi era rimasta amica, anche se devo ammetterlo la sua amicizia era subordinata alle mie chiamate, mi rispondeva sempre ed era sempre disponibile. Aveva un carattere diametralmente opposto a quello della madre, espansiva e giocherellona con una punta di sadismo, immancabilmente finivo sempre nelle maglie della rete che tesseva silenziosamente.
Forse l’amicizia era unilaterale, difatti tornando indietro nel tempo e dai ricordi che rimuginavo, ero sempre io la sua gregaria, mi costringeva quasi sempre a subire il suo volere, era lei che comandava ogni marachella che finiva male,
immancabilmente la colpa finiva su di me. Come quel giorno che eravamo in giardino sotto un alto albero di albicocche, non potendo arrivare ai suoi rami più alti, cercavamo con delle pietre di colpire i frutti, il più delle volte mancavamo il bersaglio e le pietre piombavano come proiettili contro il muro della casa. Fu lei sempre come un maschiaccio che tirò una pietra, che fini contro la finestra del primo piano rompendo il vetro. All’arrivo di Cesco il nostro giardiniere, frettolosamente si allontanò dicendomi di accollarmi il misfatto, altrimenti le avrebbero vietato di tornare a giocare con me.
Difatti Cesco, il nostro giardiniere, trovandomi con una pietra in mano credette alla mia colpa. Si rassegnò a salire su una scala e raccogliere i frutti, per evitare che accadesse un altro misfatto da parte mia. Crescendo ci furono altri episodi anche più gravi, come il giorno che mi volle tagliare i capelli come i cappuccini, sentendo arrivare qualcuno per le scale, mi mise in mano le forbici così velocemente che, mia madre aprendo la porta mi trovo con l’arma della colpa tra le mani e ciocche sparse per terra. Mi presi una sgridata coi fiocchi come sempre da mia madre. Intanto tra marachelle e dispetti crescemmo, lei sempre più decisa e ferma nei suoi desideri, io sempre più permissiva nei suoi confronti, accecata dall’affetto. Aveva lo scettro del comando in mano, difatti ora lei da poco nominata capo contabile in un gruppo d’investimenti, era un elemento determinante, aveva un fiuto particolare per gli affari, da qui la sua indole calcolatrice.
Era stata lei a trovare questo ingaggio favoloso per Daniele, loro due avevano passato molte serate a discutere su ciò che lui avrebbe dovuto chiedere sia come emolumenti, sia per i progetti e gli orari, Daniele gli era immensamente grato per questo favore, a suo dire, impossibile da concludersi con conoscenze non della portata di Anna, aveva carisma e caparbietà da vendere.
Mi escludevano dalla conversazione, certamente a volte provavo ad inserirmi nei loro discorsi, ma era come se fossi stata invisibile, se proponevo qualche idea, annuivano ma poi ignoravano completamente i miei suggerimenti.
Era come se io fossi ignorante di nozioni di calcoli, aritmetica, geometria, algebra.
Eppure ero laureata non ero l’ignorante di turno, anche se gestivo il mio tempo lavorando da casa, scrivendo favole, racconti, poesie.
Ero riuscita a pubblicare qualche libro di ogni argomento, con risultati modesti, ma sorprendentemente soddisfacenti. Inoltre continuavo a studiare per un master molto impegnativo. Preferivo leggere un buon libro nei momenti di solitudine, mi rilassava.
Con Anna ci tenevamo in contatto quotidianamente, sembravamo orfane a mio parere se non ci sentivamo almeno una volta al giorno, il più delle volte ero io che chiamavo lei quando mi sentivo sola, o non trovavo l’ispirazione giusta per scrivere. Mi spronava a trovare l’idea giusta con suggerimenti abbastanza costruttivi devo ammetterlo.
Anna era un vulcano esplosivo, sempre piena di idee, lei mi trascinava sempre in qualche nuova impresa, a cui partecipavo senza entusiasmo. Era lei che organizzava festini e balli, sempre in movimento, scintillava addirittura in quei momenti, attirando l’attenzione di tutti gli uomini presenti, li faceva girare come trottole e, lei ne era cosciente, spingeva con la sua personalità le persone presenti a guardarla di sottecchi, mentre civettava con l’uno o con l’altro, non si fermava mai, aveva i minuti contati per ogni cosa che svolgeva.
Io la guardavo con occhi indulgenti, ero ipnotizzata, adagiata nei ricordi e l’affetto di bambina. Però finita la festa lei tornava ad essere normale, era come una attrice, voleva applausi scroscianti, finito lo spettacolo aspettava che calasse il sipario e finalmente tornava ad essere la Anna di sempre. Il mio Daniele, un magnifico ragazzo dal corpo scultoreo e muscoloso, dagli occhi magnetici di un blu quasi viola e i capelli neri come l’ebano, il magnetismo che emanava dalla sua persona attirava come mosche le ragazze che gli ronzavano intorno, eppure aveva scelto me, io che non ero una bellezza da capogiro, la mia bellezza non era appariscente, anche se dal viso non ero una persona che si notava al primo sguardo, facevo la mia figura, avevo un corpo longilineo e slanciato, proporzionato alla mia altezza anche se non arrivavo al metro e ottanta di Daniele potevo competere con lui, per me bastava che mi guardasse con occhi adoranti.
Daniele era diventato mio marito da quasi sette anni, ci eravamo conosciuti all’università, dove si fanno incontri che non ti aspetti mai, ci eravamo scontrati mentre ognuno era all’angolo di un corridoio, a me erano caduti i libri, a lui gli occhiali, io li avevo prontamente raccolti e resi con attenzione, lui inforcati gli occhiali si era inginocchiato a raccogliere i miei libri aiutandomi e, sorridendomi, mi aveva abbordato scusandosi.
Per me fu amore a prima vista, il mio cuore mancò due battiti, sentii nello stomaco quel famoso sfarfallio che tanti definivano il colpo di fulmine. Da lì era incominciata la nostra storia. Avevamo incominciato a frequentarci assiduamente, quasi tutti i giorni, oppure se eravamo troppo presi dalle lezioni, chattavamo sempre o c’inviavamo sms per comunicare. Daniele mi confessò che dopo aver sentito il calore del mio corpo, sentì una scossa all’inguine così forte che ebbe un’erezione immediata, dovette combattere con la mente per non eiaculare lì di fronte a me. Oltre che a studiare, aveva un lavoro part time in uno studio di un architetto per fare pratica, era un ragazzo risoluto e con la testa sulle spalle. Voleva diventare indipendente e tutte le sue azioni erano concentrate su quell’obbiettivo. Via via che il tempo passava ci rendevamo conto che stavamo bene insieme. I ricordi vanno ai nostri incontri, alla frenesia che avevamo quando ci sfioravamo, immancabilmente finivamo a letto, ogni angolo di casa mia era buono per fare l’amore, non c’era niente che ci fermava, fino a che lui non riusciva a farmi cedere era di una sensualità sconvolgente, mi baciava come un condannato a morte, mi toglieva il respiro, e poi me lo ridava, un salire e scendere come sulle montagne russe, poi stanchi e appagati, restavamo a letto per riprendere fiato, anche se lui non smetteva mai di accarezzarmi.
Ormai eravamo di fronte a tutti una coppia. Lui non mi lasciava mai sola, io ero al settimo cielo, lusingata e felice delle sue attenzioni. Ero innamorata. Innamorata di questo ragazzone.
Al termine dei miei esami di laurea, uscendo dall’aula me lo trovai davanti con un sorriso sulle labbra e un mazzo di fiori enorme. Ero felice, sentivo il cuore che batteva nel petto così forte, che mi sembrava di avere una locomotiva al suo posto. Si mise in ginocchio e mi disse: dottoressa Clara; mi vuoi sposare? Fu impossibile rifiutare, anche perché desideravo essere sua moglie già da molto tempo. Restammo fidanzati altri sei mesi poi ci sposammo civilmente, invitati; solo i testimoni, per lui, Renzo il suo più caro amico d’infanzia. Avevano sempre fatto coppia, studiato insieme anche se Renzo aveva scelto un altro ramo. C’era stata sempre una forte competizione tra loro. Daniele faceva pesare il suo carattere, Renzo subiva. Da giovanottelli, era sempre sotto di qualche punto su Daniele. Episodi quasi sadici che Daniele faceva subire a Renzo, vuoi che fossero piccolezze scherzose sulla condizione economica della sua famiglia, vuoi che sicuramente faceva pesare la sua superiorità su Renzo. Anzi dagli episodi d’infanzia che sadicamente Daniele ogni tanto ricordava a Renzo, mi chiedevo se non nutrisse qualche rancore verso di lui, sicuramente gli episodi di scherno verso Renzo avrebbero scatenato baruffe a suon di pugni in altri ragazzi. Invece Renzo non si era mai ribellato.
Invece per me, Anna la mia amica del cuore. Quel giorno fu anche l’inizio della relazione amorosa tra Renzo, un ragazzone alto e robusto, ma estremamente taciturno, descriverlo come un orso forse era la descrizione più appropriata e Anna, che successivamente decisero di andare a convivere, erano sempre in lotta a chi aveva più meriti, chi guadagnava di più, chi sapeva di più, era una battaglia giornaliera per la supremazia, eppure la loro storia resisteva, malgrado i continui bisticci. Mi chiedevo come facessero a resistere, sempre a polemizzare l’una contro l’altro. Eppure la loro compagnia era piacevole. Ci fu un episodio abbastanza grave, Daniele era un appassionato di motociclismo, ne aveva una in garage di grossa cilindrata giapponese. A volte spariva per una intera giornata con i suoi amici, anche loro compagni di moto. Anche quel giorno era partito, non mi aveva avvisata, ma non mi feci sangue marcio, era un buon motociclista, stava molto attento, rispettava il codice della strada, ma fu coinvolto ugualmente in un grave incidente, la sua moto slittò, facendogli perdere il controllo. Mi chiamò dal pronto soccorso, spiegandomi che stava bene e che sarebbe tornato con un suo compagno. Fece il necessario per recuperare la sua moto, non mi disse molto del perché la moto non aveva risposto ai comandi, dunque minimizzò l’accaduto dicendomi che si era allentato lo sterzo, però fece fare le riparazioni necessarie perché il veicolo tornasse ad essere al top. Ricominciammo a frequentare sia Anna che Renzo e tutta la combriccola.
Ci frequentavamo spesso, quasi tutti i giorni.
Ultimamente però avevo una sensazione strana, un qualcosa che non girava per il verso giusto, ultimamente Renzo era sempre di malumore, era sempre con gli occhi bassi, o incollati su Anna. Sembrava che la tenesse d’occhio, pronto a rimbeccarla se aveva o diceva qualcosa fuori luogo.
Uscivamo in coppia con loro anche per delle scampagnate, cosa che risultava sempre più difficile da concordare a causa della reticenza di Renzo, ultimamente rifiutava ogni proposta facessimo. Era diventato scontroso, non gli andava bene nulla di quello che proponevamo. Anzi a volte dovevamo pregarlo per farlo uscire di casa. Io non capivo il suo atteggiamento, ma a volte lo giustificavo, pensando che fosse stanco, o avesse problemi di lavoro.
Non avevamo mai avuta una conversazione al telefono, ma a volte capitava che cercasse Daniele, al mio diniego che non fosse in casa, salutava velocemente e riattaccava.
Era un cartellonista bravissimo, ogni cosa che disegnava diventava una icona, aveva un enorme successo e se prima non ne parlava, anzi sembrava schivo di far sapere del suo successo, ora se ne vantava senza vergogna, da qui i continui bisticci e baruffe tra lui e Anna. Facevano a gara a chi la spuntava prima. Erano una coppia sbagliata a mio parere, ma non mi ero mai permessa di criticarli. Facessero pure il loro percorso di vita insieme, non sarei mai intervenuta nella loro vita, temevo troppo una risposta tagliente da parte di Anna.
Da parte nostra io e Daniele ci amavamo e ci rispettavamo, anche se il nostro rapporto si era raffreddato, visto che mi cercava sporadicamente per fare l’amore. Con me si comportava correttamente, io mi accontentavo, non volevo e non potevo lamentarmi, questo bastava a rendere la nostra vita di coppia serena. Mentre noi ci assestavamo nel solito tran tran, giorno dopo giorno, il tempo volava, erano già passati quasi sette anni. C’era stato un distacco temporaneo tra noi, tre anni prima, a causa del suo lavoro, si era recato a Londra più volte, pernottando in un hotel per qualche giorno. Ogni volta che tornava era di malumore, mascherava la sua insoddisfazione, si lamentava di aver dormito male, di aver mangiato male, di non essere riuscito a concludere l’affare. Ultimamente aveva delle responsabilità molto più grandi, aspettava una promozione dal capo che tardava ad arrivare.
Negli anni precedenti aveva realizzato dei capolavori, per cui sentiva di aver diritto ad un premio, un contributo alla sua bravura. Capitava a volte però che si assentasse per rendere visita ai genitori che vivevano in un’altra città distante quasi trecento chilometri, io rispettavo le sue decisioni, non mi chiedeva mai di accompagnarlo e, devo confessare che non mi interessava recarmi dai miei suoceri, egoisticamente preferivo restare a scrivere, mettere nero su bianco le parole che la mia fantasia mi suggeriva. Senza mancare di incaricare Daniele di salutarli calorosamente da parte mia, inviavo sempre un piccolo presente per loro.
Intanto in cuor mio sentivo che da parte di Daniele c’erano dei gesti di insofferenza, quando tornava o quando esprimevo le mie ragioni per qualsiasi fosse il motivo, a volte era motivi futili, ma cercavo di non pensarci, mi ripetevo che era la stanchezza e la preoccupazione sul lavoro a farlo agire così.
E si, c’era qualche screzio, cosucce risolvibili senza discutere, ma ogni giorno di più diventava difficile non rispondere, avevo scelto la tattica dello struzzo, chiudevo gli occhi per non vedere dove fosse la sabbia che sfuggiva dalle mani, e avevo ragione. Erano pensieri tristi per me, pensavo ai primi momenti, quando l’attrazione diventava immancabilmente sesso. Era inutile tergiversare cercare delle scusanti, la maledizione dei sette anni aveva raggiunto anche a noi.
Anche quella mattina Daniele si era dilungato a farsi bello, avevo pensato: chissà con chi ha appuntamento! Doveva partire, ma farsi bello per andare in moto era un eccessivo zelo per la sua persona. Aveva preso uno zaino con il cambio intimo e gli effetti personali, caso mai avrebbe dovuto pernottare fuori città. Avevo notato il particolare interesse nello scegliere come vestirsi. Lo avevo guardato uscire con negli occhi uno sguardo interrogativo.
continua. . .
di Rosa Cozzi
da “L’INTRUSA”
DL. 1941/633