Studio per un’introduzione a un romanzo.

Quando sono arrabbiato vedo tutto nero e, anche se il nero è un bel colore, va a finire che non vedo più nulla. Figuriamoci se è il caso di cominciare proprio ora a lavorare al mio nuovo romanzo come invece sto per fare.

Che, invece, se non sei arrabbiato, per scrivere un libro non serve quasi nulla: basta un computer, una storia che non sia ancora stata scritta, o almeno che non sia stata scritta nel modo in cui la vuoi raccontare tu, e la voglia di raccontare. Qui, però, nasce già un problema: perché io il computer e la storia li ho, ma è la voglia di raccontare che a volte c’è e altre volte no. Sì, perché mi piacerebbe poter dire solamente due o tre cose e che si capisse subito tutto quello che voglio dire; e non dover star lì a raccontare tutto per filo e per segno.

Di questa cosa ne ho parlato con un mio amico scrittore, e lui mi ha detto che non si può scrivere se non si ha voglia di raccontare; e non basta, si deve raccontare in modo che chi legge possa capire ciò che si vuole dire. Occorre cioè mettersi nei panni di chi legge. E io ho pensato: come si fa a mettersi nei panni di chi legge?

(continua)