Racconto: Gli anni dell’eskimo, di Stefania Pellegrini

 A vent’anni quante balle si hanno per la testa. Lui con quel suo eskimo mattina e sera e feste comandate, io con i limiti che ponevo al mio pensiero. Eppure per lui non era una religione, ma solo perché di lire in tasca gliene entravano poche e quel giaccone verde, con l’interno in pelliccia sintetica bianca, gli dava sicurezza, lo aiutava, credo, ad assumere l’aria spavalda che gli leggevo sul volto e a nascondere una certa sua timidezza.
    Era un bravo ragazzo, senza troppe stranezze per la testa e mi piaceva anche per questo.
    Non dico non avesse la rivolta tra le dita, ma contro il sistema si ribellava solo sognando John Dylan e su canzoni come: “Canzone del maggio” di De André. Si poneva continue domande e portava argomentazioni che mi lasciavano confusa e incapace di controbattere.
    Ora lo so, eravamo davvero tutti coinvolti ascoltando e credendo alle “verità” della televisione e con le contestazioni si pensava di poter cambiare il mondo, ma a dirla tutta, cosa è cambiato da allora? La verità s’è trovata, e dove sta?
    Allora ero ben lontana da comprendere certe riflessioni, la parola “rivolta” non esisteva nel mio vocabolario, e criticavo le proteste che attraversavano quei tempi e la nostra gioventù. Credevo di capire tutto, invece non capivo un bel niente. Ero figlia della piccola borghesia, vivevo nella bambagia, e dal galleggiare nell’ignoranza mi sentivo protetta. Non sapevo usare le orecchie per ascoltare e la testa per pensare, e soprattutto non ero libera da preconcetti e pensieri di base. Ero la brava ragazza tutta casa e lavoro che obbediva a pie pari ai genitori, impeccabile nel suo paltò di lana pettinata grigio, con qualche lira sempre in tasca. Eppure ciò non ci impedì di cercarci e scegliere di stare insieme.
    Per dirla tutta all’inizio, lui lo trovavo un po’ antipatico, con quel suo atteggiamento da saputello indisponente, eppure allo stesso tempo c’era qualcosa nel suo modo di parlare che mi attraeva. Non ho mai capito cosa fosse, e forse, proprio perché l’amore è cieco, e sordo, finì che mi innamorai di lui.
    Ci eravamo conosciuti a una festa in casa di amici comuni, lui era il chitarrista della band che intratteneva quella sera. Alto, magro, con jeans a zampa, un po’ strappati e consumati, canottiera bianca sotto bretelle elasticizzate rosse, e capelli neri alle spalle raccolti indietro con un elastico, mi era parso da subito un po’ strano, ma credo fosse perché non rispecchiava l’idea che avevo dei canoni del bravo ragazzo. Frequentandolo, mi accorsi che non era poi tanto diverso da altri giovani di quel tempo e se c’era inquietudine nel suo animo, non lo coglievo. D’altra parte vivevo la giornata senza mai chiedermi niente, casa lavoro, lavoro casa, e credevo a tutto quello che mi si diceva, perché avevo vent’anni e “a vent’anni si è stupidi davvero”.
    Tornava al paese per il weekend, dopo quindici giorni di lavoro in fabbrica al nord e a me, che alla stazione lo guardavo scendere dal treno, pareva un principe, il mio principe, il cuore batteva a mille e un languore, come di struggimento, mi prendeva al ventre.

Un boccone al panino e già era di nuovo via e io lì a fantasticare sul prossimo incontro. Un amore, il nostro, che viveva di quei mordi e fuggi, tra ore rubate qua e là: a casa di un amico, dentro un cinema o dove si poteva, perché la macchina era un lusso che non conoscevamo.
    Le discussioni, le riunioni, gli eroi… lui a cercare di fare e di capire, a filosofare sui perché, io a seguirlo senza comprendere dove portassero. In sua assenza sapevo solo crogiolarmi sulle lunghe attese e i brevi sprazzi di luce. Mi consolavo fantasticando sulle ultime parole che ci eravamo detti prima di lasciarsi e sugli scambi di intimità delle brevi telefonate. Mi mancava o certo mi mancava, sentivo di esser priva di quella metà che se ne andava via con lui. Il tempo si fermava con la sua partenza per riprendere a correre solo con i ritorni, ma non mi pesava perché l’assenza veniva colmata dalla forza del nostro amore. Proprio perché l’amavo, sapevo di doverla accettare. Vivevo guardando avanti, giorno per giorno, sognando un futuro insieme e forse in questo trovavo il fascino di quell’amore.
    Chissà com’è che oggi mi è capitata sotto mano la foto. Non mi dispiacerebbe tornare per un po’ a quella di quei tempi là, trent’anni di meno non sono pochi, e alle domeniche, solo per noi, con l’anima in petto dell’ingenua e spensierata gioventù. Era novembre mi pare, sulla terrazza fronte mare, siamo abbracciati e sorridiamo davanti all’obbiettivo dell’amico. Non ho mai trovato il coraggio di buttarla via e credo che non sarebbe neanche giusto farlo, tenerla mi ricorda quei tempi. Ero giovane e piena di sogni, il mondo mi pareva lì, pronto per essere conquistato, e così ingenua da pensare che bastasse allungare una mano per prenderselo. Portavo l’incoscienza e la leggerezza dei semplici e facili traguardi dei vent’anni. Ancora conoscevo poco i no, le difficoltà che si incontrano per diventare adulti.
    Poi arrivarono settimane di lunghi silenzi, di parole, poche, che mi raggiungevano attraverso la cornetta fredda del telefono e un giorno lo squillo in ufficio. Un mercoledì sul tardo pomeriggio, sapeva di trovarmi sola, e mi disse che aveva conosciuto un’altra ragazza, e che tra noi era finita. Così vigliaccamente, senza trovare il coraggio di farlo guardandomi in faccia.
    Da allora, non ho più saputo niente di lui.
    Non ci furono spiegazioni e come si sa, con la lontananza per lui, fu tutto più facile.
    Riflettendo su quel tempo, ora so che la nostra relazione non poteva avere molte possibilità di successo, mancavano i pilastri portanti della complicità, gli scambi, e forse anche qualche litigio che ci avrebbe aiutato a conoscerci meglio e a crescere insieme. Il poco tempo che trascorrevamo vicini, la mia immaturità, ci impedirono di approfondire qualcosa che rimase invece sulla cresta di un’onda passeggera.
    Non ho rimpianti, ma allora fu dura voltare pagina, accettare e superare il suo pensiero, e solo il tempo e la mia giovane età poterono aiutarmi. Forse doveva andare così, oggi non festeggerei felice i miei venticinque anni di matrimonio con un uomo che mi ama e che amo con la stessa intensità della prima volta.
Stefania Pellegrini ©
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