Il professore Giorgio Palù, presidente dell’Aifa, l’Agenzia italiana del Farmaco, ha spiegato a Libero come funziona la pillola contro il Covid e quando sarà disponibile in Italia. Il professore emerito di Microbiologia e Virologia, che ha studiato e lavorato a Londra, Yale e Harvard, e ha fatto parte di Commissioni e gruppi di ricerca praticamente ovunque nel mondo, è partito precisando che“bisognava curarsi a casa anche prima, nelle fasi precedenti, anche in assenza di antivirali specifici. Ma non con Tachipirina e vigile attesa, come ha continuato a ripetere qualche pseudo esperto. Il paracetamolo, contro i sintomi prodotti da questo virus, può essere usato soprattutto in caso di febbre”. Nonostante questo, la Tachipirina viene presa ancora da molti. Come ha spiegato Palù, “durante la fase precoce dell’infezione il paziente non sviluppa sintomi seri di distress respiratorio acuto, ma presenta sintomi moderati e lievi: febbre, tosse, stanchezza, mal di gola, dolori articolari e muscolari. In fase precoce e domiciliare si potrebbero utilizzare gli antinfiammatori non steroidei”.

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Palù: “5 giorni per via orale”

A breve arriverà la pillola anti-Covid e il professore ha illustrato di cosa si tratta e come dovrà essere assunta: “Il Paxlovid è il primo farmaco disegnato sulla struttura tridimensionale della proteasi maggiore del Sars Cov-2. Si tratta di un enzima simile alla chimotripsina, necessario ad attivare le proteine virali essenziali per la replicazione non appena il virus è entrato nella cellula. Paxlovid interviene in fase ancora più precoce di altri antivirali, il Remdesivir e il Molnupiravir, che inibiscono la replicasi virale. Paxlovid, che va assunto per 5 giorni e somministrato per via orale nelle primissime fasi dell’infezione in soggetti non ospedalizzati a rischio di sviluppare un Covid-19 grave, ha un’efficacia dell’89% nel ridurre ospedalizzazione e morte, contro il 30 del Molnupiravir”. Il professore, nel dire che la virologia è una disciplina seria, che ha ricevuto un numero maggiore di premi Nobel nell’ambito della biomedicina rispetto a tutte le altre, ha però asserito che nel nostro Paese in televisione viene fatto un cabaret sulla pandemia, invitando nelle varie trasmissioni persone che vengono tutte presentate come virologi.

Il ruolo dei medici di base

La pillola contro il Covid ancora non si sa “se andrà nelle farmacie territoriali ma penso arriverà a fine mese, e comunque, voglio sottolinearlo, essendo come il Molnupinavir un antivirale orale, sarebbe opportuno fosse gestito a domicilio dal medico di medicina generale. A questi però devono essere fornite informazioni chiare sulle interazioni con altri farmaci. Il Paxlovid contiene anche Ritonavir, che noi conosciamo bene perché viene usato come “booster” per gli inibitori di proteasi di Hiv e interagisce con una pletora di altri farmaci per il trattamento di malattie croniche”, ha reso noto Palù che ha anche parlato di eventuali rischi, specificando che anche il Paxlovid, “come tutti i farmaci va somministrato attenendosi alle indicazioni presenti nel le schede tecniche. Gli effetti indesiderati più comuni riportati fino a 34 giorni dal trattamento sono stati disgeusia, diarrea e vomito. Ho suggerito al direttore di Aifa e al Cts di preparare un decalogo preciso”. Per fare un po’ di chiarezza l’esperto ha ricordato che il vaccino, per i soggetti che hanno ricevuto 3 dosi, protegge all’80-90% contro l’ospedalizzazione, la malattia grave e la morte. Al 60-70% in coloro che ne hanno ricevute due, con l’ultima somministrazione da non più di 4 mesi. Invece l’efficacia contro l’infezione scende al 30-40%. È quindi necessaria la terza dose per essere protetti.

La variante Omicron

Ma il professore ha precisato che vaccinarsi non equivale a essere immuni. “È pur vero che l’immunità conferita inizialmente dall’attuale vaccino arrivava a oltre il 90%, ma il virus oggi è estremamente diverso sotto il profilo genetico da quello cinese sul quale sono stati allestiti tutti i vaccini attualmente autorizzati”, ha spiegato Palù. Sul fatto che Pfizer abbia annunciato che a marzo sarà disponibile il vaccino contro la variante, l’esperto ha così commentato: “È giusto puntare su un vaccino aggiornato, magari polivalente: studi recenti ci dicono che chi si è infettato con Omicron è protetto anche da altre varianti. Sarebbe opportuno spingere verso un vaccino che copra da tutti i Coronavirus. Chi ha passato il Sars CoV-1, nel 2002, sembra che abbia ancora una memoria immunitaria non solo contro quel virus, ma anche contro il Sars CoV-2 e i virus del genere sarbecovirus del pipistrello”. Come ha però precisato, nessuno studioso serio può prevedere se Omicron sarà ancora la variante prevalente, in quanto ha “delle mutazioni importanti nella porzione tra le subunità S1 e S2 della proteina Spike che la rendono incapace di infettare le cellule dei polmoni e diffondersi da cellula a cellula. È per questo che sembra fermarsi nelle prime vie aeree causando sintomi simili al raffreddore”.

Poco diffusi gli anticorpi monoclonali in Italia

L’esperto non si azzarda però a fare previsioni sul futuro, riportando però che nei Paesi dove Omicron è diventata dapprima dominante, Sudafrica Regno Unito, Olanda, adesso viene registrato un appiattimento della curva dei casi positivi. E in Sudafrica vi è addirittura una inversione della curva. E anche in Italia sembra si stia andando verso il plateau. La vaccinazione universale e l’uso degli antivirali potranno contribuire all’endemizzazione del virus. Palù ha poi spiegato come mai nel nostro Paese la cura con gli anticorpi monoclonali non è diffusa: “Abbiamo poche regioni attrezzate per le cure territoriali e ci sono state ragioni logistiche legate alla somministrazione endovenosa lenta del prodotto, non propriamente compatibile con la terapia domiciliare”. A oggi sono state somministrate pochissime dosi, circa 36mila. Nonostante a gennaio 2021, quando sono stati autorizzati, come sottolineato dall’esperto, si trattasse degli antivirali più efficaci sulle varianti di allora.

Anche sul valore o meno dei tamponi il professore ha premesso che un test con esito positivo sta a significare che il soggetto si è infettato, ma che infezione non vuol dire malattia. “Il tampone va prioritariamente fatto in ospedale, al personale sanitario, ai soggetti fragili con comorbosità, nei ricoveri per anziani, a chi ha sintomi evidenti”, ha spiegato. Eventualmente si potrebbe seguire l’esempio dell’Inghilterra, dove il servizio sanitario ha chiesto alla popolazione di sottoporsi ai tamponi fai da te e di comunicare il risultato sul sito. In questo modo si potrebbero abbattere i tempi dei test, di inizio e fine quarantena, evitando così di andare a intasare le strutture ospedaliere. Ma “il problema è la bulimia comunicativa: di cosa parlerebbero le trasmissioni?”. Il professore ha infine aggiunto che “dopo 2 anni non sappiamo con precisione quanti ricoveri e quanti decessi siano dovuti a Delta o Omicron. Facciamo poco più di 2-3 mila sequenze al mese sul virus. In Inghilterra ne fanno 200mila”.

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