DONNE O LA SOLIDARIETA’ FEMMINILE, di Laura Boero

E’ indubbiamente vero che l’universo femminile è in competizione e se riuscissimo ad essere più solidali tra noi, molte battaglie sarebbero già vinte in partenza, però non ci si scollano di dosso secoli e secoli di  condizionamenti in un secolo solo e, anche se molti passi avanti sono stati fatti, vedo ancora lontana la “solidarietà maschile ” che caratterizza i rapporti dei nostri compagni di vita.

Anticipo questo solo perché oggi ho voglia di parlare delle “donne ” che ho incontrato nella mia vita lavorativa e pre – lavorativa e che sono state quanto di più faticoso e frustrante io abbia dovuto sopportare per anni e anni.

Siccome l’esperienza si è ripetuta in modo quasi sempre uguale ma con attrici diverse, spesso mi sono attribuita la responsabilità del fallimento di questi rapporti, domandandomi cosa ci fosse in me che irritasse tanto le donne che mi avevano avuto come sottoposta, dipendente o anche solo studentessa. 

Non mi considero una rompiscatole, ho sempre lavorato e studiato di buona lena, pur essendo ai tempi mediamente carina, non ho mai 

“spopolato ” creando gelosie, mi sono sempre sforzata di adeguarmi a richieste e procedure che francamente ritenevo assurde o addirittura idiote, eppure…evidentemente la mia faccia parlava per me. 

Ai tempi della scuola elementare, in quarta e quinta, ho avuto una maestra torinese severissima, di quelle definite ” terribili “. 

A lei vanno i miei ringraziamenti perché mi ha messo in condizione di accedere alle Scuole Medie con una preparazione impeccabile, ma per il resto ..ragazzi….

Tutte le mattine iniziavamo la giornata con una preghiera, tutti i lunedì c’era l’interrogatorio sull’Omelia ascoltata in Chiesa la domenica precedente. Guai a chi non si presentava ai Venerdì del mese. 

Un’ossessione religiosa che neanche dalle Suore, penso, avremmo subito.

Tenendo conto che eravamo bambine e non decidevamo noi della nostra vita e andavamo in Chiesa se ci accompagnavano i nostri genitori, tutta la famiglia era sottoposta a queste pressioni, perché altrimenti per chi avesse trasgredito c’era l’ostracismo. 

In poche parole la ” peccatrice ” in questione veniva ignorata per giorni, non solo dalla maestra, e qui entra in ballo la solidarietà femminile, ma anche dalle proprie compagne di classe. 

A volte mi ribellavo e, affermando che andavo a scuola per imparare non per diventare suora,  subivo il trattamento detto sopra e venivo lasciata da parte. 

Nelle recite scolastiche avevo la parte peggiore, in gita non mi facevano partecipare ai giochi, venivo lasciata  sola, insomma me la facevano trovare  lunga, come diciamo a Torino, e nessuna delle mie compagne di scuola (per paura penso) si schierava con me.

Sono sopravvissuta ed è servito a temprarmi.

All’Università mi ero imbattuta, ai tempi della tesi, in una relatrice, all’epoca, abbastanza “chiacchierata.”

Bella donna, ultraquarantenne all’epoca, correva voce avesse avuto una liason con un luminare che aveva lasciato l’Università da tempo.

Me la ricordo ancora, bionda, capelli, lunghi, couperose, un fisico un po’ appesantito ma che lasciava intravedere fasti non troppo lontani.

Io avevo iniziato la tesi con un professore toscano, molto simpatico, ma poi, era stato trasferito ed avevo dovuto ripiegare su di lei, docente di fresca nomina, conseguita dopo anni di assistentato.

Le stavo cordialmente sulle scatole e devo ammettere che la cosa era reciproca, ma volevo fortemente laurearmi in fretta e quindi inghiottivo il rospo, passavo il mio tempo in Istituto, lavoravo sodo, davo esami uno dietro l’altro, collaboravo anche a lavori, di cui altri si sarebbero presi meriti e onori. 

Insomma facevo tutto quello che un’interna, ai miei tempi, ci si spettava facesse. 

Eppure non bastava mai. 

La mia colpa regina ( come adesso si usa dire prova regina nei processi penali) dicevo la mia colpa regina era quella di ” Lesa Maestà ” evidentemente non ero abbastanza sottomessa, abbastanza disponibile, abbastanza devota e umile per guadagnarmi la sua benevolenza.

Una volta aveva tastato il terreno chiedendomi quali programmi avessi per il futuro ( nonostante tutto era universalmente riconosciuto che fossi un elemento valido) e quando le avevo riposto che intendevo trovarmi un lavoro per rendermi economicamente indipendente e lasciare la Sardegna, aveva incassato al mia risposta con un…eh beh..se pensi solo ai soldi….probabilmente stava per offrirmi un assistentato magari da effettuare a livello gratuito in attesa di una nomina che mai sarebbe arrivata. 

Questo mi aveva fatto scendere molti gradini nella sua graduatoria di apprezzamento.

Qualche giorno prima di discutere la tesi, mi aveva convocato in Istituto alle dieci di sera per riguardare alcune cose e mi aveva fatto una scenata pazzesca perché secondo lei alcune foto erano state incollate al 

contrario. Faccio presente che si trattava di foto di tessuti cellulari, dove non esiste un sopra e un sotto, da qualunque parte si guardino, sempre cellule sono e comunque aveva perso le staffe in modo isterico. 

Io l’avevo piantata lì, dicendole che non le rispondevo perché mi rendevo conto che era fortemente stressata.

Non l’avevo più incontrata fino al giorno in cui avevo discusso la tesi.

Potete immaginarmi con che stato d’animo mi ero presentata all’esame di laurea.  Comunque mi laureai con  bel 110 e giurai a me stessa che mai e dico mai l’avrei voluta rivedere nella mia vita. Mi ricordo che stringendomi la mano mi aveva detto ” Beh adesso sai come ci si laurea, la prossima volta non avrai sorprese….!” dando per scontato che mi sarei laureata ancora…. Mi avevano poi riferito, anni dopo, che era andata in giro sparlando di me con altre “interne” dicendo che mai mi avrebbe voluto con sé a lavorare, perché ero confusionaria e approssimativa. 

Anche in questo caso nessuna delle mie amiche e colleghe di allora (che pure conoscevano bene la situazione ) mi aveva difeso, anzi, una di loro aveva accettato il posto di assistente che sarebbe toccato a me ed io avevo rifiutato.

Anni dopo ero stata assunta a lavorare in una Ditta Farmaceutica, dove il ” capo ” era una donna. 

Non racconto i particolari di questa relazione per motivi di privacy  e anche per rispetto nei confronti dei familiari della poveretta, mancata qualche anno fa, ma la storia si era ripetuta ed io ho nel mio cassetto pagine e pagine dove ho puntualmente raccontato episodi di “ordinaria follia” della signora in questione, mai dimenticati.

Chi ha lavorato con me e mi legge oggi, a distanza di venti anni, può confermare che dico il vero e, anzi, chissà che un giorno non abbia l’opportunità di raccontare dettagliatamente quel periodo. 

Ne avrei di cose da raccontare, alcune divertenti, altre meno.

Quindi, concludendo, posso dire che le amiche migliori, quelle che mi hanno sostenuto e con cui ho condiviso di più, le ho incontrate in vecchiaia. Che posso dire, col tempo si migliora e magari anche tra noi donne, a una certa età, ci si conosce e riconosce meglio.