“La ragazza dal loden verde” di Maria Baingia Dettori

da culturaoltre14

il tuo racconto

Una penna elegante e precisa nella sua esposizione delicata e stilisticamente impeccabile è quella di Maria Baingia Dettori, ospite della rubrica dedicata alla narrativa con un intenso racconto “La ragazza dal loden verde”,  che ruota intorno a un elemento principale, il cappotto di loden verde, in realtà elemento metaforico della personalità stessa della protagonista che si trova a vivere una serie di avvenimenti che avvincono il lettore portandolo a un finale inaspettato e originale. La struttura narrativa è articolata sapientemente e lascia trasparire un coinvolgimento dell’autrice che offre descrizioni dettagliate in un dinamismo di circostanze inattese. Nell’incipit si delinea subito l’indole riservata della protagonista che viene descritta con grande sensibilità dall’autrice e si intravede una soffusa umanità che pervade l’intero impianto del racconto, soprattutto nelle descrizioni dei personaggi. Un racconto di grande intensità e  un plauso va  all’autrice per l’uso di uno stile narrativo accurato e scorrevole. [ Maria Rosaria Teni]

Myriam era già una donna, aveva da poco superato i vent’anni, ma dentro di sé sentiva ancora il magma dell’adolescenza che nascondeva dietro uno sguardo attento ma impassibile, alla ricerca di quell’atarassia di cui aveva sentito parlare all’ora di Filosofia, tra i banchi del Liceo. Una ragazza all’apparenza banale, fisicamente mediocre, senza grandi ambizioni che svolgeva con professionalità il suo lavoro di collaboratore scolastico precario. Era una brava “maestra del corridoio”, come la chiamò amorevolmente una volta un bambino di prima, corso da lei per farsi medicare il ginocchio escoriato durante la ricreazione. Parlava lo stretto indispensabile un po’ per riservatezza e un po’ per eccessiva sensibilità, ma aveva un sorriso dolce e coinvolgente che era espressione della sua mitezza e della sua bontà.  Aveva un unico difetto: possedeva un loden verde e l’indossarlo era diventata una mania di cui non riusciva a liberarsi. Benché consapevole che molti la prendessero in giro per questo fatto, non riusciva a spezzare le catene della sua ossessione per lei vitale.  Il loden era come la coperta di Linus, una sorta di scudo spaziale, un filtro protettivo che le dava coraggio nell’affrontare le avversità e gli imprevisti della vita. Ogni mattina, prima di uscire, guardandosi allo specchio trovava una scusa differente: ora la pancia prominente, ora il seno cadente, un maglione pieno di pelucchi da nascondere perché l’altro era steso ad asciugare; era uno ottimo isolante per il puzzo di sudore dopo le pulizie o un ottimo camuffamento contro la cifosi al collo. Amava abbottonarselo fino al primo bottone che talvolta s’imputava a non voler entrare nella sua asola. Il cappotto aveva delle ampie tasche laterali e poiché lei odiava portare appresso una borsa, le usava per metterci di tutto: le chiavi di casa e dell’auto, gli assorbenti, cerotti, una scatolina metallica con le liquirizie del “Re Sole”, persino la buccia risecchita di un mandarino che aveva mangiato l’inverno precedente. Lo levava solamente quando doveva fare le pulizie, per paura di sciuparlo lo teneva ripiegato sulla spalliera di una sedia in guardiola. Potete immaginare come si sentì, quando non lo trovò al suo posto. Fu presa da uno strano stordimento, come quando ebbe le vertigini in cima al campanile di Giotto: i piedi diventarono improvvisamente di piombo, non riusciva a muovere un passo se non dopo indicibile fatica. L’aria sembrava rarefatta come in cima all’Everest, respirava con affanno; poi seguendo la vacua ombra di un improvviso presentimento scattò su come una molla. Si ritrovò a scorrazzare da un corridoio all’altro come una mosca impazzita, sporgendosi ora dentro un’aula, nei bagni, persino nel sottoscala buio e polveroso. Il respiro era diventato ormai un sibilo, come se annaspasse nell’aria. Ritornata laconica e disperata sui suoi passi, sgranò gli occhi per la meraviglia: il loden era al suo posto come lo aveva lasciato. Stava ancora rimuginando su come tutto fosse accaduto, quando sentì una risatina soffocata e uno scalpicciare che si allontanava veloce. Myriam corse alla porta, ma non vide nessuno, eccetto la sua immagine riflessa sulla vetrata d’ingresso che si spalancò di colpo dando inizio a un’orda di grida, un tambureggiare di scarpe infangate e uno scricchiolare di porte: erano i bambini che rientravano dalla ricreazione. Lei li osservava immobile e sospettosa, sforzandosi di invitarli alla moderazione con qualche gesto con la mano. Arrivò la campanella di fine lezione e di fine settimana. Dopo averli visti sfilare fuori, aver salutato l’ultimo docente e l’ultimo bambino che puntualmente aveva dimenticato il diario sotto il banco, Myriam si apprestò ad uscire. Prese il suo loden verde, restando di stucco nel sollevarlo: in alto al centro, in corrispondenza dell’ottava vertebra tra le due scapole si apriva un forellino di circa un centimetro dai contorni bruciacchiati, che facevano ipotizzare il contatto ravvicinato con una sigaretta accesa. Attraverso quel foro vedeva il suo viso sbigottito riflesso sul vetro della finestra. Chi poteva esser stato l’autore di un gesto così esecrabile? Strinse a sé il loden come un cucciolo ferito e un grosso e caldo luccicone solcò la guancia sinistra, mentre rifletteva sul fatto che la malvagità umana non conoscesse confini. Trascorse il pomeriggio intero a visitare tutte le mercerie della città alla ricerca di un pezzo di stoffa simile a quella del suo cappotto. Mai impresa si rivelò così titanica e fallimentare. Ma quante sfumature di verde esistono? Fu la domanda, l’incubo che la tormentò per tutto il giorno. Stava per desistere dalla sua disperata ricerca quando sotto una pensilina incontrò una vecchia piegata in due che procedeva a stento appoggiata ad un bastone. Spinta dalla sua innata indole caritatevole, Myriam l’aiutò a salire sull’autobus e da quell’altezza scorse un’insegna scolorita in fondo ad un vicolo cieco, buio e sporco. Si diresse in quella direzione, scartando con i piedi cocci di bottiglia, lattine e resti di pizza ammuffita dentro un cartone. Arrivata davanti alla vetrina notò con quanta cura era stata allestita, il vetro brillava come nuovo. Spinse lo sguardo dentro, ma non vide nessuno, tutto era al buio. Pensò fosse chiuso, ma quando stava per ritornare sui suoi passi, sentì la porta schiudersi come per un colpo di vento. Infilò la testa e non vedendo nessuno iniziò a chiamare prima con voce flebile, poi sempre più forte; avanzò un piede dopo l’altro fino al bancone sulla sinistra; si guardò attorno e vide che c’erano tante scatole con i bottoni sul frontalino. Ne aveva adocchiato un tipo dorato che sarebbe stato bene in una camicetta che non metteva da tempo. Poi scorse dentro i ripiani rotoli di stoffa di diversi colori, stava per sporgersi meglio, quando vide la cassa aperta e completamente vuota. Assalita dal sospetto si ritrasse immediatamente e proprio quando stava per battere in ritirata sentì un forte dolore allo stomaco, una palla di cannone che la buttò a terra a gambe levate. Una frazione di secondo per rendersi conto di aver ricevuto una testata sulla pancia da una furia rabbiosa, che l’aveva scavalcata senza tanti complimenti, richiudendo violentemente la porta. Dapprima sollevò la testa dolorante, poi visto che il collo si piegava senza ingripparsi, si sedette appoggiando la schiena alla parete di legno. Provò un leggero capogiro. Mentre cercava di alzarsi sentì un debole lamento provenire dall’altra parte del bancone. Provava tanta paura e ebbe l’istinto di scappare, ma chiunque fosse non poteva abbandonarlo al suo destino. Si alzò e andò sul retro, vide una donna sulla sessantina con il volto tumefatto che perdeva sangue dal naso. Lei aveva sempre avuto orrore del sangue, ma con decisione prese un calzino beige che penzolava da un cassetto e cercò di tamponare come meglio poteva. La donna si lamentava e sembrava semi-cosciente, ma non rispondeva alle sue domande. Presa dal panico, afferrò un cellulare bianco sul bancone, Myriam fece il 118 e fece arrivare un’ambulanza, ce la caricò e si dileguò per paura di dover rispondere a domande troppo imbarazzanti. Rientrata a casa, s’accorse che il suo loden era macchiato di sangue. Cercò di levarlo con l’acqua ossigenata, ma ci rimase ancora un leggero alone. Scossa, non cenò, fece una doccia calda e si mise a letto. Si addormentò subito, per risvegliarsi dopo mezz’ora con un fortissimo mal di testa; toccandosi si accorse di avere un bozzo sul lato destro. In un continuo dormiveglia popolato da incubi, non riuscì a riposare bene. Al mattino, si sentiva uno straccio, chiamò la scuola per avvertire che stava male e subito dopo il medico di fiducia per farlo venire a casa. Accese la TV e mentre preparava il caffè sentì che in vicolo Crispi, c’era stato un furto, seguito da una forte colluttazione; la proprietaria anziana versava in pessime condizioni in sala di rianimazione e per il momento era in coma. Si sospettava di una strana ragazza, forse una sbandata, che indossava un logoro loden verde. Myriam ebbe un mancamento, per poco non rovesciò la caffettiera. Si buttò sul divanetto della cucina, prendendosi la testa tra le mani, indecisa sul da farsi. In che guaio si era cacciata. Non c’erano testimoni, tranne l’autore del furto; se si fosse presentata alla polizia avrebbero certamente sospettato di lei e se malauguratamente la donna fosse morta, chi l’avrebbe scagionata? Maledizione, aveva lasciato impronte dappertutto. Per fortuna che era incensurata! Mentre si tormentava con siffatti pensieri, torcendosi le dita e mordicchiando le unghie, sentì squillare il campanello. Sussultò, s’avvicinò con passo felpato allo spioncino. Ah, era il medico. Mentre stava per aprire scorse il loden verde steso sul divano del soggiorno, lo afferrò e lo conficcò con forza dentro il cassettone sotto lo specchio. Poi sistemando i capelli aprì. La forte agitazione le aveva fatto salire la febbre e le guance fiammeggiavano, per cui il medico non ebbe nessuna difficoltà a concederle dieci giorni di cura. Myriam, con la scusa di dover andare in farmacia, essendo sola, volle sapere in quali orari avrebbe potuto presentarsi il medico fiscale. Prese nota su un taccuino, congedò il medico e ricadde in uno stato di frustrazione tale che si riprese dopo due ore, convinta dai morsi della fame.
Dopo aver divorato un tramezzino, il suo cervello si rimise miracolosamente in moto.
In tutti i telegiornali si parlava solo del suo loden verde, nessun identikit era stato ancora diramato, la donna non l’aveva mai vista in volto, gli infermieri non le avevano chiesto generalità, per cui pensò che la cosa migliore fosse disfarsi del suo tesoro. Come avrebbe fatto. Lo tirò fuori dal cassettone, lo spazzolò con cura per tirar via eventuali capelli, lo guardò con amarezza, dopo tanti anni le sembrava di tradire un amico. Voltando lo sguardo lo insaccò dentro la busta nera della spazzatura, poi indossando una pesante felpa, aspettò che arrivasse il buio. Camminava rasente, con un berretto calcato fino alle orecchie, nessuno avrebbe potuto riconoscerla, neppure sua madre. Abbandonò il suo amato indumento in un cassonetto di periferia, alla distanza di qualche isolato, poi si allontanò velocemente, per timore di ritornare indietro a riprenderselo. Rientrata a casa, pianse a lungo come se avesse perduto una persona cara, ma non c’era nessun’altra soluzione. Pensò di aver risolto la situazione! La notte dormì tranquillamente e si risvegliò finalmente sollevata. Ma un nuovo guaio si prospettava all’orizzonte. Nel telegiornale della sera, apparve la notizia che l’autrice del furto e del pestaggio selvaggio era stata arrestata, con indosso un loden verde, come da descrizione. La faccia della poveretta, una sbandata dalle pupille dilatate e le guance scavate dai tanti digiuni che viveva per strada, venne sbattuta su tutti i telegiornali senza nessuna pietà. La ragazza si dichiarava innocente e affermava di aver trovato il loden in un cassonetto. La stampa e la polizia avevano già chiuso il caso, per di più quella psicolabile cadeva continuamente in contraddizione radicando maggiormente i sospetti su di lei. Dalla padella alla brace. Myriam dovette fare i conti con la propria coscienza, scoprendo di essere una pusillanime nel non prendersi le proprie responsabilità. Solo lei avrebbe potuto scagionare quella disgraziata, ma non aveva la forza di sopportare la gogna mediatica, non possedeva prove per discolparsi o accusare il reale autore del misfatto, infatti non l’aveva visto in volto, ricordava soltanto lo sgradevole puzzo di vino rigurgitato. Per mettersi in pace con se stessa decise di inviare una lettera anonima alla polizia, nella quale dichiarava l’innocenza della ragazza fermata. Uscì per strada con la lettera tra le mani inguantate, ma venne assalita dal timore di essere ripresa dalle telecamere dell’Ufficio Postale o peggio di poter incontrare qualche collega che portava la corrispondenza scolastica, per cui affidò la lettera a un ragazzino, cui offrì un euro in cambio del servizio. La missiva arrivò dopo quattro giorni, ma non cambiò di una virgola l’opinione degli inquirenti. Myriam, decise allora che era giunto il momento di uscire allo scoperto, di rivelare tutta la verità, sperando che tutto potesse risolversi nel migliore dei modi. La mattina seguente, rassegnata come una vittima sacrificale si apprestava a recarsi alla stazione di polizia, quando all’ultimo momento un improvviso incidente domestico la convinsero a desistere. La caldaia dello scaldabagno, ormai bucata gocciolava acqua mista a ruggine dappertutto. Più asciugava e più ne cadeva. Chiamò l’idraulico, che arrivò dopo un’ora con uno scaldabagno nuovo. Svuotò quello vecchio e lo sostituì con quello che aveva acquistato. Saldò la fattura e pensò a quant’altro avrebbe dovuto sborsare con gli avvocati. Rabbrividì al pensiero di finire dietro le sbarre, di concludere in modo così miserabile la sua noiosa e scontata vita, senza lode e senza infamia. Stava chiudendo le persiane prima di uscire, quando sentì il televisore acceso della vicina che annunciava che il reale autore della rapina era stato acciuffato e assicurato alla giustizia. Ad accusarlo era stata l’anziana proprietaria che uscita dal coma aveva accusato il nipote. Il giovane scapestrato interrogato per tutta la notte aveva ceduto e dichiarato di essere soltanto lui il responsabile, quanto alla ragazza dal loden verde, era soltanto una malcapitata cliente di passaggio, per cui la sbandata venne immediatamente rilasciata. La stessa intervistata dai giornalisti con il suo loden indosso, criticava i modi con cui era stata condotta l’indagine. Myriam, l’indomani rientrò al lavoro stanca ma sollevata. I colleghi si meravigliarono di vederla senza il suo loden, ma non chiesero spiegazioni. Si sentiva osservata, quasi nuda come sul lettino di un medico per essere vivisezionata, davanti agli sguardi indiscreti di tutti. Qualche settimana dopo si recò nella zona dove la ragazza viveva di accattonaggio portando con sé un giaccone nuovo per darglielo in cambio di quello vecchio, ma Myriam non ebbe il coraggio e non si avvicinò per non destare sospetti. Comprarne un altro? Fece un giro al centro, ma ovunque le dissero che i loden erano fuori moda, l’unica soluzione era andare da una sarta e farsene fare uno su misura, ma come appurò le sarebbe costato un occhio della testa. Passando per una stradina secondaria vide un negozio di abiti usati, c’entrò senza tanta convinzione. La padrona con due occhiali spessi da miope, le disse di averne soltanto uno. Glielo avrebbe ceduto per poco. Myriam lo guardo, lo soppesò, non sembrava convinta, poi mentre lo accarezzava per verificarne la morbidezza, il suo indice si conficcò in un foro proprio dietro la schiena. Sorrise mostrando le gengive e lo acquistò immediatamente. Uscendo dal negozio sentì di nuovo di essere se stessa, con orgoglio, la ragazza dal loden verde. 
Maria Baingia Dettori

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Nata a Ittiri nel 1962, risiede ad Alghero. Insegna presso la Scuola Primaria della sua città. Laureata in Materie Letterarie, presso il Magistero di Sassari. Breve tirocinio come cronista di un quotidiano sardo “ L’Isola” a Sassari.  Ha conseguito diversi riconoscimenti: Ottava bella- Rima a tema impostu- Dignidade: fiza e mama de…, setzione Musserradu Meridda- Premiu Logudoro Otieri- 32° edizione- 2013- 2° classificata al 16° Premio Nazionale di Poesia Città di Iglesias- 2014 -2° classificata al Premio Nazionale Annuale “La fiaba di Selvino”, Selvino (provincia di Bergamo)-14° ed.2014-4° classificata al 1° Concorso letterario Silius e il Gerrei: racconti in giallo (tradotto in campidanese). Apprezzamento speciale della Pro Loco- premiu de poesia in Limba Sarda “Saboris e Coloris de Jscroca” 3° edizione-2014. – 5° classificata ex-aequo con il racconto “Due vite buttate al vento” al concorso della Casa Editrice Pettirosso Editore- 2015 Monserrato (Ca). – 4° classificata al San Pellegrino Festival- Poesia- 6° edizione-2016. Pubblicazioni: Una silloge di 7 poesie in “Viaggi di Versi- Nuovi Poeti contemporanei”; Roma 2013- Pagine ed.Il racconto: “La lotta di classe”, in antologia “Il silenzio che ferma il mondo”, Carta Bianca- Concorso letterario-5° ed.-Cagliari 2014, Kalb Edizioni. La favola: “ La grotta dell’arcobaleno” in AA.VV. “Sotto l’ombrellone… ti racconto una favola. Volume I- Bisignano (CS) 2015-Apollo Edizioni.    

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