28 gennaio. È il giorno x. Il giorno della terza dose. Avevo prenotato per il 16 gennaio, ma avevo un poco di raffreddore e ho rimandato. Ho cancellato la prenotazione e ho fissato per il 28 all’hub di Pontedera,  quello di Piazza del mercato. Ero un poco preoccupato. La notte non ho dormito e ho terminato di scrivere una recensione, quella a “Uno strappo bianco” del poeta Roberto Lamantea.  Cercavo di non pensarci ma ero inquieto: non mi riusciva dormire. È un piccolo peso, che devo togliermi. È un piccolo impegno che mi sono preso. Non entro nel merito provax o novax.  Ci sono mille polemiche e molta infodemia. Il green pass però è discriminatorio. Sono già abbastanza sfigato. Ho già i miei problemi. Io mi faccio il vaccino: ho deciso così senza retorica. Vicino a casa mia c’è un ecomostro che stanno demolendo e poi ricostruiranno. Ebbene io sono un umarell dell’ecomostro. Non posso aggiungere un altro problema. Devo farmelo. Poi tra pochi mesi ho 50 anni e mi scatta l’obbligo vaccinale. Dicono che la terza dose è una passeggiata. È più leggera delle prime due. Me lo hanno detto i miei genitori. Me lo hanno detto e scritto altre persone. Sono le 12:20. Non ho ancora mangiato. L’appuntamento è per le 12:58. Mi porta mio padre con la macchina. Mi lascia davanti all’hub e va a prendersi un caffè al bar. Entro e nessuno mi chiede niente. Mi controllano la temperatura. Incrocio lo sguardo con una donna che un tempo mi piaceva, circa quindici anni fa. La riconosco a fatica. Guardo i segni del tempo sul suo viso e sul suo corpo. È solo questione di un attimo. All’inferno, al mio inferno all’ingresso deve esserci una donna che mi ha rifiutato. Compilo il modulo. Sono un poco ansioso. Mi trema un poco la mano, ma questa volta devo scrivere solo le mie generalità e il mio indirizzo. Firmo il consenso informato. Vado all’accettazione.  Faccio la fila. Prima trovo una giovane donna con suo figlio. Dice che ha paura e che vuole fare la terza dose con il Pfizer  piuttosto che con il Moderna. È il mio turno. Do la mia carta di identità e la tessera sanitaria. Mi dicono che mi tocca il settore E. Vado là. Mi metto a sedere. Mi metto a parlare con alcune persone. Ci chiediamo reciprocamente quale è l’orario della prenotazione.  Alcuni poi continuano a parlare. È un poco come quando c’è un esame impegnativo all’università e tra sconosciuti ci si mette a parlare: anche in questo caso un evento ansiogeno e la sua attesa portano a socializzare. Io sto zitto. Me ne sto raccolto. Avranno anche ragione a dire che la trombosi è più frequente quando si ha il Covid che quando si prende una dose di vaccino. Un ragazzo mi dice: “speriamo che sia l’ultima dose”. Io rispondo con una battuta; dico che a forza i vaccini prima o poi ci si incappa in una reazione avversa. Lui ride. Lo so bene. È una battuta. Dal punto di vista della probabilità ogni vaccino è un evento indipendente. Cerco di non pensarci. Avranno pure voglia di dire che la probabilità di un malore ė infinitesima, eppure nonostante ciò questa probabilità esiste. Mando avanti delle persone. Mi toccava prima, ma rimando. Poi mi decido. Preparo la tessera sanitaria. Entro. Il medico è simpatico. Ha un accento veneto. Il computer non funziona. Mi dice che può succedere. Mi dice che una donna per non prendere la terza dose si è inventata cose false. Arriva una dottoressa e si mettono a parlare: c’è una persona che ha detto di aver preso un tipo di  vaccino e invece ha sbagliato; la dottoressa dice che andrà lei  a correggere. Il medico mi dice che sono cose all’ordine del giorno. Mi chiede se ho qualche malattia da dichiarare. Dico nessuna. Mi chiede delle allergie. Rispondo che ne ho una ai platani. Niente di grave. Una cosa da nulla. Mi dice di accomodarmi.  Mi tolgo il giubbotto e la maglia. L’appendo all’attaccapanni. Sono in camiciola. Mi siedo. Mi dà la puntura. Mi rivesto. Saluto la dottoressa. Sono stati gentili ed efficirnti. Esco. Vado a sedermi. Attendo un quarto d’ora. Mi avvio a ricevere l’attestato della vaccinazione, il libretto vaccinale aggiornato. Mi dice che da domani potrò avere in farmacia il nuovo green pass. Esco dal padiglione. Saluto con un buongiorno il carabiniere all’uscita. Entro in macchina. Ho solo un poco di dolore al braccio. Mi sono fatto dare il vaccino al braccio sinistro anche se sono mancino perché dormo dalla parte destra. Mi metto a pensare che anche stavolta dovrebbe essere andata bene, sperando naturalmente che sia l’ultima volta. Per tutto il giorno sarò un poco rincoglionito e affaticato. Nonostante tutto è sempre l’inoculazione di un vaccino: un piccolissimo rischio c’è sempre (altrimenti non ci sarebbero dei medici). Per tutto il giorno mi riposo. Devo scrivere la recensione a un saggio di un giovane dottorando, specializzato alla Normale. Ho letto le prime 15 pagine.  Sicuramente è molto interessante.  Sicuramente l’autore è un genio. Però mi riposo e sto a letto a non fare nulla. Comunque tutto per fortuna è andato bene. 

Davide Morelli